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sabato 2 luglio 2022

§ 358 020722 Gio:Battista di Nola Molisi, Cronica dell'antichissima, e nobilissima città di Crotone; III, cap. VIII-X.


Terza puntata della 'Cronica', intanto che 'aggredisco' le 'Memorie historiche' catanzaresi di V. D'Amato. Sono lavori lunghi e mi domando se ne valga la pena, ma, come si dice? ...Dove c'è gusto non c'è perdenza, anche se non è proprio così, non sempre. Dimenticavo -anche se forse è intuitivo- di dire che il numero posto di seguito alla numerazione dei capitoli indica la corrispondente pagina del testo originale.

CatAmor

(Museo ''Capo Colonna'').

Quelli che regnavano nel Mondo quando fù fatta Città Crotone.

CAPITOLO VIII: 43 

   Et mentre dal computo de gl'anni, che fà Nicolò Doglioni nel suo universale Teatro de Prencipi, & dell'historie del Mondo si cava, che la Città di Crotone fù fatta Città intorno alli detti anni del Mondo 2270. con l'auttorità di tanti veridici Autori, regnando in italia Ercole, con le medesime autorità si dice anco che nella Spagna regnava Hispan figliuolo d Hispalo, che fù figlio d'Ercole, e da detto Hispan fu quella Regione detta Hispagna, quale prima era detta Hiberia, dal fiume Hibero, e da Hispalo fù detta la Città di Siviglia come anco referisce Trogo: nella Gallia regnava Celte, dalla cui figliuola detta Galatea, e da detto Ercole nacque Galate, da cui prese il nome di Gallia e tutta quella parte de’ Popoli detti prima de Samothei: nell'Assiri regnava Altude, il quale fù tanto amico dell'otio, che miseramente visse, e morì tra meretrici. Nell'Argivi Argo, il cui fratello Atlante havendo scoperto con la sua sottile intelligenza il corso delle stelle, stando egli sopra un'altissimo Monte, che dal suo nome Atlante fù detto, diè cagione, che li Poeti fingessero, ch'egli con le spalle sostentasse i Cieli; il che fu anco quando regnava Faraone in Egitto, Gioseffo figliuolo di Giacob per l'interpre-tatione de’ sogni era già divenuto Monarcha governando quei Regni mentre visse, e dopò la sua morte cominciarono gli Hebrei à patire la servitù nell'Egitto, che durò per il spatio di cento quarantaquattro anni, ſin'à tanto, che furono da Moisè per ordine di Dio liberati, conforme recita la Biblia Sacra nella Geneſi, e nell'Esodo nelli loro Capitoli.

   Et perche Plinio nel terzo lib. Cap. quinto dice, che Napoli fù edificata da Cumani, e Calcidesi nationi Greche, li quali venuti ad habitare nell'Isola d'Ischia intorno all'anni del Mondo 2818. indi à terra ferma discesi edificorno Cuma, e poi passarono ad habitare Partenope, ch'oggi si dice Napoli, come anco riferisce Servio sopra il terzo dell'Eneide di Virgilio; e dal nostro computo auttorizzato da tanti veridici, e gravi Autori appare che questa Città di Crotone, come sta detto da capo, habbi havuto il principio della sua habitatione d'intorno alli anni del Mondo 1765. dunque chiara cosa è che più di mille, e cinquantatrè anni l'habitatione di Crotone fu prima di quella di Napoli.

   Et Mentre Bartolomeo Marliano nella sua Topografia con l'auttorità di Catone, di Tito Livio, di Cicerone, e altri, apporta, che Roma hebbe il suo principio intorno agli anni del Mondo 3212. trecento novantaquattro anni dopò di Napoli. Resta chiaro ancora, che questa Città di Crotone, ch'incominciò dall'anno 1765. hebbe il suo principio 1447. anni prima di Roma.

   Nel detto Teatro de' Prencipi, e dell'historie del Mondo del Doglioni si legge ancora, che intorno all’anni 2484. Dardano diede principio all'habitatione di quella Città, che da se stesso prese il nome di Dardania, che poi fù detta Troia nella Frigia, & perche la prima habitatione della Città di Crotone fù intorno agli anni 1765. dunque Crotone hebbe il principio 710. anni prima di Troia, e sequendo il computo degl'anni del detto Doglioni, dicemo, che l'ultima ruina di Troia fosse stata intorno 2783. che à questa ragione la Città di Crotone hebbe il suo principio anni 1018. prima di detta ruina.

   Et essendo stata fatta Città intorno all'anni del Mondo 2270. si chiarisce questo essere stato 513. anni prima della rovina di Troia.

 


Quanto era grande questa Città, et il suo castello.

CAPITOLO IX: 46    

   Questa città era dodici miglia di circuito, come dice Livio nel 14. lib. delle sue historie, con grosse muraglie, che la cingevano, e la rendeva fortissima anco un grandissimo Castello, che d'una parte soprastaua al mare, e dall'altra parte soprastava alli campi, e lo rendeva forte il sito, essendo il detto Castello sopra un monte sublime, e elevato, con una muraglia grandissima, che lo circondava, il fiume Esaro passaua per mezzo, conforme si leggono le proprie parole di detto Livio in detto lib. 14.: Urbs Croto murum in circuitu patentem duodecim millia passuum habuit, ante Pyrri adventum in Italiam, post vastitatem eo bello factam, vix pars dimidia habitabatur, flumen, quod medio oppido fluxerat, extra frequentia tectis loca praeter fluebat muros &c. e poco appresso dice così nell'istesso libro & Arx Crotonis una parte imminei muri, altera vergente in agrum situ tantum naturali quodam munita postea, et muro cincta, quo per aversae rupes ab Dionisio Siciliae Tyranno per dolum fuerat capta.

   Et mentre era di tanta grandezza, e così ben munita, e fortificata, era piena dentro di grandissimi, e sontuosi palaggi, di vaghe fontane, e di Tempij superbissimi, havea una bellissima, e spatiosissima piazza, della quale fà mentione Diodoro Sicolo nel 12. della sua Biblioteca, quando racconta la fuga di Sibariti dalla loro patria, dicendo, che gionti detti Sibariti in Crotone, n'andaro subbito alla piazza, in mezzo della quale si vedeva una Ara dedicata ad un Dio, il quale Dio era Ercule (come si dirà à suo luoco) al quale essi Sibariti confugirno per sicurtà della loro vita; per lo che nacque la guerra trà Crotonesi, e Sibariti, come à suo luoco anco si dirà. Fà mentione ancora di questa  piazza Erodoto nel terzo lib. quando racconta la fuga di Democide Crotoniata dalle mani de i Persi mandati con esso lui da Dario, se ne venne nella sua patria, dove arrivorno anco essi Persi, quali havendo trovato Democide nella piazza il presero, e volendolo portare via con loro, li fù da sui Cittadini prohibito.

   Per tornare al detto Castello, e sapere quanto grande era, dall'istesse parole di detto Livio, dicendo, che da una parte soprastava al mare, e dall'altra parte alla campagna, chiaramente se ci dimostra, che quello, ch'oggi è Castello, che soprasta al mare, era unito con quello che ſi chiamava Cavaliero, che soprastava alla campagna, e tanto era grande l'antico Castello; anzi prima, che detto luoco chiamato il Cavaliero, che li moderni haveano fatto, come un forte dentro la Città, pochi anni sono si deroccasse, vi si vedeua una bellissima cisterna, e molti altri edifici, e muri sotterranei, che ſino al Castello di hoggi si stendevano, & detto Castello antico dovea essere così grande, mentre si refugiavano in quello (nelle tante invasioni di diverse gente straniere che tutta Italia non solo questa Città, trauagliarono) la moltitudine di gentil'huomini con loro grosse famiglie, che in sì popolosa, e grande Città si ritrovavano, come à suo luoco pienamente se ne ragionerà.

   Vi era un spatioso, e sicuro porto, dove molte Trireme, navi, e altri vascelli si lavoravano, havendo la commodità delle montagne della Sila vicine da dove ogni sorte di legname vi si portava: perlo che la città di Crotone teneva in ordine sempre un'armata per defensione sua, e delle Città, e Terre à lei soggette; il che si cava in Laertio nella vita di Formione, in Suida, & altrove, dicendo, che Formione valorosissimo Capitano Crotoniata per mare, e per terra due volte in battaglia navale vinse i Lacedemonij, li quali per vendicarsi della perdita prima, rinforzata la seconda volta la loro armata di ottantacinque grosse navi, s'incontrorno con l'armata de’ Crotonesi, li quali dovevano essere ò molti più, ò poco meno di loro, e li vinsero, li ruppero, e vittoriosi se ne ritornarono, portando con essi gran parte dell'armata nemica, mentre trè navi sole se ne andorno à pena salve à Lacedemonia, rimanendo l'altre parte sommerse, e parte prese da’ Crotonesi.

   Polibio nel 10 lib. parlando delle felicità di Crotone così và dicendo: Nihilo tam minus magnam sibi felicitatem vendicare videntur haud aliundè, quàm ex locorum fertilitate, quae nè conferri quidem potest ad Tarantinorum portus, et loca. est autem & commoditas eius loci etiam ad portus Adriaticos, nunc quidem magna, maior vero fuit ante haec tempora.

    Petronio Arbitro Caualiero Romano, il quale scrisse nel tempo, che Roma godeva l'Imperio del Mondo nel Capitolo 76. dice essere stato personalmente in Crotone Città antichissima, e stimata un tempo delle prime d'Italia, conforme era in stima la Città di Roma nel tempo, che lui scrisse, e che i suoi popoli erano stati sempre mai eccellenti in arme e in lettere, e havere vissuto con buone, e sante leggi. Et Plutarco nella seconda parte dice che questa Città di Crotone mandò in agiuto di Alessandro Rè de Macedonia, che stava molto oppresso da’ Persi, una trireme de’ Crotonesi valorosi sottola scorta di Failo Capitano valorosissimo di Crotone, il quale con detta sua Trireme, & co’ suoi valorosi campioni, con incredibile valore l'istesso Alessandro, e tutta la Grecia da tanti inimici assalti liberorno, il detto Doglioni nella prima parte del primo volume dice, che questo Alessandro successe Rè di Macedonia, dopò Aminta suo padre, e fù cognominato il Ricco, nell'anni del Mondo 3460.

   Erodoto Autore antico lib. ottavo, Cap. 4. dice, che Atene ritrovandosi da Xerse potentissimo inimico molto ossessa, mandò a dimandar agiuto da Crotone, la quale mandò subito una grossa nave de’ Crotonesi in suo agiuto sottola guida d'un valoroso Capitano detto anco Failo, il quale si adoprò con tanto valore co' suoi, che ritirato per all'hora l'inimico, da tanto crudele assedio la Città di Atene liberolla; & secondo il Doglioni nel Theatro de’ Prencipi nella prima parte del primo volume Serse fù negli anni del Mondo 3476.

   Tito Livio lib. 4. de bello punico dice, che li Brutij, che militavano insieme con cartaginesi ſoldati di Anibale, sdegnati contro essi cartaginesi, che si usurpavano per essi soli il dominio delle terre, che prendevano, si risolsero con ogni loro sforzo di andare, & pigliare Crotone, credendo, che se questa Città, e il suo porto havessero possuto ottenere, tutta la maremma della Magna Grecia, & altri luochi più prossimi occupato haverebbono.

   Li Saraceni sottoil loro Capitano Sabba, che vennero in Italia nell'anno del Signore 931. con gran travaglio, e stenti pigliorno questa Città, la quale dopò presa, rifecero le mura, e case & per molti anni mantennero nel porto una grossa armata, con la quale tutto il Regno & gran parte della Grecia danneggiorno, come si dirà a suo luoco.

Il Constanzo lib. 3. fol. 60. il Sommonte, e altri, dicono che il Rè Giacomo, ò Giaimo d'Aragona Rè di Sicilia con 50 galere, e molti altri suoi vascelli con Rugiero dell'Oria suo Ammiraglio venne in Crotone, dove si trattenne nel porto molto tempo detto Rè ſin tanto, che Ruggiero andò, e venne da soccorrere Catanzaro, che stava assediato dal Conte di Artois Marescial del Rè Carlo II. di Angiò.

 


Li Tempij superbissimi, et ricchissimi, che erano in questa città,

et altre cose curiose, et belli edificij.

CAPITOLO X: 50

   Iamblico nella vita di Pittagora, dice, che i Crotonesi à conseglio d'esso Pittagora, il quale veramente affermava, che Ercole havea illustrato di nome di Città Crotone, & che sempre n'havea tenuto la protettione, construssero uno grandissimo Tempio al detto Ercole, & una grandissima statua al medesimo, nel mezzo della spatiosa Piazza eressero, quale da’ Crotonesi in grandissima stima, & veneratione fù sempre tenuta, anzi li nobili per le scritture uniuersali, & della communità suggellorno con il suggello, dove Ercole, con la Città di Crotone in mano scolpita si vedeva: conforme dopò, che quelli dalla nobiltà presero il Santo battesimo dalle mani di Santo Dionisio Areopagita, hanno sempre suggellato con il suggello, dove è scolpito S. Dionisio con detta Città in mano, conforme se ne ragionerà à suo luoco: nè questa Città sola eresse Altari, e statue al detto Ercole, mà tutta Italia, anzi tutto il mondo, come Dio lo riverivano, conforme dice il Boccaccio nel 13. lib. della geneologia de gli Dei; & altri infiniti Autori.

Vi era il Tempio di Cerere Dea delle biade, edificato da’ Crotonesi dopò la morte di Pitagora dell'istessa casa di Pitagora, come disse Valer. Maſſ. Nell'ottavo lib. del decimo sesto capo, tanto era la riverenza che à lui portavano, mercè à tanti ricevuti beneficij da lui, al quale in vita come un Dio riverivano; le parole di Valer. Maſf. Opulentissimaque, Civitas (parlando di Crotone) tam frequenter venerati (per Pitagora) post mortem Domum eius cereris Sacrarium fecit.

  Vi era il Tempio di Giunone Lacedemonia, appresso il quale si vedeva secondo Pausania nel sesto, eretta la statua di Astilo Crotonese, rovinata dipoi da’ suoi proprii Crotonesi, quando rimasto vincitore nell'Oimpia à compiacenza di Dionisio Siracusano, disse essere siracusano, negando la vera patria, per tal causa le fù rovinata la detta statua, & la sua casa, la quale poi fu dedicata per uso di publico carcere, come, trattandosi della sua vita,  se dirà.

    Vi era il Tempio di Giove Omario conforme dice Polib. nel secondo delle sue historie, che pacificatosi, & uniti insieme i Crotonesi, Sibariti & Cauloniti giontamente constituirno il Tempio di Giove Omario stimato luogo opportuno, dove si havessero fatto l'orationi; & s'havesse possuto con il popolo le cose necessarie al governo della Repub. Trattare, e havendo havuto dalli Greci le leggi con quelle la loro Republ. volevano ben ordinare; quando assaliti da Dionisio Sirac. da tal'opra fur constretti desistere, & quella abbandonare.

   Vi era il Tempio di Apolline del quale fà mentione Iamblico, quando dice, che i Crotonesi havevano per ammonitioni de Pittagora abandonate le concubine, pregaronlo fra l'altre cose, che nel detto Tempio d'Apolline raggionar potessero alli loro figlioli. In questo Tempio (come riferisce Aristotile nel libro delle mirabili ascoltationi, fù trasportato da’ Crotonesi l'arco d'Ercole, togliendolo per forza dal Tempio di Apolline Haleo, al quale era da Filottete stato consacrato, secondo Orione, all'hora quando venne in questi luoghi ad habitare.

   Vi era il Tempio delle Muse, quale i Crotonesi constituirno, come dice Iamblico, & Nicolò Scutellico nella vita di Pittagora, & Aulo Gellio nel primo. per conservarsi la Città in perpetua concordia, perche il coro delle muse complisce in se la consonanza del concento, l'armonia & tutte l'altre cose necessarie per farsi una perfetta concordia, & questo à conseglio di Pittagora, quale Tempio construtto, & ben ordinato, i Crotonesi abbando-narono a fatto tutte le loro concubine, con le quale molto tempo prima havevano vissuto; questo Tempio stava situato dentro la Città sopra un monte sublime detto ancora hoggidì la Cappellina, così detto dal nome della Sacerdotessa di detto Tempio figlia di Appio Crotonese, conforme disse Camillo Lucifero nel suo scritto a mano dell'anno 1523. come dirò appresso.

   Vi era il Tempio di Marte sito dentro detta Città ancora sopra un Monte detto Caudino, perche in esso furono ritrovate alcune codi di serpenti, che perciò sottoli piedi d'esso Marte erano scolpiti alcuni serpenti, quale Monte hoggidì si chiama la Rotonda per essere un Monte rotondo, questo Monte è delli fratelli di Casa Labruti, gentilhuomini d'essa Città & è fuori la Città più d'un miglio. questo Monte viene nominato da Giovanni Boccaccio in queste parole: Caudinus Calabriae Mons est. questo Tempio fù anco construtto da’ Crotonesi è conseglio di Pittagora, dopò la vittoria ottenuta contro le due Città vinte da’ Crotonesi, Temsa, & Cleta nominate, la cui statua di Marte tutto il corpo era di argento, & la testa di oro, quale oro, & argento pervenne dall'espugna-tione di dette due Città, conforme dice detto Camillo Lucifero.

   Vi era un'altro Tempio dedicato alla Dea della Vittoria construtto ancora à conseglio di Pittagora, sito sopra un'altro monte, che all'hora era dentro la Città, hoggi è più d'un miglio, e mezzo distante da quella, quale monte si chiamava Egregorio, il quale fu Duce de’ Sibariti, ò fù preso da’ Crotonesi nella guerra de Sibari, e malamente ferito, e condotto nella sommità di questo monte, dopò, che fù dal suo corpo tutto il sangue uscito prima, che spirasse disse queste parole: Io da una parte moro contento, perche moro per servitio della mia patria, dall'altra parte moro disperato; perche lascio la mia moglie, e figli schiavi de’ Crotonesi miei capitali inimici; dopò morto fù sepellito nell'istesso Monte, che perciò il Monte da detto Egregorio il nome prese, e ivi fù fabricato questo Tempio; hoggi detto Monte si chiama Maccoditi, & è proprio quello ch'oggi è detto la Torre di Mangioni gentil'huomini di detta Città, questo anco fù fatto dopò, che i Crotonesi vinsero le sopradette due Città Temsa, & Cleta, & dalle spoglie di quelle fecero anco il corpo di questa statua della Vittoria tutta di argento, e la resta di oro, come habbiamo detto di quella di Marte; conforme il tutto hò letto nel scritto a mano del detto Camillo Lucifero.

  Formione Capitano valorosissimo, che vinse le dette due Città Temsa, & Cleta, perche fù ferito nell'assalti dati alla detta Città di Temsa, & dopò con stupor di tutti sanato, come si dirà a suo luogo, dopò sanato, fece fare due corone di oro lavorate, e gemmate con molte pretiose gioie, l'una fè collocare sopra la testa di Marte, e l'altra sopra la testa della Vittoria; & à ciascheduna di dette corone erano scritte in greco queste parole: Formione Forte.

   Questi Tempij, poi, credo furono violati, e spogliati da Dionisio, da Pirro, da’ Romani, da’ Brutij, da’ cartaginesi, da Gothi, da’ Saraceni, e da tante, e tante altre nationi, che tutta Italia, non solo questa Città rovinorono.

   Quanto hò detto delli trè Tempij, che i Crotonesi edificorno sopra li detti trè monti, oltre dell'altri Autori apportati per il Tempio delle Muſe, io l'hò cavato dallo scritto a mano in latino fatto da Camillo Lucifero Archidiacono della Cathedrale d'essa Città nel 1523. dedicato poi a Monsignor Gio. Matteo Lucifero Vescovo dell'istessa Città ambidui gentil'huomini d'essa, quale scritto, con altre cose particolare di detta Città, io prestai l'anni passati al Padre Maestro Girolamo Salviati Carmelitano di detta Città, e più non me l'ha restituito.

  Venerò i Dei questa Città con tanta puntualità, che Valerio Massimo lib. ottavo, capitolo 16. hebbe à dire queste si fatte parole: Quantum illa Urbs (per Crotone), viguit, et Dea in hominis memoria, et homo in Dea religione cultus est: dopò che disse, che la Città di Crotone morto Pitagora, la sua casa haverla convertita in un Tempio dedicato à Cerere.

   Et mentre questa Città era così ricca di questi Tempij, dovea esser ricca ancora di molt'altri tralasciati da Scrittori, vi doveano essere Archi maestosi, alte, e grosse colonne, molti, e diversi sontuosi Trofei, Portici & Teatri ampijssimi, Amfiteatri, Logge, Palaggi, circoli, ponti, spatiose piazze, superbe porte, portentosi Colossi, superbe statue, e sepolcri magnifici, di tanti valorosi Eroi de’ quali l'historici tanto ampiamente n'hanno scritto.

   Vi era uno stagno detto Melimno, hoggi detto Melino sottol'antico Castello dalla parte del Molo, il quale per il tempo, e per la fabrica delle nuove muraglie sta di terra pieno, dove hoggidi se ci fà orto, di questo stagno fa mentione Teocrito nella quarta Ecloga, introducendo Coridone à parlare.

   Et quidem ad Melimnum impellitur, atque partes Phisci.

   sopra le quali parole dice l'interprete sopra detto di Teocrito, Melimno è un stagno nella Città di Crotone, ve n'è un'altro dell'istesso nome in Troia, ancorche un'altro interprete dice essere una bocca di palude in Crotone, ma tutti concludono questo Melimno essere uno luogo paduloso, nè in Crotone altro di questo nome si ritrova.

   Vi era un Monte detto Fisco, del quale si è fatta mentione di sopra nel verso citato in Teocrito, sopra le quali parole l'istesso Interprete dice, Fisco essere un monte in Crotone, nel quale si vedevano bellissimi pascoli, ne meno hoggidì si ritrova tal nome, onde si conosce, che ogni cosa col tempo sta mutato.

   Vi era un'altro Monte à torno detta Città chiamato Latimno, conforme l'interprete di Teocrito, dicendo essere tutto pieno di bosco, detto Teocrito in detta Ecloga nella persona di detto Coridone cosi disse: Interdum autem exultans pascitur umbrosum circa Latymnum: hoggi non si vede monte alcuno di questo nome, potria essere fosse quel monte detto la Brica, tanto eminente, e bello, che non può vedersi monte più dilettevole, dove sono molti alberi fruttiferi, belle vigne, buoni pascoli, e aere perfettissimo, con ruscelli di acqua bellissima, e soprasta al mare, in maniera tale, che hormai si scopre la Velona paese de’ Turchi. Mezzo miglio lontano dalla Città è il fonte d'acqua, detta l'acqua bona, che beve tutta la Città, & Terre convicine, perche se bene dentro la Città vi sono molti pozzi, e cisterne, non beveno di questa acqua, ma di quella, e in questo loco dove è questa acqua vi sono vigne, e giardini bellissimi frà l'altri il giardino di Fabio Pipino gentil'huomo di detta Città, ch'è il refrigerio di tutti l'infermi, dove si tiene sia stata la casa, e il tumulo del vecchio Crotone, per li grandissimi edificij sotterranei, che vi si trovano, con bellissimi lavori, & altri.

   Quasi un miglio lontano dalla Città si vede correre piacevolmente Esaro anticamente fiume celebratissimo, il quale per il detto di Livio lib. 14. come sta detto, passava per mezzo la Città, ma dopò la ruina fattali da Pirro Rè degli Epiroti, il fiume passava per di fuori le muraglie, di questo fiume se n'è fatta mentione nell'edificare Crotone, nel farla Città & in altri luoghi, adesso diremo qualche cosa. Dionisio Afro nel suo lib. del sito della terra in questi versi tradotti dal greco in latino da Eustachio così dice:

Moenia cernuntur Metaponti, deinde Crotonque,

Quam pulcher gratam praeterfluit Esarus Urbem

Ulterius pergens hinc templa Lacinia serves.

   Poi soggiunge:

Amabile oppida bene coronati Crotonis

Habitati sub Esaris gratiosi fluentis.

  Per le parole, bene coronati Crotonis, parla per li Crotoniati, che furo coronati di tante vittorie nelli giochi Olimpici, e altrove.

  sopra le quali parole dice detto Eustathio suo Interprete, questo fiume Esaro essere talmente detto da un Cacciatore nominato Esaro, il quale andando in questi luoghi cacciando appresso una Cerva, cascò dentro questo Fiume annegandosi, perilche il Fiume dal Cacciatore prese tal nome, del quale fà mentione Licofrone nella Cassandra, parlando di Filottete, così dicendo: Illum verò et Aesari ſluente.

Et Teocrito nel quarto idilio mentionato di sopra dice:

Minimè interdum quidem illam in Aesaro pascens

Et mollis graminis pulchrum fascendo.

   Frà Leandro Alberti nella sua descrittione d'Italia, dice questo essere quel fiume da Tucidide nel settimo della guerra Peleponnesiaca detto Hilia, perche d'Esaro non fà mentione Tolomeo; mà io dico, che se detto Frà Leandro havesse meglio studiato, haveria ritrovato in Ovidio nel detto decimo quinto, quando Numa venne da Roma per intendere da Pittagora le leggi, questi versi, oltre di tanti Autori addotti di sopra.

   Claviger alloquitur, lapidosas Aesaris undas & c.

   Et appresso: Invenit Aesarei fatalia Fluminis ora.

   Diodoro Sicolo nel quinto, e Dionisio Alicarnasio nel primo delle sue historie, e lsacio in Licofrone concludeno, che Ercole venne da Spagna con l'armento in questo fiume Esaro.

   Quel Greco interprete di Teocrito nel quarto Idilio dice, che Crotone venne dalla Samotracia in questo Fiume Esaro; così dice Celio antichissimo historico Greco, e Varrone, con altri nominati nello trattato dell'edificatione di questa Città; & nel presente ancora il Boccaccio nello lib. delli fiumi, e Strabone nel 6. dove dicono questo fiume haver havuto un porto, e che fosse navigabile.

Ma hoggi non pare segnale di questo, e potria essere fosse quel ch'el volgo per traditione sole dire, che si congiungeva con questo fiume Esaro un'altro fiume detto Tacina ch'ora sbocca nel golfo de Squillaci, conciosiache nè Tolomeo, nè Strabone, nè Pomponio Mela, nè altri antichi Cosmografi fanno chiara testimonianza, che questo fiume, il quale hoggi chiamano Tacina, havesse fatto il corso suo in detto golfo di Squillaci, suorche Plinio il quale lo chiama Targine, forse che nel suo tempo havesse preso questa strada, quando prima faceva quell'altra.

   Da quella parte di questo fiume Esaro verso terra è una Valle, detta communemente Lamposa, che lano Pelusio Crotoniata eccellente Poeta la chiamò valle Emposa con questi versi:

Vallis Empusae decorata tellus,

Arborum foetu, varijs & vuis

Grata, qua praehent populo Crotonis,

Vina quotannis.

Per tuos Baccus Iovis alma Proles

Semper it campos viridi revinctus

Pampino, dives sequitur honorum

Copia cornu.

Flore contexunt varto corollas

Candida Nimphae, radiosque vitant

Solis ardentis salicum sub umbra,

Ad caput unda.

Hic Dea fretae auxilio Dianae

Turgidas lyncas serientis arcu,

Nil timent, Faunos solitos puellis

Insidiari.

O mihi Divae fugere ad recessum

Si annuant vestrum superi benigni,

Et frui tectis liceat paternis,

Quo mihi vita

Esset, & felix nimis, & beata,

Vos mei dulces miserescite oro,

Atque me tandem miserum Crotoni.

Redite Muse.

   Questa Valle è piena di bellissime vigne, vaghi giardini, forte Torri, acque fresche, e è molto dilettevole, che non si può vedere più amena Valle di questa.

   Da una parte di detta Valle vi è un Monte, sopra lo quale è una grande pianura, che si chiama il feudo di Briglianello, dove è una fontana abondantissima di acqua perfettissima; vi è una picciola Chiesa intitolata San Giouanni, dove vi si fa la festa ogni anno: questo feudo era del Signor D. Francesco Campitello Prencipe dignissimo della Città di strongoli, il quale l'ha venduto a Gio. Dionisio Suriano gentil'huomo di detta Città di Crotone, il quale in virtù delli privilegij, l'have fatto habitabile, e è uno Casale bellissimo, dove si sono uniti ad habitare molte casate della Provincia, appresso viene un'altra fontana detta Brausa, e poi segue l'altra detta acqua della Valle della Donna, e queste vengono tutte à parte destra della detta Valle de Lamposa; à sinistra vi è uin'altra fontana detta l'acua di Christo, tutte acque bellissime. Scendendo alla parte della marina vi è una bellissima pianura detta lo palazzo, dove anco sono bellissime vigne, e giardini con ogni sorte d'alberi di citrangole, lemoncelle, cedri, dattoli, e quanto si può desiderare con torre, & acque sorgenti bellissime, che per la vista del mare sono luochi esquisitissimi. questo luoco fù così detto dal Palazzo, che quivi era, dove se teneva il Senato, quando questa Città era Republica, conforme li suoi grandi vestigi sono stati sia nell'anno 1541. quando per servirsi della pietra per la nova fabrica fatta in essa Città, dalli Ministri Imperiali di Carlo V. furono quelli dell'in tutto deroccati, conforme da’ vecchi habbiamo per traditione. sopra un bellissimo poggetto due miglia lontano dal mare è un luogo, ch'era habitato, anticamente detto Allegra cuore,dopò si dice Crepacore, perche vi morì la Marchesa di Crotone, dopò che il Rè di Aragona carcerò il Marchese suo marito D. Antonio Centeglia, & li confiscò   tutte le sue terre come si dirà. Più sopra di questi luochi dentro terra era una Città detta Leonia, poi destrutta, come disse Camillo Lucifero nel suo scritto à mano mentionato di sopra, che poi li moderni dissero S. Leone, & fù Vescovato, quale poi fù aggionto all'Arcivescovato di S. Severina.

   Et seguendo il camino verso la marina via passato Esaro; vi è uno Vallone detto Armerì, dove era anticamente la strada dell'armeri, quando era dentro la Città, dopò viene un'altro detto Vallone Salso, prese il nome della proprietà dell'acqua, che ſempre è salſa: vi sono molte acque torrenti, & fontane per tutto il Territorio, ma si tralasciano per non tediar il curioso Lettore: rimettendomi alla pianta della Città come è hoggi, e come era in quei tempi antichi, che sarà bellissima, e curiosissima cosa à vedere.

   Viene da questa parte il fiume Neeto così detto, come riferisce lsacio, & Strabone nel 6. per le navi de' Greci abbruggiate in questo fiume dalle sorelle di Priamo Troiano, ch'erano portate carcerate da’ Greci, dalla parola Nais, che vuol dire nave, & da Aetho, che vuol dire ardo, & perciò è stato chiamato Neeto; cioè fiume, nel quale furo arse, & bruggiate le navi Greche dalle donne Troiane: & Ovidio nel decimo quinto lo chiamò Neretho Salentino, mà falsamente, come dice Rafael Vuolaterrano è questo fiume discosto dalla Città di Crotone sei miglia, dice Plutarco, nelli suoi Problemi, che quando li Greci, ch'erano andati à spasso vagando, ritornati trouaro le sudette navi abbruggiate, si presero gran sdegno contro le donne Troiane; mà quelle con tante belle parole, con tante lusinghe, e tanti gesti, abbracciandoli baciavano li Greci, che perciò restò in consuetudine in queste parti per molto tempo, che le donne, quando li veniva in casa uno parente, fraternalmente lo baciavano, conforme è rimasto dopò questo vſo frà le donne istesse. Le sorelle di detto Priamo si chiamauano Neuprestite, perche havevano abbruggiato le navi; ma li proprij nomi loro secondo Apollodoro, e altri Autori furono Ethilla, Astiochine, e Medesicastone figlie di Laomedonte, e sorelle di Priamo Rè di Troia; di questo fiume fà mentione Teocrito nel quarto Idilio, inducendo Coridone parlare à Batto così dicendo:

   Et ad Neaethum, ubi bona omnia nascuntur,

   Aegypyrus, & onixa, & bene olens Meliteia.

   In questo fiume sono bellissime trotte verso sopra la montagna & nella parte dove sbocca alla marina, cefali, e altri pesci, tra quali vi sono storioni, & tanto grandi, che nell'anno 1593. essendo il Duca di Nocera Avo di quello, che vive hoggi il quale fù l'ultimo di sua casa della famiglia Carrafa, in Cutro sua Terra vicino di Crotone otto miglia D. Diego Pignero Castellano del Castello di Crotone havuto un storione di più di dodeci rotola, lo mandò a presentare con un huomo à cavallo al detto Duca, il quale lo ringratiò, & l'hebbe molto à caro; dopò perche detto Duca amava grandemente Gio. Andrea de Nola Molise gentil'huomo d'essa Città di Crotone mio Zio per un'altro huomo à cavallo, mandò il storione istesso a Gio. Andrea in Crotone: dimostrando quanto affetto le portava, questa è cosa publica, e ben lo sanno li vecchi di detta Città.

   Et per descrivere à torno detta Città quanto vi era di buono è necessario tornare in dietro, e perciò sequendo dopò il Monte, detto hoggi la Brica, per l'istessa pianezza si ritrova verso lo capo delle colonne la Fontana detta Prasinace, dalla banda nelle terre, detto Tuvolo della famiglia de casa Soriano gentil'huomini di detta Città è un’altra fontana bellissima, sopra la quale il dottissimo Poeta Iano Pelusio Crotoniata scrisse questi versi:

Egon te Tubule elegantiorum

Doctis versibus, et laboriosis

Digne, qui volites virum per ora,

Ingratissimus omnium relinquam

Indictum, et tacitum? Scelus nefandum

Tantum non faciam, novem sorores,

Quae potant latices refrigeranteis,

Et fontes liquidos, meae Camenae,

Si quidquam poterunt, tua tenebunt

Lymphas, fontibus omnibus relictis,

Quos Parnassus habet, iugumque Pindi.

Tu quondam gelidos tuos liquores

Per cavos tubulos fuens, Crotoni,

Atque eius populo dabas bibendos

Erant, et quoniam salubriores

Succi Paeonijs, liquoribusque

Qui nunc ex puteo bono trahuntur

Gens fortissima Martis in cruento

Ludo, acclara nimis domi, sorisque

Nostri semper erant crotoniatae

Sano corpore, mente saniore;

Nunc te (cum venia, bonaque pace

Hoc dico patriae meae) Capelle,

Oves, et vituli bibunt, tuisque

Rigas Praedia rivulis propinqua

Ciues unanimes mei & potentes

Vos Pelusius orat, obsecratque

Per canalia longa, perque ductus

Fontis tàm placidi, utilisque lymphas

Ducendos statuatis ad salutem,

Et ad commoda multa Civitatis.

   Appresso verso mare è quel fruttifero, e tanto utile territorio, detto Alfiere, che fù della mia famiglia detta de Nola Molise, la quale non solo è quasi migliore di tutti l'altri territorij nel pascolo d'ogni sorte di animali, e per la coltura, e seminare; mà vi è la perera della pietra forte, che chiamano cantoni, quale serve per porte, per fenestre, e spontoni di muraglie in luoco del piperno, che si usa in Napoli.

   Sequendo il camino verso il capo delle colonne si ritrova verso mare à mezzo di la fontana detta Scifo, così detta hoggi, perche i Crotonesi per commodo delli animali, che in quella bevono, vi hanno fatto di fabrica una pila lunga, che communemente chiamano Scifo. lano Pelusio già detto Poeta Crotoniata, l'honora con questi versi:

Fons dulcissime fontium relictis

undis Bellerophontides puella.

Quem docte Aonia Leonis ora

Cùm fervent magis, & magis perurunt

Cunctis anteferunt aquis, ferarum

Alcides domitor tibi trinodi

Clava cùm domuit malum latronem,

Qui Lacinius à Crotoniatis

Dicebatur, et oppidis propinquis,

Nomen imposuit Sciphi; quod ipse

Poterat latices Thyonianos

Scipho; iussit, & antequam rediret

Ad Eurysthea peſſimum tyrannum,

Ad formam fieres sciphi puellam

Cùm raptam sibi quaereret per orbem

Ceres, ac fureret caloris aestus

Rore se gelido tuo calentem

Plus una vice simplice levavit;

Atque illinc abiens tibi praecata est,

Cursum perpetuum & nimis salubrem,

O fons dulcicule, et voluptose

Et quando egelidos tuos liquores

Cum meo unanimi, et bono sodali,

Gazella lepidissimo Poeta

Vino non sine cretico, et falerno

Ebiham à Ille dies utque nostrum

Non rubro, aut viridi nota, sed albis

Thracum more notabitur lapillis.

   Seguendo il camino verso la punta di detto Capo delle colonne passato Scifo viene un'altro piccolo capo, detto Capo pellegrino, overo peregrino.

   Dall'altra parte verso tramontana vi è un'altra fontana in uno luoco particolare, che si chiama il Mariello, & questo nome l'è proprio, perche vi è un piccolo porto dove possono stare alcuni vascelli: quest'acqua è bellissima ancora, che perciò pochi anni sono, e in questa fontana & in quella sopra detta Scifo sono fatte due nove torre fortissime per guardia di tutto questo capo, e terri convicine à spese della Regia Corte, come sono per tutta la riviera del Regno.

   Et perche già siamo gionti alla Ponta del capo delle colonne, è necessario di quella a pieno trattare; & perciò dico, che questo capo è uno spatio di terra, che si stende dentro mare verso Leuante quanto fosse un miglio & mezzo, come un braccio, che al più largo incominciando da dove si stacca, sarà largo quasi un miglio; poi si và stringendo verso la Ponta con tanto artificio naturale, ch'è una bellissima cosa à vedere, in ultimo sarà un quarto di miglio largo poi nell'estremi di detta ponta il terreno sopra è piano, ma dalla parte di mare à torno à torno è alto con grandissimi scogli naturali, è fertilissimo territorio atto per ogni pastura, e coltura, aere perfettissimo, verso la ponta di detto capo è un boschetto di arboretti, come sono lentischi, mortelle, e altri, & sarà poco meno d'un mezzo miglio di circuito; nel mezzo si và pianamente calando, come in una fossa, dove ci è una fontana d'acqua bonissima; & è tanto capace questo luoco, che possono starvi dentro cinquanta caualli, & ducento huomini imboscati senza essere visti si chiama volgarmente la fossa dello Lupo, dove li Crotonesi sogliono fare imboscate a’ Turchi, quando vengono a mettere in terra in questo capo per acqua, ò per fare carne, perche sempre vi trovano animali a pascolare, & ne riportano sempre la vittoria i nostri, ò di Turchi schiavi, ò di robbe, e qualche volta dell'istesse galeotte, conforme alla occasione, che vi sopragiunge.

   Al frontespicio di detto capo da diece miglia in circa distante apparivano due Isolette l'una chiamata Diescorono, e l'altra Calipso, da Homero Ogigia nominata, le quali hoggi non pareno. questo capo detto hoggi delle colonne, fu detto Promotorio stortingo, e dopò Lacinio, come si dirà appresso: dopò fù detto Nao, parola greca, che in latino sona Templum, perche in quello fù il Tempio della Dea Giunone Lacinia, così sperbo, e sontuoso celebrato per tutto il Mondo: fù detto anco, conforme hoggi si dice Capo delle colonne, per le quantità delle colonne che vi sono state, e hoggidì se ne conseruano due; & pochi anni sono che ne cadè una, restandone solo una in piedi, sopra le quali quantità di colonne era la scola di Pitagora, della quale si farà particolare mentione.

    Il Pontano nel suo trattato de Astris scrisse, che questo promontorio sia sottoil quinto segno celeste detto Leone, e va raccontando che in questo Capo nascevano naturalmente li cedri, e hoggidì vi nascono ogni sorte di erba tanto per servitio dell'huomo, quanto per ogni sorte di animali, nel mare vi si pigliano coralli rossi, & bianchi, ci sono ancora pesci d'ogni sorte che se ne pescano di ogni tempo, perche havendo scogli grandi, che lo cingono à torno, il pescatore può pescare coverto dal vento in quella parte, dove più l'aggrada; oltre li pesci, vi sono patelle, e ogni sorte di frutti di mare, che in Napoli, e altrove può trovarsi.

   Tra questo capo delle colonne, e la Città di Crotone era un'altra Città, detta Laureta, così chiamata da Laura figlia di Lacinio, e moglie di Crotone, conforme dice Isacio Interprete di Licofrone nella Cassandra, e altri Autori, come in altri luochi hò descritto: anzi l'istesso Licofrone volendo nominare i Crotoniati disse in sua lingua greca, che poi detto Isacio tradusse in latino così: Turres destruent Lauretae filij.

    Intendendo per li Crotoniati, che fossero uin'istessa cosa, overo perche alcuni Laureti fossero andati ad habitare in Crotone, e come dependenti da Laureta l'Autore li chiama figli, hoggi non pare nessuno vestigio di questa Città Laureta; solo dove può considerarsi essere stata detta Città, si ascende per un camino chiamato Calo Laura, che il greco dice detta parola Calo, quale in latino tradotta vuol dire res bona, et honesta, come volesse dire la bona, & honesta Laura, dicendo Calo Laura. Questa Citta fù destrutta da’ Saraceni, come si dirà à suo luogo.

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