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venerdì 1 luglio 2022

§ 356 010722 Gio:Battista di Nola Molisi, Cronica dell'antichissima, e nobilissima città di Crotone; II, cap. II-VII.

Secondo appuntamento con la riedizione dell'opera del Nola Molisi. La trascrizione è fedele al testo originale, comprensiva di quelli che oggi suonano come errori, ma che forse nel XVII secolo tali non erano.

Quando ci si pone dinnanzi ad un testo antico credo sia buona norma una certa 'deferenza', un rispetto per il lavoro di autori e stampatori, essendo, specie il compito di questi ultimi, molto gravoso e difficoltoso. Si parla di caratteri ricavati nel piombo, spesso insufficienti di numero o assenti nel repertorio della stamperia. E poi, dove potremmo apprendere come si parlava e scriveva l'italiano antico? 
(Immagine da googlebooks)

Perche fù detta Magna Grecia.

CAPITOLO II: 10

   Fù chiamata Magna Grecia, così detta dagli Aborigini, come scrive Sempronio nel suo libro della divisione d'Italia, & Strabone lib. sesto dice, che gli Iapigij habitarono questa Provincia, & poi fù detta Magna Grecia dai Brutij à differenza loro, perche i Greci habitorno più in questa parte d'Italia, che in altre parti di quella, & anco per il gran numero de' nobili, & popolate Città', che vi fecero. Gio. Antonio Flamineo d'Imola huomo dottissimo diceva, che havesse acquistato tal nome di Magna Grecia per la nobiltà, & eccellenza della Provincia, dov'ella è posta, & per la moltitudine di tante illustri Città, & huomini eccellenti, che in quella sorsero; & per dimostrare i Greci questa eccellenza, con la quale avanzava tutte l'altre Provincie del Mondo, conforme anco disse Strabone, Eustatio in Dionisio Afro, Ateneo lib. duodecimo, & Dionisio Halicarnasio con molti altri scrittori, così dimandarono questo paese, ove principalmente habitarono, Magna Grecia. Ovidio nelli Fasti libro quarto:

Itala nam tellus Grecia maior erat.

   Polib. nel secondo lib. Nam quo tempore in ea regione Italia, qua tunc Magna Grecia appellabatur coetus Pythagoreorum & c. Et l'istesso Polibio nel fine del terzo lib. dopò che i cartaginesi havevano in quella guerra vinto i Romani disse così Si quidem Carthaginenses statim omni Provincia sunt potiti, quam Priscam, & Magnam Graeciam vocant & c. Cicerone nelle Tusculane libro quarto Quis est enim, qui putet cùm floreret in Italia Graecia potentissimis, & maximis urbibus ea, qua Magna Graecia dicta est, & nel lib. primo delle dette Tusculane l'istesso Cicerone, & in Lelio, & nel terzo lib. dell'Orationi, & in molti altri luoghi dice molte belle cose di questa regione, che in questo luoco per brevità si tralasciano, ma leggendo questa historia à suoi luochi si troveranno. Virgilio nel terzo dell'Eneide, Eleno ammaestrando Enea, che dovesse evitare questi luoghi della Magna Grecia disse così, seguitando li sopra detti versi, che per altra occasione stanno referiti:

Has autem terras, Italique hanc littoris oram

Proxima, qua nostri perfunditur aequoris aestu

Effuge, cuncta malis habitantur moenia Grais.

   Santo Geronimo fà mentione di questa Magna Grecia nell'Epistola scrivendo à Paolino, narrando che Platone passò in Italia per vedere Archita Tarentino, che habitava in questa parte d'Italia detta Magna Grecia. Celio Rodigino lib. 18 delle lettioni antiche capitolo 37. dice così: Crotonis Ciuitatem dici Lauram compertum, mihi est ab laura Lacinij filia Crotonis uxore, à quo Civitati factum est nomen: Audi Plinium ex tertio naturalis historiae Graeci, inquit, de Italia iudicavere genus in gloriam sui effusissimum, quotam partem ex ea Graeciam Magnam appellando; audi Trogum exeplicatius scribentem, ab Graecis non partem, sed universam ferme Italiam fuisse occupatam urbibus multis, post tantam vastitatem Graeci moris vestigia ostentantibus: quod ipsum comprobat Athenaeus quoque lib. Dipnosophistarum duodecimo, ni ementitus est librorum ordo, & numerus & c. Inde igitur nomenclatura ducit Italica Philosophia, ut qua à Graecis in Italia Parte celebrari coepisset.

 

Perche detta Calabria.

CAPITOLO III: 12

   Hora chiamasi questa regione falsamente Calabria insieme con i Brutij conforme disse Fra Leandro Alberti nella sua descrittione d'Italia quando à tempo, che detto paese si chiamava Magna Grecia, chiamavasi Calabria tutto il paese detto hoggi Capo d'Otranto, come dice Plinio, Tolomeo, & Pomponio Mela, & Dionisio Afro de situ Orbis, descrivendo questa parte d'Italia esposta à Levante nel mare Ionio incominciando da Locri, cioè dalle parti di Regio inſin’à Taranto, & che dopò Taranto viene la Calabria, che hoggi si chiama Capo d'Otranto così dice:

Hinc est ad Boream, Zephyri, qua summa vocatur

Sub qua sunt Locri celeres, qui tempore prisco

Illus Reginam propriam venere secuti.

Ausoniamque tenet, qua currit flumen Halecis

Moenia cernuntur Metaponti, deinde Crotonque,

Quam pulcher gratam praeterfuit Aesarus urbem.

Ulterius pergens hinc templa Lacinia cernes;

Post has est Sybaris, perijt quae Numinis ira,

Praeponens hominum tumulos coelestibus avis.

Ponere, qui priscis aud certamina soli,

Samnitis medio complectitur Itala Tellus

In gremio, Marsosque; simul; tunc deinde Tarentum,

Tangitur aequoribus quod minuere Lacones.

Continuò Calabrae telluris rura sequuntur.

Usque Hyrij summam se tendit Iapigi ora.

Qua salis Adriaci trahitur vastissimus aestus,

Atque sinum penetrans Aquileium colligit undas.

   Dunque conforme l'autorità di detti autori chiamavasi Calabria tutto detto Capo d'Otranto, incominciando da Brindisi insino ad Otranto, conforme anco dice Mela, & Aetio, di più dice comprendersi Lecce, tutti questi popoli erano chiamati Calabresi, & non quelli che hora così sono nominati, perche erano detti parte Brutij, & parte Magna Graecia, conforme ancora descrive Cornelio Tacito nel terzo lib. delle sue historie nel principio così. senza punto restar di navigare Agrippina si condusse all'Isola di Corfù, la quale è all'incontro la Calabria (quale è il Capo d'Otranto) & gionta à Brindisi, Cesare mandò due squadre pretorie, ordinando, che i Magistrati della Calabria, i Pugliesi, e i Campani usassero le debite ceremonie alla memoria del suo figliuolo, & Guido Pancirolo Dottor d'ambe le Leggi nella sua opera della notitia dell'una, & l'altra dignità dell'Oriente, & dell'Occidente nel Capitolo 54 fol.151. De correctoribus Apulia, & Calabria & c. così descrive: A Silari Flumine ultram Campaniam, usque ad Laum Flumen tenuere Lucani, ut Plinius refert, nunc Basilicatam vocant; inde usque ad Leucopetram promontorium sequuntur Brutij, à Brutia regione, inquit, Iornandes, olim nominati, nunc Calabri dicuntur; antiquitus hac Regio Oenotria nuncupata, ubi etiam Graeci residerunt, quae Peninsulam efficiens Tarentum usque eius Metropolim circumvoluitur, inde ad Tarentum erat Calabria; mox usque ad Garganum Montem Apulia; sed nunc tota à Lao Flumine, Tarentum usque est Calabria; & nel fol. 182. à ter. dell'istesso Autore per l'insegne di Apulia, & Calabria è depinta una Chiesa, overo un Tempio, & sopra à parte un candeliere con due teste di donna in un sol corpo, che l'una guardava à destra, & l'altra à sinistra, questo libro mi prestò la buona memoria del Sig. Regente Tappia Marchese di Belmonte.

   Et per ultimo il Botero nelle sue Relationi universali, parlando di Calabria, dice, che quella, che habita il mar Tirreno, ove habitorno anticamente i Brutij, si dice propriamente Calabria; l'altra, che risguarda il Mare Ionio verso Levante, si chiama Magna Grecia, dove tra il Capo delle Colonne anticamente detto Lacinio, & il Capo d'Alice si vede Crotone Città bellissima, & d'aria benignissima: & è degna cosa di consideratione, quanto più popolo habitasse anticamente in questa Magna Grecia, che non habita hoggi, mentre che due Città sole posero in campagna quattrocento trenta milia soldati, cioè Crotone cento trenta milia, & trecento milia Sibari (quale restò destrutta), che non metterebbe hoggi tutta Italia insieme. Et D. Antonio de Ponte cosentino persona dottissima nel tempo, che Adriano Sesto visse disse così, lodando detto Pontefice: Ad id videndum undique concurrent Domino, & Authoribus gloriam canentes; Vos autem Italiae partes cum bellicosis, Teucris, piratica incursione omne lonium infestatibus fortiter usque manum conferentes Rhegium semper Aragonijs fidum, Leucopetra, Locri Epizephiriy, undosum Scyllacium, & eius sinus, Castra Anibalis, Lacinium, ubi specula Pythagorica, Crotoque pulcra Civitas, Parva Petra Neethi rotunda Petelia, Amoenus Cariatum, ac sibi male fidum Roscianum, propinquè Corolianum, Metapontum quoque Virgilio invidum, Piscoſum Tarentum, Callipolis indè, & omnis oleo nobilis Calabra Tellus, ut coetereas fileam & c. dice Calabra Tellus per il Capo di Otranto, che non abonda di altro, che di oglio, & quella regione primieramente fù detta Calabria.

   Et per concludere,  & confirmare quanto habbiamo detto, che l'antica Calabria era quella parte d'Italia, ch'oggi li suoi habitatori vengono chiamati Pugliesi,  Salentini, & la noua Calabria è quella, che habitano hoggi coloro, ch'erano chiamati Bretij, & Magna Grecia, si apportano le proprie parole di David Romeo che ultimamente scrisse le vite de’ sette Vescovi, e Patroni della Città di Napoli nell'anno 1571. & sono queste parlando de' Capuccini: Quoniam societatis Capucinorum facta est mentio, si parumper ab eo, quod initio proposuimus, tum delectandi gratia, tum horum virorum sanctitate digrediemur, & aliquid de hac nova Calabria Religionis societate dicemus per gratum omnibus fore credimus. Itaque annis ferè post natum Christum 1500 erat vir natione Calaber, Patria Rheginus, Rhegium Urbs peruetus est in ultimo agro Brettio, seu potius in Calabria, sunt enim Calabri, quos Brettios, & Magnam Graeciam quondam appellant, rursus qui Calabri tunc erant, eos nunc Apulos, & Salentinos appellamus, Ludovicus nomine ex societate Sancti Francisci Assisinatis & c.

   Et modernamente il Padre Giulio Cesare Recupito Giesuita dice così nel suo Trattato delli Terremoti successi in Calabria nell'anno 1638. Teste Plinio à Priscis Calabriae nomen aceepit Peninsula illa, quae Tarento Brundusium ducitur.

   Et mentre si è detta l'autorità di Polibio lib. 10.che in questa Magna Grecia viene compresa la Città di Regio, quale fù detta Rhegium Iulij, perche essendo stata destrutta, fù ristorata da Giulio Cesare, & à differenza di Regio di Lombardia, che fù detto Rhegium Lepidi, perche fù ristorata da Lepido. Mi pare in questo luogo raccontare, e descrivere il canale, overo corrente di mare, ch'è tra questa Provincia, & l'Isola di Sicilia, il quale è trà la Città di Regio di quà, & la Città di Messina di là, il cui più stretto varco è detto il Peloro, da dove insino alla riviera di questa Prouincia detta hoggi la Catona sonovi non più, che dodeci stadij, cioè un miglio, e mezzo, così afferma Polibio, e Lucano: e più modernamente il Parrasio cosentino, il  quale nel commento sopra Claudiano de raptu Proserpinae confessa d'haverlo misurato, nè essere più, nè meno; poiche dall'una all'altra parte veggonsi caminare i carri, & à notte cheta odonsi cantar i Galli, & latrar i Cani. questo Faro è altretanto mirabile, & spaventevole per la difficoltà, che si patisce à passarlo, quanto dubbioso, & incognito per non sapersi certamente da onde perviene. Per la difficoltà, & pericolo, lo conobbe molto bene il Doria Generale dell'armata del Rè nostro, quando con sessanta galere, nel mezzo di quel furibondo seno si vidde in punto di perdere l'acquistato honore della sua antica scienza marinaresca, et insieme con l'armata la propria vita, nè potè disbrigarsene senza gran fracasso di antene, remi, & di prore, scampato al meglio, che potè per forza più divina, & miracolosa, che humana, oltre tanti, e tanti altri vascelli, anticamente, & modernamente sommersi, & annegati, che perciò era tenuto per huomo dotato di qualche virtù particolare quello, che diceva havere passato il Faro di Messina. La cagione del movimento di quell'acque ancora non era chiaro, né manifesto: dicono alcuni, che havesse cagionato dalla Luna, che di sei, in sei hore vede agitarsi, correndo sei hore verso Austro, ch'è Messina, & sei hore verso Aquilone, ch'è Reggio,nè possibile sia contro la corrente caminar à vela, nè à remi, essendo più che difficultoso, che vascello alcuno per grande, che sia, ben armato, librato da ferri, mantenuto da remi, governato da Tifi, & Arghi, fermarsi possi; perche è senza ritegno, ò riparo precipitosamente dall'impeto dell'onde rapito, e portato via al fondo, oltre, che si veggono alcuni rivolgimenti, & gironi d'acque detti dal volgo Garofani, i quali à guisa di turbine rivolgendo il vascello in triplicato giro l'ingiottiscono, affogando nel profondo sano, & intiero, in maniera tale, che non appare di quello poi un minimo vestigio. Altri vogliono, che fra i due più vicini termini concorrendo li due capi d'acque l'uno contro l'altro de due contrari mari del Ionio, & del Tirreno in quello urto, & rincontro si generano i garofani, trà quali ritrovandosi per disgratia qual si voglia vascello governato, armato, librato, & mantenuto, come di sopra si è detto, non può sostenere l'uno, e l'altro empito, ruota primieramente a giro, dopò dal precipitio d'ambi li cozzanti mari impetuosamente scende nel profondo abisso.

   Mà hoggidì riconoſciuto veramente il flusso, e reflusso delle sei hore, che corre à Messina, e dell'altre, che corre à Reggio, il buon Marinaro quando la corrente, overo il flusso corre verso Meſſina per il spatio di quelle sei hore à Messina con una vela fà sicuro il camino, & quando la corrente, ouero flusso corre verso Reggio per il spatio dell'altre sei hore à Reggio à suo piacere senz'altra tema, segue il suo felice viaggio, tanto l'esperienza con il tempo ci ha insegnato.

   Nè fia maraviglia della mutatione delli sopradetti nomi perche il tempo è stato causa di cose maggiori. Ovidio nel decimo quinto delle sue Metamorfoſi:

Tempus edax rerum, tuque, invidiosa vetustas

Omnia destruitis, vitiataque dentibus aevi

Paulatim lenta consumitis omnia morte.

   Li Romani furono detti Popoli Latini, ma da Romolo presero il nome di Romani: l'Etruria hoggi si dice Toscana; l'Umbria hoggi Ducato di Spoleto; & più à basso dalla Sabina, e poi dal Latio hoggi Campagna di Roma: li Vestini & Piceni, hoggi Marca d'Ancona, li Samniti hoggi Abruzzo; di quà dal fiume Tronto verso il Mare Adriatico, distinti in più nomi, come sono Ferentani, dopò Contado di Molisi, li Marzij, Preguntini, Marrucini, & Peligni, verso Levante per la riva dell'Adriatico, segueno i Sipontini, hoggi detti di Manfredonia, e quelli della Puglia piana detta Daunia, & della Paucesia hoggi detta Terra di Bari, & così seguendo il Capo d'Otranto anticamente detto Calabria, come di sopra, passando verso Ponente dal Tevere inſino al Garigliano anticamente detto Liri, che conteneva non solo quei popoli detti anco Latini; mà etiandio li Hirnini, i Camerini, i Prenestini, overo Pilastrini, gli Albani distanti di Roma quindici miglia, i Volsci, e gli Equiquoli, ove hoggi si dice il Contado di Celano. Dal Garigliano poi incominciava Campagna felice hoggi Terra di Lavoro; seguitavano gli Irpini, hoggi Principato ultra, & cominciando verso Levante si ritrovano i Picentini, hoggi Principato citra; & appresso i Lucani, hoggi Baſilicata, &indi seguivano i Bruti, appresso seguiva la Magna Grecia, hoggi parte di Calabria, nè s'intendano di altro nome in questi tempi nostri.

   Vogliono che i Calabresi del Capo d'Otranto siano scorsi ad habitare nè i Lucani, & dopò nè i Brutij, dove trovando buone habitationi, & di vivere assai meglio del loro paese, concorsero ad habitarvi con le loro famiglie la maggior parte di essi, & perciò chiamandosi Calabresi, venne con il tempo ad estinguere il nome proprio del paese detto Brutij, & restò il nome di Calabria. Li versi fatti sopra il Tumolo di Virgilio si leggono così:

Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc

Parthenope……….

  Non che fosse stato mai in Calabria hodierna, mà in Brindisi dove si diceva veramente Calabria, & ivi morì nell'anni del Mondo 3950. conforme referisce Girolamo Bardi nella sua quinta età fol. 335.

   Nè per dirla questo nome di Calabria è mal nome, overo have mal significato, perche viene derivato dal Greco, mentre Calon vuol dire in latino res bona, & honesta, & brio vuol dire scaturio, vel emano; dunque unite queste parole Calon, & brio, che si dice Calabria, vuol dire, ch’è paese, che produce, & scatorisce ogni cosa buona, & honesta. Il Marafioti, & il Barreo così dicono.

 

Lode della Provincia detta Magna Grecia.

CAPITOLO IV: 19

  Questa Regione fù degna d'essere protetta nel Senato Romano dal Prencipe dell'eloquenza Cicerone, quando nel suo secondo lib. De legibus, servendosi del Tropo detto Synecdoche, disse che li Locri Città compresa nella Magna Grecia erano suoi clienti: & altrove detto Cicerone disse, tum iter tutum multis mimitantibus magno cum suo metu mihi praestiterunt; perche li popoli di questa Provincia l'havevano agiutato di

denari & accompagnato con gente, mentre fuggendo passò per queste parti perseguitato da nemici, & nell'oratione pro Planco così disse. Iter à Vibone Brundusium in ſide mea Iudices essent & c.

   Che Locri sia Città compresa in questa Magna, lo dicono tutti l'Autori che ne parlano, particolarmente Polibio lib. decimo descrive in questa Magna Grecia quattro Città più principali, Crotone, Reggio, Locri, & Aulonia, come altrove si è detto.

   Li Romani acquistorno per suoi confederati, & stretti in amicitia trenta Città principali in tutta Italia, delle quali nove furono di questa Provincia, cioè Crotone, Regio, Temsa, Hipponio, Scillaceo, Petelia, & altre. Cassiodoro nell'ottavo libro delle sue Epistole nota una Epistola scritta da Athalarico Rè à Severo, dove si leggono grandissime cose molto degne di questa Provincia. L'istesso Cicerone nel primo, e quarto lib. delle Tusculane, & nel terzo libro dell'Orationi, & in Lelio, & in mille altri luochi dice, che questa Regione, & particolarmente la Magna Grecia abondò di dottissimi huomini Filosofi, Legislatori, Medici, Poeti, Retori, Dialettici, & periti di ogni scienza; asserisce ancora, che li discepoli di Pitagora della Città di Crotone furono li primi che dissero l'anima essere immortale, tutto per la gran dottrina d'esso Pitagora Filosofo eccellentissimo. Il medesimo Cicerone nell'oratione pro Archia Poeta, parlando di questa Grecia disse così Nam si quis minorem gloria fructum putat ex Graecis, versibus percipi quàm ex latinis, vehementer erat propterea quod Graeca leguntur in omnibus ferè gentibus, Latina ſuis finibus exiguis sanè continentur. Euripide disse che questa Regione ch'oggi si chiama Calabria è fertilissima, & have abondanza d'huomini illustri, Filosofi, Legislatori, Medici, Poeti, Geometri, Cosſmografi, e Scrittori di ogni scienza, Artefici d'ogni cosa, ingegnosi, Pittori, Scultori, inventori di cose nuove, così anco di fortissimi Lottatori, valorosi Capitani, & illustri d'ogni virtù; le donne dottissime, sapientissime, modestissime, & di religione santissime. Constantino Lascari di Bizzantio in quello libro che scrisse ad Alfonso di Aragona Duca di Calabria così disse: Video per Calabros Philosophos Italiam, Siciliam, & optimam partem Graeciae nostrae illustratas fuisse. Monsignor Paolo Emilio Santoro Arcivescovo di cosenza, e poi di Urbino parlando di questa Provincia disse: Agmina Sanctorum illic floruerunt.

   Herodoto lib. primo disse, che ogni regione se abonda di una cosa, hà bisogno di un'altra, ma questa regione abonda di ogni cosa, & non le manca niente, che Dio al mondo habbia creato. Quel nobile Dottore Christofano suarez de Figueroa nel Passagero in sua lingua Spagnuola Alivio primo, parlando del Regno di Napoli, dice la Tierra de labor es sobre manera abondante, mas todo quanto produze Italia generalmente parece esta recogido en Calabria. Dionisio Halicarnasio dice che quella regione è ottima, la quale partorisce ogni cosa necessaria al vivere de’ mortali, come è questa Regione, la quale per se hà soverchio, & non hà bisogno del vivere d'altre parti. Tutta questa Regione è un paese felice, & ameno, non have stagni, nè luogo, che produchi mal aere, mà tutto il paese è libero: tiene colli aprichi, monti fruttiferi, piani herbosi, fiumi delitioſi, boschi ripieni di ogni sorte d'alberi, che possono servire per l'uso humano, per mare, e per terra, con caccie esquisite di uccelli, & di quadrupedi: vi sono giardini odoriferi, fontane d'acque fresche, & limpidissime, in molti luochi sono herbe aromatiche di singolari virtù, & per essere peninsola torniata dall'uno, & l'altro mare, che la bagna, è abondante di ogni sorte di pesce di mare, e di fiumi, che ne dà abondantemente alla Italia tutta, conforme hanno detto tanti, e tanti autori, e per ultimo il Padre Giulio Cesare Recupito Giesuita nel suo trattato delli Terremoti successi in Calabria nell'anno 1638. Per lo che è necessario concludere che questa Magna Grecia, anzi tutta la Calabria, sia la migliore Regione del modo, non solo di tutta Italia, & come un'altra India d'ogni cosa ricchissimamente abondante.

   Mà se il Lettore vuole intendere cose maggiori lega il Capitolo, che tratta della temperie dell'aria, & l'altro Capitolo, che tratta dell'eccellenza di questa Provincia, in questo istesso libro, & le vite di tanti eccelsi huomini, e loro egregij gesti, & il sommario di tanti Santi che da questa Provincia sono ascesi al Cielo, e quell'altro Capitolo del Territorio della Città di Crotone, & quanto contiene in esso, che resterà molto contento, e sodisfatto, & à quelli mi rimetto non parendomi bene, replicar in questo luogo l'istesse cose.

 

Confini di questa Regione detta Magna Grecia.

CAPITOLO V: 32

   Erano tanto potenti i Popoli di questa Magna Grecia, che non solo habitavano da Taranto inſino a Locri, come dice Catone, Sempronio, & Plinio nel nono Capitolo, & Polibio comprende Reggio; mà tennero soggetti buona parte del Regno di Napoli, & di Sicilia, chiamandosi tutto Magna Grecia, come anco disse Strabone nel sesto libro: poscia co'l tempo tutti l'habitatori di queste Regioni per l'invasioni di tante nationi diverse, & gente straniere, pigliorono costumi barbari, suorche Crotone, Taranto, Reggio, e Napoli, che poi furono tutte possedute da’ Romani, e fatte Colonie d'essi. Plinio scrisse questa Magna Grecia essere nella fronte d'Italia, li termini di questa Regione erano questi. Dall'Oriente il Mare lonio, da mezzogiorno il fiume Alesso co’i Brutij, ove comprendendovi Reggio, conforme al detto di Polibio, il Faro; dall'occidente il fiume Grati, e parte del Monte Apennino, hoggi detto Sila; & dal Settentrione, comprendendovi Taranto con l'autorità sopradette i Pugliesi Peucetij. Il Colennuccio nel suo Compendio del Regno descrivendo li confini, & le Provincie di quello, parte 1. fol. 4 dice così: Partito dal Capo dell'arme, anticamente detto Promontorio Leucopetra, voltando verso Tramontana al Promontorio Erculeo, hoggi detto Capo di Spartivento per la riviera inſino a Taranto, si ritrova la Magna Grecia, ancor ella in questo tempo detta Calabria, della quale principali Città furono, & ancor sono (mà non in quella antica grandezza, & splendore) Crotone, Squillace, e Taranto. Mà unita con i Brutij confina con i Lucani, e dall'Occidente have il mare Tirreno, & così tutta unita con Taranto, e Reggio è settecento venti miglia di circuito conforme la misura, & tavola del Dottor Prospero Parisio Romano.

   Il fiume Alesso Strabone lo nomina Alexum, & Plinio lo chiama Carcinum; però Ermolao Barbaro nelle castigationi Pliniane dice essere corrotto il lib. di Plinio, perche vuol dire Caecinus, conforme dice Pausania, Eliano, &Tucidide nel terzo lib. Ma Tolomeo si concorda con Strabone, Alesso nominandolo, hoggi volgarmente chiamato Amendolia dalli paesani. Strabone racconta, che le Cicali di quà di detto fiume stridano più forte di quell'altre di là, & racconta molte ragioni, le quali ciò cagionano, che per brevità si tralasciano: ma Facio degli Uberti nel primo Canto del terzo libro Dittamondo dice, che furono quelle così fatte mute dagli Dij, per non fastidire Ercole che dormiva in questo luogo, con queste parole:

Vedi là dove ancor è manifesto,

Che le Cicali diventano mute;

Perch'Ercole dal son’ non fosse desto.

   Mà i paesani dicono, che S.Paolo ordinò, che quelle Cicale fossero mutole per non darle fastidio, quando vi fù à predicare. Al detto fiume Alesso segue la Città di Brutio da Pomponio Mela Brutium fù detta, la quale fu talmente detta da i Brutij habitatori di essa, secondo Pietro Razzano, & ancora ritiene tal nome, mà corrotto, essendo hoggi detto Burzano, come  dimostra la carta di navigare, seguitando appresso il capo di Burzano, detto Promontorium Zephyrium da Strabone. Plinio, Pomponio Mela, & Tolomeo dicono, che è sito nel territorio de' Locri dalla parte di mezzogiorno.

   Il fiume Grati dalla parte d'Occidente dagli Scrittori antichi fù nominato Cratis, & similmente da Vibio Sequestro nel suo libro de’ fiumi; questo fiume divide i Brutij dalla Magna Grecia, & in questo fiume era quella sì ricca, e popolosa Città detta Sibari, secondo Strabone, & Plinio, della quale à suo luogo, e come fù da Crotoniati destrutta se ne ragionerà. Altri dissero, che da Taranto inſino a Cuma, voltando à torno il camino per mare, fosse detta Magna Grecia, nè vi mancarono di quelli, che dissero chiamarsi Magna Grecia tutta Italia, conforme canta quel verso di Ouidio ne’ Fasti: Itala nam tellus Graecia maior erat.

   Il mare Ionio fù così detto da Iauan quarto genito di lafet figlio terzogenito di Noè, perche dominò, & diede origine all'habitatione di quel paese, li cui habitatori furono detti Greci Ionij, che perciò fù detto mare Ionio quel mare, ch'è fra detti Greci Ionij, &

l'antica Magna Grecia, della quale parliamo. Girolamo Bardi nelle sue età del mondo nella seconda età fol. 19, così riferisce.

 

Come hebbe principio questa Città, & che significhi questa parola Croto, overo Crotos.

CAPITOLO VI: 24

   In questa nobilissima regione è situata l'antichissima, e nobilissima Città di Crotone, la quale se bene viene detta da Tolomeo Croton, & da Pomponio Mela Croto, & Procopio nel 3. lib. della guerra Gothica la nominò Croto, & da Diodoro nel 13. lib. dell'historie è chiamata Crotona, la quale se bene ancora Pietro Razzano disse, che tolse tal nome da Crotos, vocabolo Greco, che in latino si dice Saltatio in nostro volgare salto, perche quivi si facevano innumerabili giuochi di salti, & balli; & altri dicono di più, che questa Città fù detta Crotos, dal nome di una certa pianta, della quale in questa Città n'era grandissima abondanza, descritta da Dioscoride nel 4. lib. al cap. 165. che cresca all'altezza di un picciolo Albero di fico; le fronde sono simili à quelle del Platano alquanto maggiori più liscie, & più nere, produce i frutti in groppi, come uve, mà aspri, li rami di dentro concavi come canne, il detto seme, ouero frutto si spoglia dalla scorza, e se ne fà oglio, quale serve per molte infermità, conforme descrive anco Mesue, & Marco Varrone lib. secondo de re rusticali alcuni Racino, altri d'altro nome questa pianta chiamarono. Nondimeno tutte queste opinioni non mi piacciono: leggo nel Lucidario Poetico, che Iapige fù Rè di questo paese, che perciò fù detta questa Regione lapigia fra l'altri nomi conforme si è detto, prima di chiamarsi Magna Grecia, & che da questo Rè Iapige discese Crotone huomo di gran valore, che, morendo, diede il nome il suo sepolcro alla Città. Altri dicono havesse origine da Tapeto figliuolo di Noè, il quale dominò questa parte d'Italia, che poi fù detta Magna Grecia.

    Ma quella che più mi piace, è quella, che Celio historico Greco, & Varrone dicono, & è questa. Ella prese tal nome da Crotone huomo della Samotracia, un tempo detta Dardania da Dardano Troiano; questa Samotracia è una Isola, secondo Tolomeo, e stefano, del mare Egeo, giace non lungi la bocca del fiume Ebro, hoggi Marizza detto che secondo il Giovio nel 36. delle sue historie dalla parte di Levante dirimpetto all'Isola di Lemno sta situata, gli habitatori della quale essendono grandemente travagliati di peste, consultorono l'Oracolo, in che modo guarir potrebbono, alli quali fù risposto, tal peste doversi contro di loro più che mai incrudelire, se non placavano l'ira della Dea Giunone, da loro offesa, la quale non era per placarsi giamai, se non discacciavano prima in perpetuo esilio da ciascheduna delle loro Città, dodeci principali Cittadini d'essa; tal risposta dell'Oracolo ricevuta, fù incontinente per la Lamotracia denunciata; laonde collocate le pietre nell'urna, come era loro costume, & indi all'arbitrio dell'instabil Dea tratti suora, furno dalle loro case, & amate patrie quelli, sopra di cui l'invida fortuna volse per loro più gravi affanni fossero le sorti cadute, con instantissima sollecitudine discacciati à ritrovare nuovi paesi per habitare; trà gli altri di questo numero vi fù, secondo dice detto Celio, & Varrone, un'huomo, il cui nome era Crotone figlio di Eaco (come anco narra un Greco interprete di Teocrito nella quarta Egloga) e fratello di Alcioro Rè dell'Isola di Corcira, hoggi detta Corfù, il quale Crotone, come gli altri parimente, andava cercando dove potesse la sua vita terminare, pervenuto al fine in quella parte d'Italia, che poi fu detta Magna Grecia, là dove Esaro col suo mormorio chiare, & limpide acque inondando le verdeggianti, & herbifere campagne, sbocca nel mare Ionio, quivi à suo bell'agio sbarcato Crotone fù benignamente albergato da Lacinio Corcireo, che non lungi da quivi habitava (come riferisce detto interprete di Teocrito) il quale conosciuta la prudentia, & integrità di Crotone non molto dopò le diede una figlia per moglie, nominata Laura, bellissima, & honestissima giouane, dalla quale poi prese nome una nova Città posta tra il Promontorio Lacinio, & la Città di Crotone, detta Laureta (& forse in quella parte, dove hoggidì chiamano Calolaura, composta questa parola dal greco calò, che vuol dire cosa buona, & honesta, che dicendo Calolaura vuol dire la buona, & honesta Laura) come anco tutto ciò riferisce Isacio nella Cassandra di Licofrone autore antichissimo Greco, & dilettatosi molto Crotone della bontà, e clemenza dell'aere, e del sito, del quale nè più bello, nè più piacevole, ne copre alcuno il Cielo, egli di bellissimi Colli, d'alberi vaghi, di dolci acque rigato, & di salse acque circondato, si stava dubbioso, se quivi fermar si doveva, e volendo esplorare il parere degli altri suoi compagni, fù intesa dal Cielo una voce,che così disse:

Quì ferma il piè Croton, nè di partirti,

Altro desio t'ingombri più il pensiero,

Hà parso à i Fati il fin qui statuirti.

   Vogliono alcuni Scrittori antichi, havendo riguardo alla gentilità, questa voce essere stata di Mercurio; ma qual lingua potrà narrare l'allegrezza, che ricevè Crotone con gli altri suoi compagni, vedendo un luogo così ameno esserli dalli Dei concesso ad habitare? questa si fatta voce intesa Crotone, ordinò ad uno delli più esperti de’ suoi compagni, che andasse a considerar bene, & vedere il paese, costui visto il tutto, lo riferì a Crotone, il quale confidandosi molto nel divin volere, diede principio ad una nuova Città, e con alquante case nuove incominciò quivi ad habitare insieme, e vicino all'altre habitationi, che vi erano. Strabone dice, che Lacinio dell'Isola di Corciro, hoggi detta Corfù, venne con tutta la sua famiglia in questa parte, dove già stava Crotone, & perche Crotone le fece grandissime accoglienze, il detto Lacinio si fermò in questo paese, & stando in questa corrispondenza, Crotone se invaghì della bellezza di Laura, figlia di Lacinio, il quale cortesemente ce la diede per moglie, mà sia qualsivoglia di queste due cose. stando detto Crotone con la sua bella moglie, & co' suoi compagni in questo amenissimo luogo; dove credo, che l'istessi compagni havessero preso moglie, mentre tante antiche habitationi vi ritrovarono.

   Ecco che Ercole, tenuto figliuolo di Giove, il quale, come dimostra Diodoro Sicolo nel quinto libro, & Dionisio Halicarnasseo nel primo delle sue historie, & Isacio in Licofrone, dopò haver dato morte à Gerione figlio di Crisauro in Eritra isola dell'oceano, portandosi via seco il suo armento, appianato prima il passaggio dell'Alpi di Francia, se ne venne in Italia, & caminando per diversi luoghi, al fine capitò nella foce del fiume Esaro, là dove fù benignamente albergato dal già vecchio Crotone, & in sua casa dimorò per molto tempo; all'ultimo essendo stati rubbati à detto Ercole alcuni suoi bovi da un famosissimo ladro, detto Lacinio di quella contrada con grandissima industria, accompagnatosi con Crotone verso il luogo, dove habitava il ladro s'inviorno, & essendonosi appiattati in certi luoghi per cogliere alla sprovista il ladro, Ercole per l'oscurità della notte disavvedutamente ammazzò il vecchio Crotone, credendosi aver ammazzato il ladro, della cui morte restarono molto rammaricati li suoi compagni, e maggiormente dispiacque all'istesso Ercole, il quale fece con grandissima pompa sepelire il corpo di Crotone, e promise à suoi compagni, che quando sarà egli collocato nel numero delli Dei (cioè ridotto nella sua sedia Regale in quella Città, dove faceva più continua residenza), intorno al suo sepolcro farà edificare una nobil Città, la quale dal nome del vecchio Crotone, ivi ſepolto, sarà dimandata Crotone, come anco lo disse Pittagora, à chi maggiormente si deve dar credito, per quanto riferisce Iamblico, & Ovidio nelle sue Metamorfosi lib. decimo quinto in quelle parole:

Dives ab Oceano bobus Ione natus Iberis,

Littora felici tenuisse Lacinia cursu

Fertur, ac armento teneras errante per herbas

Ipse domum Magni, nec inhospita secta Crotonis

Intrasse &c. & poco appresso:

Hic locus urbis erit, promissaque vera fuerunt.

Nàm fuit argolico generatus Alcmone quidam

Micylus, illius Dijs acceptissimus avi,

Hunc super incumbens pressum gravitate soporis

Claviger alloquitur: Patrias age deſere fedes.

Et pere diversi lapidosas Aesaris undas.

   E dopò della venuta di Miscello in Italia per far Città Crotone, così và dicendo:

Navigat Ionium, Lacedemoniumque Tarentum

Praeterit, ac Sybarim Salentinumque Neaetum,

Thurinosque sinus, Temesenque, ac lapygis arva.

Vixque pererratis, qua spectant littora terris

Invenit Aesarei fatalia fluminis ora,

Nec procul hinc tumulum, sub quo sacrata Crotonis

Ossa tegebat humus: iussaque ibi moenia terra

Condidit, ac nomen tumulati traxit in Urbem.

   Perloche si vede chiaramente dalle autorità di tanti veridici autori, ch'era in questo luogo il tumulo del vecchio Crotone, & attorno di quello vi erano molte habitationi antiche, che si chiamavano de’ diversi nomi, & per ordine di Ercole, Miscello lo fece di maggiori habitationi, & le diede il nome di Città, chiamandola Crotone, perloche poi à conseglio di Pittagora, li Crotonesi edificarono un sontuosissimo tempio ad Ercole, erigendoli anco nel mezzo della Piazza una statua di smisurata grandezza e maesta, come si dirà à suo luogo.

   Dunque Ercole la fece Città, ò lui stesso, ò per mezzo di Miscello, come più diffusa-mente anco appresso ne trattaremo.

  E per certificarsi il curioso Lettore, che la venuta di Ercole in queste parti, con l'armento tolto à Gerione, & l'haver ammazzato Lacinio, che quello rubbato l'haveva, è verità; legga Gio. Boccaccio nella Geneologia dei Dei, parlando di questo Ercole lib. 13. e proprio fol. 212. à ter. in fine, & 213. nel principio, dove detto Boccaccio tolte via le finzioni poetiche, tutto questo essere verità afferma.

   Nicolò Leonico Thomeo de varia historia lib. 3. cap.88. & Alcinoo Sicolo lib. 10. di Atheneo, dicono, che l'antico uso di non bere vino le donne in Italia, che poi li Romani osservarono per legge inviolabile, nacque da questa cagione. Ercole gionto, come sta

narrato, nella casa di Crotone, arido, & quasi arso di sete, pregò instantemente il padrone di quella, che le desse à bere vino, il quale Crotone ordinò alla moglie, che pigliasse una lancella piena di vino, la donna non intendendo, ò non volendo intendere l'ordine del suo marito, non portò mai il vino, anzi disse, che se Ercole volesse bere, n'andasse alla fontana ivi vicina, del che sdegnato Ercole, entrò in quella casa, e ringratiò grandemente il padrone della cortesia, perche haveva ordinato che se le portasse il vino, ma alla donna ordinò, che non bevesse più vino, sottopena della vita, il che fù così à punto osservato, e tutte l'altre donne poi presero questo uso di non bere vino, seguendosi tale costume per tutta Italia, & fù tale, che li Romani tenevano per grandissimo mancamento ad una donna il bere vino, & perciò vi fecero la legge, la quale irrevocabilmente fu da tutti osservata, & nè fù fatta la medaglia la quale si vede nella descrittione del Dottor Prospero Parisi Romano, nella quale si vede da una parte la testa di detta Laura, e dall'altra Ercole, che vuota un vaso in segno del vino.

 

Chi la fece Città, e la causa perche, et in che anni fù fatta Città, e prese il nome di Crotone, et quanti anni hà, che fù questo.

CAPITOLO VII: 31

  Seguendo l'historia dell'edificatione di Crotone, overo di darle il nome di Città; diremo, che quasi tutti gli autori cocludono che l'edificatione di questa Città fosse fatta da Miscello, secondo dice Antioco appresso Strabone nel 6. che havendono l'Achivi havuto in risposta dall'oracolo, che fondassero Crotone nella fronte d'Italia, mandorno Miscello à ben considerare il paese, il quale gionto in quella parte, havendo visto Sibari così detto dal propinquo fiume, giudicò essere assai meglio riedificar questa; onde per tal cagione volse di nuovo consultar l'oracolo, se gli fosse concesso per quella riedificar questa Città di Sibari, à cui fù risposto, essendo egli gobbo, secondo la traduttione dal Greco in latino in questo modo. In Strabone lib.6.:

Terga brevis Miscelle tuo de pectore omitte

Caetera perquirens frustrà ne venaris iniqua;

At rectum quodcumque datur tu laude probato.

In nostra lingua volgare si dice così:

Miscello, che con torte spalle, e brievi

Uccelli à quel, che tu fugir dovresti,

Lascia homai di cercar da me più oltre,

E loda ‘l dritto, che ti vien donato.

   Subito, che ricevè tal risposta, se ne ritornò ad edificare Crotone prestandogli agiuto Archia, che quindi passava per andare ad edificare Siracusa in Sicilia, conforme racconta Suida, & Solino capitolo ottavo, dice così nel suo Polihist. Netum est à Philoctete Petiliam constitutam, Arpos et Beneventum à Diomede, Patavium ab Antenore, Metapontum à Pylijs, Scillaceum ab Atheniensibus, Sibarim à Troexenijs, ac Locri à Sagari Aiacis ſilio, Salentinos à Lycijs, ab Heraclidis Tarentum, Insulam Temsam à Ionibus, à Miscello, et Archia Crotonem, Rhegium à Calcidensibus; ancorche molti altri autori vogliono, che questi ò maggior parte di essi non habbino fondato, mà ampliato dette Città. E nelli Commentarij d'Aristifane nelle nubbe si narra d'altra sorte, dicendo, che essendo gli Achivi ammoniti dall'oracolo, che dovessero mandare alcuna Colonia ad habitare in alcun luogo, si risolsero mandare Miscello così detto dalla sottigliezza delle gambe, secondo Strabone, che consultasse l'Oracolo in che luogo si dovesse andare, gli fù risposto, che doveva fabricare una Città, dove la pioggia con essere il Ciel sereno l'havesse bagnato, si che giudicò esser senza dubbio impossibile, non potendosi imaginare in che luogo li potesse piovere di sopra con l'aria serena: con tutto ciò volendo obedire all'Oracolo, con alquanti Vascelli varcando il mare, se ne venne in Italia; mà per non sapere dove havesse à fabricare la Città detta dall'Oracolo, stava di ciò molto mesto, e confuso; gli avvenne, che così mesto, & confuso gionto in questo luogo, che si chiamava Crotone sbarcato, & posto in terra si addormentò nel seno della sua donna detta Aethira, la quale non haveva punto meno mestitia, & dolore del suo sposo, che perciò si pose a piangere dirottamente; le cui lagrime cascorno sopra il volto dell'Amante, che nel suo seno addormentato giaceva, svegliatosi Miscello, conoscendo che con questo si era ademplita l'oscura risposta dell'Oracolo; perche la pioggia, che con l'aere sereno l'haveva da bagnare, giudicò, che significassero quelle lagrime in edificar Crotone. Tutto questo ancorche sia seguito da Celio Rodigino nel quarto capo del duodecimo delle sue antiche lettioni, non mi sodisfà, tanto più, che Pausania tutto ciò attribuiſce à Talanto Spartano dal quale fù edificata la Città di Taranto in ltalia; ma la vera historia è, che molto sonoramente descrive Ovidio nel decimo quinto come sta detto da principio seguendo l'autorità di Strabone, e altri quando dice, che essendo in sonno ammonito Miscello figliuolo d'Alcmone Cittadino di Rypas Città, secondo Strabone nell'ottavo, che dice da Ripa fù Miscello, il quale fece habitare Crotone, perche l'antichi autori usorno dire questo vocabolo, edificare in vece di reedificare, ò rifare, ò ristorare, come riferisce Girolamo Bardi nelle sue età del Mondo, e altri, e stefano della Achaia dice che Ercole ordinò à Miscello, che s'havesse à partire senza dilatione dalla sua patria, & andasse ad habitare in quella parte d'Italia, dove Esaro sbocca nel mare; costui volendo esequire quanto l'era stato da Ercole imposto per essere stato trè volte, ammonito à far questo, fù preso dal magistrato del luogo, per essere uno statuto in quella patria che chiunque si partisse per andare ad habitare ad altra parte, fusse punito di pena capitale alla quale volevano condannare il misero Miscello, come contradittore del statuto; ſinche rinchiuse le pietre bianche, e negre nell'urna, delle quali le bianche assolvevano, & le negre alla misera morte il reo condannavano, & standono quelli per cavar suora le pietre, con gran meraviglia in un subito si convertirno tutte le pietre negre in bianche, con non poco diletto del Miscello, che la morte d'hora in hora stava aspettando, di maniera, che per tal causa fermamente giudicorno questo fare Miscello per ordine di Ercole, come più volte havea esso Miscello dichiarato, & subito il Magistrato lo fè libero, dandoli ampla licenza, acciò seguisse l'ordine di Ercole: Laonde imbarcatosi Miscello prese il camino verso il fiume Esaro, dove secondo Rocco nel quarto delle sue historie antiche in greco descritte, e altri autori giontamente con Vicino, Tlarito, Pantino, Protho, Leocasto, Gulione, Polino, e Sistro edificò una Città, che del nome del vecchio Crotone ucciso da Ercole pochi anni prima casualmente, come più prima con l'auttorità di Diodoro Sicolo si è detto, e ivi sepolto, la dimandò Crotone.

   Egli è ben vero, che conforme dice Eforo appresso Strabone nel 6. & Ovidio nel sopracitato lib. decimo quinto, che fosse stata edificata da principio Crotone da quattro nationi uniti insieme, che furono, Oenotrij, Auſonij, lapigi, & Salentini, li quali, habitando in questa contrada à villaggi aperti, erano dannegiati giornalmente da un certo Cacco Zimeroto ladro famosissimo di quei tempi, e perciò dette nationi di comun volere fecero una muraglia à torno detti Villaggi, di maniera che non furono più danneggiati dal detto ladro (& per questo effetto disse bene Tito Livio, che questa Città era circondata da dodeci miglia come si è detto, & si dirà à suo luogo) & ridotta in forma di Città murata con il tempo li posero il nome di Crotone dal sepolcro del già morto vecchio Crotone, che dette nationi tenevano in molta stima, e veneratione, conforme anco da Hercole fù ordinato, come sta detto.

   Non si deve dar credito ad Ambrogio Calepino nel suo dittionario nella dittione Croto, che questa Città di Crotone fosse stata edificata da Diomede, cosa non scritta nè d'antico, nè da moderno autore; poiche, se mireremo tutti coloro, c'han scritto del sito della terra inſino a questi nostri tempi, concludono tutti essere stata edificata da Miscello, come sta ampiamente detto, & concludono non solo tutti li sopranominati autori; ma Ruffo Volaterrano nelli suoi Commentarij, e Pandolfo Colennuccio nel primo lib. del Compendio del Regno di Napoli, e non si legge, che Diomede habbia edificato altra Città, che Benevento, e in Capitanata Arpe Città, le cui reliquie si vedono hoggi, vicino à Manfredonia, come si apporta l'autorità anco di Solino nell'ottavo capo nel detto suo Polihist. notum est à Philoctete Petiliam constitutam, Arpos, & Beneventum à Diomede, &c.

   sono stati tanti Ercoli nel Mondo, che per accertare quello che è venuto da Spagna in Italia giunto in questo luogo dove habitava Crotone, quando le fu tolto, & rubbato l'armento da Lacinio ladro, hò molto sudato, mà per far conoscere al Lettore, ch'io desidero di farlo capace qual fosse questo Ercole, dico primieramente quello che dice Erodoto autore antichissimo, il quale scrisse, conforme dice il Conte di Scandiano, nel Prologo dell'Opera di detto Erodoto, nel tempo, che Xerse prese, e arse la Città di Atene nell'Olimpiade settuagesima ottava, benche cinque anni dopò publicò detta sua opera nel qual tempo governava in Roma il Decemvirato, essendo stati deposti Ii Consoli per l'insolentia di Appio Claudio, dopò l'edificatione di Roma duicento anni, dice dunque detto Erodoto lib. 2 capitolo quarto, parlando di Ercole, che fù uno de' dodici Dij, così tenuto in tutta la Grecia, questo nome pigliorno i Greci dagli Egittij, dalli quali antichissimo Dio era tenuto Ercole, e conforme alle loro historie, e computo de' anni, diecesette migliara di anni, fù avanti al Regno de Amaſis, e volendo Erodoto informarsi meglio di questo, navigò à Tiro nella Fenicia, dove era un'antichissimo Tempio dedicato ad Ercole quale vidde riccamente adornato di grandissimi, e pretiosi doni, e venuto in raggionamento co' Sacerdoti di quel Dio, addimandato del tempo, che fù edificato quel Tempio, non si concordarono co' Greci; perche affermorno essere fatto il Tempio con la Citta in un'istesso tempo, e calcolando l'anni ſino al detto di Erodoto, erano passati già duomilia, e trecento anni, dopò Erodoto non contento, & sodisfatto di questo andò a Thasio, & ivi ritrovò, che i Fenici n'havevano edificato un'altro, quando andorno ad investigare la terra di Europa, & questo fu cinque età avanti che i Greci ponessero il nome di Ercole al figlio di Amphitrione; dunque questo Iddio Ercole fù antichissimo, e perciò drittamente dicono i Greci, che in due maniere fanno mentione di Ercole, all'uno, come immortale e cognominato Olimpio sacrificano, all'altro honorano, come glorioso tra gli Heroi, & se bene i Greci parlano molte altre cose di questo ercole lasciaremo al curioso Lettore, che le lega in detto Erodoto lib. secondo cap.4.

  Credo Erodoto si habbia preso gran fatica, come si è letto, per investigarsi, e certificarsi chi fosse stato questo Ercole; & mi pare che sia rimasto più confuso di prima, e io peggio di lui confuso rimango; mi si fa incontro Gio. Nicolò Doglioni, il quale con tanta sua fatica chiaramente mi mostra la verità, chi fù Ercole, & in che anni regnò, frà quali il nome all'habitatione, & de Città insieme à Crotone cortesemente diede, & honorò. questo Gio. Nicolò Doglioni, scrivendo à Lettori nel suo Teatro de' Prencipi, & dell'historie del Mondo nel primo volume disse, che la serie dell'historia, e l'osservanza degl'anni, ch'à tenuto nelle sue opere, l'hà cavato, cioè da Adamo inſino alla trasmigratione di Babilonia (così chiamano la cattività degli Hebrei) dalla Biblia sacra tradotta da San Geronimo, dove si ponno legere tutti gli anni, che ſin'all'hora son scorsi. essendo poi fornita detta cattività, quando essi Hebrei furono da Dario figliuolo de Hitaspe Monarca de’ Persiani fatti liberi nell'anno secondo del suo imperio, è andato da esso Dario sequendo per li Monarchi Persiani ſin'all'ultimo Dario, che dal Magno Alessandro superato, e vinto, prestò occasione, che la Monarchia passasse ne' Greci, dal qual tempo ha continuato, scendendo per li Tolomei Rè di Alessandria, che sono stati, come principali sopra gl'altri di quei tempi (quasi che in loro fosse rimasta essa Monarchia) dagli historici posti, e considerati, e con questo ordine ha proceduto detto Doglioni ſino à Cleopatra, che vinta da Ottaviano pervenne la Monarchia all'hora nell'Imperio Romano, onde poi ad essi paſſando, e per l'Imperatori scendendo, gionse fino à tempi presenti, pensando haver tenuta la più vera, & certa regola, che si havesse possuto tenere, per accertare la serie, e catena dell'historia, & l'osservanza, & computo degl'anni. Così ho preteso io accertare questa mia Cronica, e il computo degli anni con l'auttorità di questo autore, che tanta fatica si ha pigliato per accertare la sua historia; & se bene altri hanno scritto in differente modo, credo non si habbino affaticato tanto, e ne siano stati à credito d'altri, che ne hanno saputo meno di loro, tanto più che da Girolamo Bardi nelle sue età del Mondo tutto ciò viene anco con l'auttorità di molti veridici Autori chiaramente riferito, e da Fra Leandro Alberti nella sua descrittione d'Italia, ed altri degni autori ch'io hò letto; & per continuar l'historia, & non lasciare rotto il filo di quella, è necessario tornare in dietro, e dove da principio con l'autorità dell'istesso Doglioni, & d'altri, si era arrivato al regnare in Italia Arunno, il quale concesse ad Ausone quella parte d'Italia, che fù detta Ausonia, ch'è questa Magna Grecia, come si disse, appresso diremo che ad Arunno successe in Italia nell'anni del Mondo 2104.

   Tage, ò Tagete suo figlio, che accrebbe mirabilmente il culto divino, già instituito da Noè detto Giano, & l'arte dell'indovinare per gli Aruspici; onde poi fù cognominato Maloch, cioè risponsore, & visse Tagete anni 42.

   Sicano dopò Tagete suo padre fu Rè d'Italia nel 2146., e visse anni 30.

   Enachio Luchio successe in Italia à Sicano nel 2176. & visse anni 30.

   Apis successe ad Enochio nel Regno d'Italia nell'anni 2206. & visse anni 20.

   Lestrigone successe doppo ad Apis nel Regno d'Italia nel 2216. & visse anni 45.

  Et perche dopò Lestrigone successe in Italia Ercole è necessario descrivere la sua historia per sapere chi fù veramente Ercole, il quale fù figlio di Osiri Rè d'Egitto, e di Iside, come segue l'historia, che dissero di Giove, & di Giunone figliuoli di Cham, e di Rea sua sorella, e moglie conforme il Dottor Zappollo cap. 1. part. 2, nella sua historia di Roma, e altri altrove dissero.

   Nel Regno de' Argivi successe Apis à Foroneo nell'anni 2219. il detto Apis essendo passato in Egitto, ove fù nominato Osiride, hebbe in moglie Isi, ò Iside figliuola de Imaco suo avo, ch'era all'hora Regina in quel Regno, con la quale vivendo, perche virtuosissimo era, insegnò diverse cose buone à quei popoli, spetialmente l'uso del vino, che perciò fù collocato trà Dei, & stimato per il maggiore di quanti all'hora si adoravano; onde posero pena capitale à coloro, che affirmassero, ch'egli fosse terreno, e essendo curioso di vedere altri paesi del Mondo, partito dal Regno con la moglie, lasciò il governo di quello al suo fratello Tifone, altri dissero Motide, e regnò quando Gioseppe figliuolo di Giacob negò alla moglie di Putifaro l'adulterio, che perciò ne fù menato carcerato, & interpretò i sogni al Pincerna, & al Fornaio: di questo Tifone ch'erano l'anni del mondo 2226. Girolamo Bardi nella sua terza età del mondo, e dice anco detto autore, che in virtù della interpretatione de' sogni fatta da Gioseppe successe quella gran carestia, & fame nel mondo nell'anno 2238. questo aspirando di restar solo Rè, & senza contrasto, fè morire Apis, e overo Osiri; perilche Oro figlio di Osiri, venuto alla sua età maggiore, ammazzò Tifone suo Zio, per vendicar la morte dell'innocente suo padre, Oro, non satio di questo, si mosse à far guerra contro li trè fratelli detti Gerioni Signori della Spagna, perch'erano stati principali nella morte di suo padre; giunto in Spagna, Oro fece, ove prima sbarcò, fabricare un buono forte ammassando molti sassi grandi nella montagna detta Abila per stringere maggiormente ivi il passo per mare, e aſſicurar da perigli li suoi navigli, la quale fabrica, perche Oro poi si chiamò Ercole conforme appresso nominaremo, si acquistò il nome de una delle colonne d'Ercole nello stretto di Gibilterra; & essendosi attaccati in battaglia li dui esserciti d'Ercole, e de' Gerioni, nè possendosi dell'in tutto vincere, morendone ogni dì gran numero dell'una, & dell'altra parte, desiderando Ercole, e li Gerioni finir questa guerra, si convennero, che Ercole solo perche valorosissimo era, con tutti trè li fratelli Gerioni in duello uscissero; & così avvenne, che Ercole col suo immenso valore restò vincitore ammazzando tutti trè li Gerioni, acquistandosi Ercole in tal modo il dominio, e la Signoria, de tutta la Spagna, dove per assicurarsi del Regno, vi fondò molte Città, e volendo venire poi in Italia, nell'Isole di Maiorca, e Minorca lasciò in governo di quelle Baleo suo compagno, che perciò quell'Isole Baleare furono chiamate.

  Hispale figliuolo d'Ercole alla partenza del padre, rimasto Signore della Spagna nell'anni 2256. vi regnò gran tempo & vi edificò Hispale Città così dal suo nome nominata, che al presente si chiama Siviglia.

   Partito dunque Ercole da Spagna, e venuto in Italia regnò dopò Lestrigone, come si è accennato di sopra, nell'anni del mondo 2261 & vi dimorò anni 30. & debellò quei Giganti, che vi dauano travaglio, e edificò quel luoco nelle parti di Toscana, che si chiama Porto Ercole, e appresso Napoli edificò l'Ercolano detto anco Eraclea: edificò il Tempio della Dea Giunone Lacinia, e altri, quando fù in Crotone, e diede il nome di Promontorio Erculeo, dove si dice Spartivento, come disse il Colennuccio lib. 1. fol. 4. & Strabone.

   Ercole, havuto aviso, che Hispale suo figlio era morto, a cui essendo successo Hispan figliuolo di detto Hispale, e poi morto anco detto Hispan suo nepote senza lasciar figliuoli in Spagna, dubitando di qualche tumulto in quel Regno, constituì Tusco suo figliuolo in suo luogo in Italia, & egli in un'istante con molta gente nell'anno 2291. se n'andò in Spagna, dove continuò a dominare ſino alla morte.

   Tusco continuando à dominare in Italia, diede il nome à quella Parte che si disse Tuscia, hoggi Toscana, ove visse anni 27. nel cui tempo gl'Israeliti furono aggravati dalla Tirannide d'Egitto secondo il Bardi.

   Et parlando il Doglioni di Euristeo Primo Rè di Micene racconta tutte le prodezze di Ercole, fra l'altre, che vinse i Gerioni di Spagna, conducendo seco in Italia li suoi armenti, levò dal mondo Cacco ladrone figliuolo di Vulcano, l'istesso fè poi di Lacinio famoso ladro, che molestava la frontiera Orientale d'Italia, dove poi drizzò un Tempio consacrandolo alla Dea Giunone detta Lacinia, prendendo il nome dal Promontorio detto Lacinio (ch'era vicino la Città di Crotone), & volendo hormai concludere il nostro ragionamento, e raccogliere la sostanza di quanto si è trascorso, e cavato dal Doglioni, dal Bardi & da tanti gravi Autori, diremo, che Ercole incominciò à regnare in Italia nell'anni del mondo 2261. e se ne tornò in Spagna nell'anni 2291. dunque per trent'anni continui fece la sua residenza in Italia & tra detti trent'anni fù in queste parti, dove habitava Crotone, il quale benignamente in sua casa l'albergò, & dopò inavedutamente da Ercole fù ammazzato in vece di Lacinio ladro, il quale poi fu ammazzato, come si disse, e fù il Tempio di Giunone Lacinia fabricato, che poi si diede principio à chiamarsi Crotone, dove era il sepolcro dopò morto di Crotone, e Ercole vi mandò Miscello, ò lui istesso, quando vi fù la illustrò del nome di Città, & quanto volse fece, mentre lui era il Rè, e padrone di tutta Italia, restando à dietro quello, che disse Dionisio Halicar. che fosse stata edificata nel tempo di Numa, mentre Cicerone nelle sue Tusculane lib. quarto, huomo di tanto gran credito, e di verità disse che Numa andò in Crotone per imparar le legge da Pitagora, che con la sua fioritissima scuola in quella Città risedeva con queste parole: Quis est enim, qui putet, cum floreret in Italia Graecia potentissimis & maximis urbidus, ea quae Magna dicta est, in iisque primum ipsius Pythagorae, deinde postea Pythagoreorum tantum nomen esset, nostrorum  hominum ad eorum doctissimas voces aures clausas fuisse? Quin etiam arbitror, propter Pythagoreorum admirationem Numam quoque regem Pythagoreorum a posterioribus existimatum. Nam cum Pythagorae disciplimam, & instituta cognoscerent Regsque eius aequitatem, et sapientiam  a majoribus suis  accepissent, aetates autem, et tempora ignorarent propter vetustatem, eum, qui sapientia excelleret, Pythagorae auditorem fuisse crediderunt & c. Ovidio nel suo citato lib. decimo quinto asserisce essere venuto Numa Pompilio in Crotone per intendere la dottrina di Pitagora quando Crotone fioriva d'arme, di ricchezze, di virtù per la detta Scola di Pitagora & d'ogn'altra prosessione era celebre; come più ampiamete nella vita di Pitagora, e nel Trattato della sua scuola si raggionerà con molte altre autorità ivi apportate.

    Dunque la vera historia è questa raccolta dal Doglioni, e dall'altri autori nominati, nè si deve dar ad altri orecchie; & per voler sapere quanti anni ha che sia stata fatta Città Crotone, è necessario tornare al detto Doglioni, Girolamo Bardi, e altri li quali dissero, che Ercole venne in Italia con l'armento da Spagna tolto à Gerioni nell'anno del Mondo 2261. e perche fu subito con quell'armento in Crotone, overo potriase dire, che fosse stato l'anno l’anno sequente nel 2262., & io dico che fosse stato l'anno 2265. e dopo l’havesse fatto Città nell’anno 2290. e per volere fare conto quanti anni ha che sia stato l'uno, e l'altro, vederemo quanti anni sono, ch'è stato creato il mondo.

   Il Baronio nel Martirologio del giorno di Natale di N. S. Giesù Christo, dice, essere stato detto Natale nell’anni del Mondo 5199. che dal diluvio erano passati anni duemilia novecento cinquantasette, & questa opinione sta approvata con si settanta interpreti, e la Chiesa Santa Cattolica Romana così tiene, e afferma, dunque diremo, Christo nacque nell’anni del Mondo 5199. dalla sua Natività fin’à questo anno sono scorsi anni 1647. quali uniti fanno 6846. e tanti sono dal Mondo creato fin’hoggi, dalli quali tolti via l’anni 1270 ch’erano del Mondo quando Ercole fece Città Crotone, restano anni 4576, e tanti anni sono hoggi, che Crotone fù fatta Città prendendo il nome da quell’huomo morto detto Crotone; mà  la prima sua habitatione da Noè fù nell’anni del mondo 1765. che fin’à questo anno scorsi anni 5981. Gli settanta Interpreti furono settantadui Rabini Hebrei peritissimi della loro legge, li quali traslararono le scritture di Moisè, e de’ Profeti dalla lingua Hebrea nella Greca d’instanza di Filadelfo, ch’era successo al Padre Tolomeo nel Regno d’Egitto, essendo Sommo Sacerdote de gl’Hebrei Eleazaro, alla cui instanza Filadelfo più di centomilia Hebrei, ch’erano schiavi in Egitto, e donandoli anco dodeci ſeudi per uno gli rimandò nella loro Patria. Era Filadelfo persona dignissima d'essere Rè, e in tutte le scienze molto ben instrutto, essendo stato discepolo di stratone Filosofo, che perciò instituì una libraria la più famosa di quei tempi, e questo fù intorno all'anni del mondo 3677. come si legge nel Teatro de’ Prencipi del Doglioni prima parte del primo volume.

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