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sabato 27 dicembre 2014

§ 140 271214 Josefina América Scarfó, un amor sin límites.

Buenos Aires, Hotel de Inmigrantes, inizi del '900. (immagine dal web)
Quella di Josefina América Scarfó, calabrese d'Argentina (1913-2006), e di Severino Di Giovanni, abruzzese (1901-1931), è la storia di un amore senza limiti; leggendone, il cuore del lettore vorrebbe fermarsi per un attimo e non tenere conto dei morti negli attentati anarchici, sperando almeno che il coinvolgimento - leggi la colpa del delitto - non sia da attribuire in toto all'autore di quegli atti efferati, essendo egli anche il coprotagonista di tanta storia d'amore. Insomma, si è portati a fare il tifo, a sperare fino in fondo, increduli davanti alla compresenza, in una persona, di tanta capacità di amare e ferire, seppure ferire e colpire a morte per motivi politici e di lotta sociale. Poi la storia ha il sopravvento, e con essa anche la ragione, la razionalità. Serafina ha amato sempre, questo è certo, e mi viene da pensare ad un modo di dire che ho potuto leggere in un racconto del grande scrittore uruguayano Mario Benedetti: ''si me sube la calabresa''... ''se mi sale la calabrese'', e se questa espressione si è affermata in quel paese così vicino all'Argentina un motivo ci sarà. Ho ritrovato stanotte questo ritaglio di giornale, a distanza di alcuni anni dalla sua pubblicazione, e volevo condividerlo con chi passa da queste parti, sia che ne sapesse qualcosa, sia che fosse all'oscuro di questa rarissima storia d'amore. 
Antepongo al paginone del 'Manifesto' del13/9/2006 le parole che seguono, tratte da 'América', di Osvaldo Bayer, da 'Página /12' del 27/8/2006.
Los poetas le cantaron a América Scarfó. A finales de los ’30, el querido Raúl González Tuñón escribirá: "América Scarfó te llevará flores y cuando estemos todos muertos, América nos llevará flores". Es que había quedado en todos el rostro de América el día en que mataron a su amado Severino: no lloraba, estaba sumamente triste, pero firme. Lo iba a seguir amando toda su vida, como me dijo cuando la fui a entrevistar, allá a comienzos de los setenta. Yo había logrado descubrir dónde estaban las cartas de amor que le había escrito Severino y que en el allanamiento de la quinta de Burzaco se había llevado la policía. Las cartas de amor más bellas que he leído en mi vida. No sólo los uniformes fusilaron a Severino sino que también hicieron "desaparecer" sus cartas de amor. Pero así como los desaparecidos de los setenta reaparecieron en sus Madres, así las cartas reaparecieron ante la búsqueda sin fin del historiador. En sus líneas de despedida, antes de recibir las balas militares, Severino le escribe a América: "Carissima: más que con la pluma, el testamento ideal me ha brotado del corazón hoy, cuando conversaba contigo: mis cosas, mis ideales. Besa a mi hijo, a mis hijas. Sé feliz. Adiós, única dulzura de mi pobre vida. Te beso mucho. Piensa siempre en mí. Tu Severino". Antes de esas últimas líneas, se le había concedido a Severino despedirse de América, que también estaba detenida.
                
América le dio el último abrazo, él la besó. Le pidió a ella que cuidara de los hijos de él y de Teresina, su esposa. América le dijo: "voy a seguir con tu recuerdo hasta mi muerte". El la miró con mucha tristeza y le respondió: "¡Oh, Fina, tu sei tan giovane!". Se besaron de nuevo. América salió mirándolo a Severino. Por ello tropezó con una rejilla y Severino le gritó: "¡ten cuidado!".
Los más destacados periodistas de Buenos Aires estuvieron en el fusilamiento. La mejor crónica fue la de Roberto Arlt, que no puso ningún comentario propio sino sólo la descripción de ese teatro irracional de la fuerza bruta contra las ideas."La descarga terminó con el más hermoso de los que estaban presentes", serán las últimas palabras de la crónica del periodista del Buenos Aires Herald.
Segnalo un link a TropeaMagazine, sito che ho 'scovato' cercando immagini della Scarfò e che trovo molto ben fatto e profondamente radicato nel territorio di quella cittadina (la famiglia di Serafina era originaria di Tropea): http://www.tropeamagazine.it/morteamericascarfo/


mercoledì 24 dicembre 2014

§ 139 241214 Teresa Gravina Canadè: crišpeddi a bentu, crustuli, tardiddi, chjnulìddi, gurpinelle...

Per questo Natale rubo ancora una ricetta (...due, facciamo due) alla cara Teresa Gravina Canadè, l'ottima linguista coriglianese della quale ho già avuto modo e piacere di parlare. Alla bravissima Teresa vorrei dire che con la sua sapienza dialettologica, oltre che storica e gastronomica, fa onore alla terra che è stata patria effettiva di Giovanni Alessio ed elettiva di Gerhard Rohlfs. 
Di Teresa mi colpiscono la semplicità delle esposizioni e la precisione, il rigore dell'approccio alla materia 'dialetto', una materia che spesso è stata assalita da tanti, troppi, dilettanti allo sbaraglio (magari io stesso lo faccio, anche se mi concedo il beneficio delle solite, abusatissime, 'migliori intenzioni', chissà...). Il dialetto, sto cercando di dire, è troppo spesso utilizzato per proporre poesiole che sfiorano il delirio e il freddo piagnisteo o proverbi smozzicati, nella ricerca, affannata quanto fuori luogo, di comunanze di memorie troppo a lungo volutamente ignorate e tirate fuori solo alla bisogna... non dovrebbe essere così: la linguistica è una scienza e la dialettologia ne è a pieno titolo una componente.
Tornando a sottolineare la serietà del libro della cara (spero me lo conceda) Teresa, dirò ad esempio, di una precisazione che l'autrice fa, a pagina 13 di 'Una calabrese in cucina' (Rubbettino, 2000): ''Per seguire questo metodo è stato necessario includere nel testo alcuni termini dialettali, talora non registrati nel Dizionario del Rohlfs''. Un approccio del genere già la dice lunga sulla professionalità e sulla solidità delle basi della linguista coriglianese, come dire: Rohlfs è Rohlfs... anche con qualche pecca, quasi patologica, inevitabile, stante la grandezza, varietà e vastità degli studi del linguista tedesco (parimenti maestro di dialetti greci di Grecia, Calabria e Salento, e di idiomi iberici e mediterranei in genere). Vagando per la rete, invece, si può incappare, ma senza rimanere invischiati, ché sarebbe troppo, in qualche vocabolario, del quale non dico altro se non che il suo estensore accenna ad ''un Rholfs o Rohlfs, forse un medico tedesco...'' Incredibile, non è possibile leggere sciocchezze del genere, davvero. A parte questo improvvisato vocabolarista (!) calabro, dovrei parlare anche di qualche cattedratico che si è reso autore di un libro sulla cucina calabrese da far passare l'appetito anche ai lupi... Con la stessa superficialità il 'vocabolarista' si ritiene, in quanto 'parlante' di un dialetto, detentore di una specie di diritto d'autore o di prelazione che lo autorizza a 'stendere' un vocabolario, mentre il professore, forse in quanto tale, spiaccica qualche ricetta senza preoccuparsi di fornirne la storia o l'apparizione e permanenza nel 'sociale'... Ma siccome a Natale siamo tutti più buoni, lasciamo perdere e veniamo alla refurtiva che ho trafugato dal libro di Teresa Gravina Canadè, cioè alla ricette dei crišpeddi a bentu, come si chiamano a Cirò Marina, e delle gurpinedde, delle quali non avevo mai sentito parlare. Come potete vedere, se avete avuto la pazienza di leggere fin qui... tra gli ingredienti dei crišpeddi si conferma l'avversione del cirotano per la 'g' iniziale quando seguita da 'r' (in questa parola diventa 'cr', ma generalmente addirittura cade, dando luogo ad aferesi) e la totale dedizione alla trasformazione (esito) della doppia 'l' in doppia 'd', la fedeltà alla finale quasi muta, la 's' sempre palatalizzata nel gruppo 'sp' e il raddoppiamento fonico della 'v' che diventa 'b' in posizione iniziale, seppure con delle varianti... invece i nostri amici di Corigliano mi sembrano molto innamorati della 'g' iniziale, e qui mi sembra che addirittura la 'v' di vulpes, volpe, ceda il passo alla 'g' iniziale, fenomeno che ho riscontrato nel vibonese (la gurpi, la volpe), mentre il gruppo 'll' resiste... se ne potrebbero dire tante di cose, anche partendo da due semplici parole, ma di questo infinitamente meglio del sottoscritto dice la professoressa Gravina Canadè che queste cose le ha studiate e insegnate. 
Per cui ringrazio lei e saluto voi, o miei improbabili lettori...


lunedì 15 dicembre 2014

§ 138 151214 Apollinare Agresta: Vita di S. Nicodemo Abbate dell'Ordine di S. Basilio Magno, 1677.


PER SCARICARE IL VOLUME:    Vita di San Nicodemo di Apollinare Agresta, pdf.
Un brano tratto dal I capitolo della 'Vita di S. Nicodemo Abbate dell'Ordine di S. Basilio Magno, raccolta, e descritta dal P. Maestro Don Apollinare Agresta Abbate Generale di detto Ordine dedicata all'Eminentissimo et Reverendissimo Cardinale Francesco Nerli Arcivescovo di Firenze, e protettore della medema Religione' (In Roma, nella Stamparia di Gio:Battista Bussotti, 1677).
Aggiungo a titolo e sottotitolo che l'Abate Agresta si dichiara concittadino di S. Nicodemo Abate, oltre che appartenente allo stesso Ordine religioso... Annosa, anzi: secolare, è la diatriba su quale sia il paese che ha dato i natali al Santo: un punto pesante a favore di Cirò, anzi ''del Zirò'', lo assegna il biografo/agiografo stesso, che attesta le proprie origini mammolesi, dichiarandosi chiaramente concittadino del Santo poiché questi si era trasferito dalla nativa Cirò a Mammola, dove trascorse buona parte dell'esistenza.
Come si può ben notare anche in questo brano, Cirò all'epoca era spesso (se non esclusivamente) indicata col nome di Zirò, con l'articolo determinativo posto in precedenza, a volte ''Il Zirò'', altre ''Lo Zirò''.
CatàvurAmorùsu







































domenica 14 dicembre 2014

§ 137 141214 Teresa Gravina Canadè, due ricette due...

Al raro lettore vorrei oggi propinare un doppio concentrato storico-gastronomico del quale sono debitore alla professoressa Teresa Gravina Canadè, del cui lavoro mi sono pregiato di parlare già in precedenza. Ho usato non a caso, in apertura, il termine 'propinare', con ambiguità di intenti - lo ammetto - il propinare essendo l'atto di rifilare con destrezza preparati velenosi o magici, come usa fare il cattivo dei film quando tali polverine lascia cadere con destrezza dall'anello nel bicchiere o piatto della vittima designata... per il 'doppio concentrato' cosa dire? Siamo in ambito gastronomico, no? Il doppio concentrato è un... estratto sottoposto a lunga ebollizione per aumentarne, in misura inversamente proporzionale alla diminuzione del volume, il potere nutritivo: a volte un doppio concentrato, di carne, pomodoro o quello che sia, è indispensabile per la buona riuscita di una preparazione alimentare o gastronomica... anche se magari qualche 'puritano' o 'purista' si sente autorizzato a storcere il naso.
Non so se sono stato fin qui abbastanza ambiguo... e magari lo fossi, dal momento che l'ambiguità, al pari della concinnità, è una qualità retorica alquanto rara, e lo dico nella speranza che infine si emendi la comune opinione dal ritenere la retorica qualcosa di negativo: essa è un'arte, un'arte raffinatissima dell'umana intelligenza.
Bene, fin qui credo si capisca poco o punto di quanto io stia dicendo, ma senza téma di fallare nell'intento che mi prefiggo, vi lascio alla sapienza della signora Gravina Canadè, alla quale pagherei volentieri le propine (che non significa 'propinare', bensì...) per i suoi doni linguistici 'di beltà rari'... e infine leggi, o sporadico lettore, le 'avvertenze' dell'autrice, quelle che in genere si saltano a piè pari: sono poche, indispensabili parole, per chi voglia avvicinarsi allo studio di lingue e dialetti. Devo dire che con il 'credo' dialettale della professoressa di Corigliano mi trovo perfettamente a mio agio: da autodidatta ho potuto comprovare la validità di molte mie intuizioni, tranne in qualche dettaglio di trascurabile entità... domanderò a Teresa, che ringrazio 'adduppricatu'.
Cominciamo con l'Introduzione a 'Una calabrese in cucina', ovvero con il 'doppio concentrato', per proseguire con quelle brevissime avvertenze, a chiosa (tuttattaccato) delle quali dico: troppo spesso, se non quasi sempre, il moto di avvicinamento dei non specialisti al dialetto è di una ordinarietà, di una sciatteria, senza pari: si tratta, in genere, di persone che ricorrono ad una sorta di 'captatio benevolentiae', strumentalmente tesa alla ricerca di una amabilità 'compaesana', che inficiano la serietà dei dialetti e della dialettologia, facendo un uso addirittura sguaiato dei segni grafici, ignorando in toto la scientificità, ad esempio, ma non solo, della trascrizione fonetica dei 'suoni', tutti più o meno perfettamente trascrivibili, appunto, a patto che si abbia la serietà di studiarli a dovere... cosa che io non ho fatto, per cui mi taccio.
Bene, dulcis in fundo, troverete la ricetta del mandorlato... se è come quello che ci ha fatto assaggiare l'amica 'Pina 'e Cariati' sarà di una bontà incredibile, purtroppo immediatamente evaporata a contatto dell'aria (e dei denti): amen!

                                                                         
 



sabato 6 dicembre 2014

§ 136 061214 Oggi parliamo di fame: Anna Mongiardo e Teresa Gravina Canadè.

Altri post attinenti (sempre se volete):
Per Teresa Gravina Canadè: 23.0.3 Teresa Gravina Canadè: I crustuli, da 'Una calabrese in cucina'.
Per Anna Mongiardo: 122 Tre arrivi, a Cona, a Cirò, a Sicrò Marina.

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Non so fino a che punto sia evidente quello che in fondo è lo scopo di questo blog, cioè la raccolta di dati, fonti, ‘segnali’, di storia e società della terra che, pur non possedendone una sola zolla, mi porto attaccata dentro. Forse vi è un disegno, in questi scritti che vado annotando, che non è ben chiaro nemmeno a me stesso… non lo so, e forse sbaglio e mi sbaglio: non importa.
Oggi ripenso alla povertà che ha presieduto alla evoluzione, allo sviluppo, o comunque all’essenza stessa, quanto  statica, quanto dinamica, della società e dell’economia dei nostri territori, tutto aggredendo e ghermendo, nel quotidiano, con presa ferrea: una presa governata da quelle forze oscure che hanno nel malaffare e nella cattiva politica la loro massima e puntuale realizzazione.
Di queste condizioni ancora non sanate, ma solo modificate nei loro aspetti più esteriori – parlo dello sfoggio di ritrovati ultratecnologici o più in generale di oggetti che farebbero pensare ad un benessere diffuso che tale non è – credo dicano bene una ricetta (sì, una ricetta, o meglio: una usanza alimentare) tratta da ‘Una calabrese in cucina’, Rubbettino, 2000, dell’ottima Teresa Gravina Canadè, linguista di Corigliano Calabro, e un passo tratto da ‘Il cavallo dipinto’, Edizioni Nazionali, di Anna Mongiardo, maestrina a Cirò Marina (‘Sicrò Marina’) nei primi anni sessanta, del cui libro si è già parlato in questo blog.
Credo non ci sia molto da aggiungere, se non, forse, una considerazione: quello che chiamiamo ‘gap generazionale’, o semplicemente stacco generazionale, o d’età, non è una invenzione, una scusante o una pezza d’appoggio per non capirsi o per non concedersi alla reciproca comprensione, ma qualcosa di reale: è difficile, veramente difficile, intendere – e sentire, aggiungerei – il vissuto di quanti ci hanno preceduti o seguiti a distanza di un pugno di anni… Penso a mio padre, classe 1922, che mi raccontava del suo primo paio di scarpe, comprato in una Crotone raggiunta a piedi nudi o a mio fratello, classe 1947, che mi parlava di quello che era – e purtroppo, da qualche parte è ancora- lavoro minorile, ma potrei pensare anche alle mie vicissitudini, difficili da spiegare già ai miei figli… Cosa voglio dire con ciò? Che le cose che dicono le due autrici richiamate sono, per quanto possano sembrare oggi inverosimili, verissime, e vissute, purtroppo, da fasce di popolazione neanche tanto esigue. Del resto sono convinto che in Calabria anche il mestiere di ‘ricco’ o benestante, per quanto meno faticoso di quello del ‘povero’, sia meno agevole che in tante altre parti d’Italia. 
Una sola nota linguistica, dettata da curiosità e forse peregrina: a Cirò Marina ricorreva, in casi di penuria di ‘cibi’, una espressione come ‘ni manciàm ‘na capa ‘e ncidda’… ho sempre allegato la spiegazione di questa frase a qualcosa di estremamente volgare, con chiaro riferimento ad evidenze falliche (l’anguilla), in effetti, però le ‘ncille’ della ricetta trovano o troverebbero un esito linguistico cirotano in ‘ncidde’, e potrebbe trattarsi quindi di una contaminazione lessicale, tra il volgarissimo, quanto incolpevole, ‘ncidda’, ‘anguilla nel senso di membro maschile’ e ‘ncidda, usanza alimentare sortita dalla ‘creatività della povertà’… vabbè, scusate lo sproloquio e il turpiloquio. Comunque, e qui il discorso, benché basato soprattutto su supposizioni, si farebbe lungo, a Cirò Marina l’anguilla non ha perso la testa, nel senso che generalmente non si ha aferesi: quindi si dice ‘ancìdda’, per cui… vuoi vedere che niente niente ho indovinato con la storia della contaminazione?
Un utilizzo, delle zucche però, simile a quello esposto dalla dottoressa Canadè ho potuto peraltro verificare nel Sannio... sempre di Regno delle Due Sicilie si tratta!
E veniamo al brano tratto da ‘Il cavallo dipinto’ e ai piccoli muli della scuola di Servomalo, che altro non è se non la scuola pluriclasse di Salvogaro, dove andavano soprattutto gli scolari del Tirone.
Per quanto riguarda il passo della Mongiardo, dirò che la ragazza (all’epoca era ventenne, più o meno) mostrava molta sveltezza e che molte sue considerazioni sono ineccepibili, per quanto riguarda i cosiddetti ‘muli’… devo aggiungere, però, che la cosa non è così leggera come sembrerebbe dal testo: 'Ma era veramente scabrosa per lei, per loro (sta parlando della condizione femminile)? Per loro che sapevano non pensare, che vivevano alla giornata la loro vita semplice, senza complicarsela con l'orgoglio, la dignità, l'onore? Parole più grandi di noi, fabbricate dalla società per avvelenarci l’esistenza!', oppure 'Il Crotonese in generale e Sicrò Marina in particolare non è stato invasato dal punto d'onore, legge suprema per il resto della Calabria. A Sicrò le corna sono di ordinaria amministrazione. E questo non solo tra la “gentarella” abitutata a tollerare, anzi a gradire lo jus primae noctis, ma ancor più fra i “Nobili” per i quali le corna sono vincoli di più stretta amicizia, di  maggiore fratellanza', e ancora: 'E così seppi che i miei alunni erano tutti fidanzati, anche la piccola Ida che aveva solo sei anni. Dissi semplicemente “auguri” per non guastare  quell'innocente semplicità col mio scandalizzato stupore,  ma  non  sapevo fino a che punto fossero innocenti né fino a che punto  capissero  cosa  significava  fare l'amore loro che dormivano con i grandi, nella stessa stanza e, magari, nello stesso letto'... Non credo sia proprio così: ‘canu, mulu e figghju ‘e puttana’ (mi scuso di nuovo per il turpiloquio) è un mix di ingiurie che prelude allo scontro totale, quindi ci andrei cauto (muli, madri e morti meglio non toccarli…) perché anche qui il discorso si allungherebbe di molto, e si dovrebbe parlare del ruolo delle vessazioni nella società (faccio per dire) cirotana e calabrese dell’epoca, in un quadro che, come molti sanno, come si può vedere e ricordare, non è dei più edificanti, purtroppo, e il pensiero va quasi naturalmente alle favelas, anche se può sembrare incredibile... e magari lo fosse! 
Mo’ basta; buona lettura, se ne avete voglia.
                                                                  
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Da 'Una calabrese in cucina', di Teresa Gravina Canadè:

Dal IV capitolo di 'Il cavallo dipinto' di Anna Mongiardo:

                                             IV

   I miei alunni erano tutti figli di servi della gleba.

   “Signorina, noi da trent'anni siamo a servizio da don Francesco”.

   “Noi siamo con don Mario da quattro generazioni, me l'ha detto il nonno”.

   E così, con orgoglio, vantavano la loro progenie di servi.

   Don Francesco, don Mario, don Ferdinando: li chiamavano semplicemente così ma, in realtà erano gli  onnipotenti  blasonati del luogo o, per meglio dire, della Calabria, con tanto di predicato e di latifondo salvato abilmente dalla legge Sila e dalla legge Stralcio.

   Gli alunni di Servomalo non avevano predicato. Molti non potevano dire nemmeno di Antonio, di Francesco, di Giovanni, ma di Iolanda, di Carmela, di Filomena. Allora, 1960, nonostante la legge per l'omissione, i superiori esigevano sui registri la paternità ed io mettevo, sotto quella voce, molte stanghette. Avevo molti “figli di stanghette”, molti “muli”, come dicevano loro.

   “Signorina, lo sapete che io sono il mulo dell'amministratore di don Mario?”

   Il mulo dell'amministratore, la mula del fattore, il mulo del signore o del servo del signore. Muli, muli, muli a non finire. E non si preoccupavano di non avere padre, c'era sempre una madre che lavorava per loro. I Persaro avevano addirittura due mamme. Sette alunni, tra fratelli e sorelle, veniva-no a volte con una mamma, a volte con un'altra, ed entrambe mi raccomandavano gli stessi figli. Spesso, uscendo di scuola, vedevo quelle due mamme sedute sulla stessa porta che allattavano altri figli.

   “ Antonio, chi è quella donna piccolina che sta allattando?”

   “E' mia madre, signorina.”

   “E quella donna alta che fa la calza, è tua zia?”

   “No, pure mia madre”.

   Per risolvere il mistero un giorno chiesi a mamma Teresa chi fosse la vera madre dei Persaro. Rispose che lo erano tutte.

   “Antonio, Francesco, Lina, Cataldo li ho fatti io. Giuseppe, Nicodemo, Giovanni li ha fatti Filomena, la cugina di mio marito”. 

   “E state insieme?”

   “Sì, stiamo insieme. Lei cucina ed io lavo, oppure va a fare la spesa ed io tengo i bambini”.

   “Mangiamo insieme, solo dormiamo in due stanze diverse”.

   “E vi volete bene?”

   “Sì  poverina, è tanto buona. La casa è mia ma ce la tengo con  piacere altrimenti mio marito se ne va con lei e mi abbandona. Così invece ci mantiene a tutti e dorme una sera con me e una sera con lei”.

   Ecco, pensavo, a che punto di aberrazione può arrivare il desiderio del maschio, la sottomissione al maschio, l'adorazione per il maschio, donne umiliate, schiave da millenni! Poi però guardavo le bocche affamate dei Persaro e pensavo che forse era l'amore, l'amore materno che portava una madre ad accettare una situazione tanto scabrosa.

   Ma era veramente scabrosa per lei, per loro? Per loro che sapevano non pensare, che vivevano alla giornata la loro vita semplice, senza complicarsela con l'orgoglio, la dignità, l'onore? 

Parole più grandi di noi, fabbricate dalla società per avvelenarci l’esistenza!





martedì 2 dicembre 2014

§ 135 021214 Riassunto della storia di Cirò e della Marina, di M.L. Gentileschi.

Tutti nta na vota...
Altri post attinenti a Maria Luisa Gentileschi:
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   Uno snello riassunto della storia alecina, o psicronea, ad opera della professoressa Maria Luisa Gentileschi: si tratta di una mia rielaborazione grafica (e digitale) del 2° capitolo del saggio 'Formazione e sviluppo di Cirò Marina', di cui si è parlato (o di cui ho parlato a me stesso, che forse è più giusto...) in precedenza.
Si tratta di un 'resoconto' in forma di 'cenni' la cui conoscenza potrebbe forse bastare ad avere almeno una idea, abbastanza chiara, ritengo, di come sia andata svolgendosi la storia di Cirò e della sua 'gemmazione' sul mare. 'Gemmazione' non è termine del tutto esatto, ma può andar bene, senza stare troppo a sottilizzare, essendo certamente coerente in termini 'geografici', un po' meno se si guarda alla storia e alle forme del popolamento di Cirò Marina, almeno per quanto mi è dato di capire... e se ho capito. Intanto credo di aver capito come fare a inserire i PDF nel blog in modo che siano leggibili senza doverli ingrandire... O no?
PS: le note nel testo originale sono da intendersi in aumento di 12, quindi la nota 1 del testo che segue corrisponde alla nota 13 dell'originale, e così via.
Cat.

domenica 30 novembre 2014

§ 134 301114 M.L. Gentileschi: Formazione e sviluppo di Cirò Marina.

 Si deve alla sagacia e alla preparazione dell'allora giovane ricercatrice universitaria, oggi ordinario all'Università di Cagliari, la professoressa Maria Luisa Gentileschi, l'apparizione nel 1970, sulla rivista 'Studi meridionali', anno III.4.1970, del misurato quanto esaustivo saggio 'Formazione e sviluppo di Cirò Marina'. 
   Si tratta di un lavoro svolto con intelligenza e perizia, con puntuale citazione di fonti storiche e raccolta di dati dell'epoca: indagine, quindi, temporalmente diacronica e sincronica. Si coglie, come è giusto e inevitabile, l'approccio 'geografico' dell'autrice, visto che è soprattutto il dato geografico il campo di studi della professoressa Gentileschi, cosa, questa, che però non contrasta in nessun modo il raggiungimento di altre intuizioni di carattere apparentemente diverso, magari storico, economico o sociale, che la Gentileschi avrà modo di esporre nello svolgimento della sua indagine, indagine che è anche uno snello 'riassunto' della storia di Cirò e Cirò Marina, dove i riferimenti alla 'Descrizione' di G.F. Pugliese sono evidenti e ricorrenti, nonché puntualmente affermati.
   Oggi potremmo considerare scontate molte considerazioni presenti nel testo, oppure essere portati a sorvolare su taluni dati, ma non è assolutamente così: quello che oggi sappiamo della realtà di quei territori è dovuto in gran parte, o forse completamente, all'opera di 'disboscamento' e razionalizzazione delle conoscenze che nei secoli tanti e tanti studiosi sono andati, faticosamente, realizzando. Anche i dati che oggi possiamo attingere dal saggio in oggetto dovevano essere ricercati con impegno e fatica: si era nel 1970... oggi, 2014, invece, ci si può destreggiare in rete, con pochissima fatica, giovandoci di tanti dati - anche di quei dati contenuti in 'Formazione e sviluppo...' - e magari riutilizzarli per ulteriori ricerche e successivi contributi da realizzare. Forse è il caso di ringraziare chi molte volte ci spiana la strada verso la conoscenza e di non dare nulla per scontato: scorrendo le pagine del saggio si torna, in qualche modo, a quella misura umana di un borgo in crescita e in cerca di una identità, poi di un paese unito dal sogno di un progresso economico e sociale che mi sembra essere stato in gran parte annullato dagli eventi, benché queste ultime siano considerazioni mie, personali, sulle quali sorvolo: come dice una canzone calabrese 'a storia è rà e mu sa leja cu voli', 'la storia è là, e chi vuole se la legga', non c'è bisogno di convincere nessuno, tantomeno chi certe cose le sa, e sa o intuisce come siano andate...
   Ho conservato quella rivista che per me ragazzino - avevo undici anni - era qualcosa di prezioso, qualcosa che parlava di un paese che amavo, allegandole una grande importanza, poi l'ho digitalizzata, restaurata perché mancante della copertina, per ritrovarla, cosa per me inamissibile, sottolineata in più punti, e questa cosa che non faccio mai mi sorprende ancora, a distanza di più di quarant'anni... 
   La rivista non era mia, me la regalò, facendo finta di dimenticarla  a casa dei miei, una cara amica di famiglia, insieme a tanti 'Informatutto', quegli almanacchi di 'Selezione dal Reader's Digest' che puntualmente, ogni anno, divoravo, grazie alla benevolenza della signora Lia Capoano... in cambio le facevo 'i mmasciati' ccu Cataldino, ma questo era sottinteso, o meglio: nessuno doveva saperlo... 



sabato 29 novembre 2014

§ 133 291114 F. Ughelli: I vescovi di Strongoli, Umbriatico e S. Leone (da 'Italia Sacra'), 1721.

Negli scritti fin qui esposti sarà capitato di notare, soprattutto o esclusivamente parlando di materia ecclesiastica, ricorrenti riferimenti all'opera di Ferdinando Ughelli nota, per brevità, come 'Italia Sacra': si tratta di un'opera vastissima, in cui viene elencata una infinità di dati, in ordine alfabetico e cronologico, relativi a diocesi, vescovi e arcivescovi d'Italia dalle origini della chiesa cattolica fino alla data di pubblicazione dei vari tomi dell'opera, che, per quel che riguarda le diocesi di Calabria ('provincia vigesima'), è il 1721, tomo nono. L'opera è, manco a dirlo, in latino, ma ritengo che sia abbastanza accessibile, che si sia o meno a digiuno di conoscenze di quella lingua.
In questo scritto, i vescovi di Umbriatico, Strongoli e... San Leone, una località scomparsa, ma che l'Ughelli ci dice essere stata ubicata tra Crotone e Santa Severina... mistero! 
In chiusura la cronotassi dei vescovi delle sedi episcopali suddette.
 



mercoledì 26 novembre 2014

§ 132 261114 V. D'Avino, Le diocesi di Cariati, Cerenzia, Strongoli, Umbriatico, Parte II.


Una imprecazione, prevalentemente scherzosa, recita, a diverse italiche latitudini, più o meno così: 'malidìttu a tìa e aru vìscuvu 'e Vriàticu', cioè 'maledizione a te e al Vescovo di Umbriatico', dalle parti di Cirò, oppure - e qui non mi cimento nella trascrizione del dialetto piacentino- 'maledetto te e il Vescovo di Bobbio!'... Ritengo superfluo sottolineare l'importanza storica dei vescovi nella società e nella cultura degli italiani, indipendentemente dalle latitudini: nominare il vescovo era quasi un sacrilegio, soprattutto ai tempi in cui paesi come i due che ho citato erano effettivamente sedi vescovili... insomma, con lo scadere di quelle sedi, le relative imprecazioni sono nate come bonari sberleffi o lazzi, anche se, a dire il vero, la 'bestemmia' in fondo in fondo rimane. Come rimane anche il vescovo, anzi arcivescovo, di Umbriatico - attualmente Santo Rocco Gangemi - dal momento che Umbriatico risulta essere sede vescovile titolare, benché soppressa nel 1818 (era stata eretta a sede nel IX secolo). Dal 6 novembre 2013 S.E. Mons. Gangemi è Arcivescovo Titolare di Umbriatico e Nunzio Apostolico in Guinea (precedentemente, per la cronaca, era Nunzio Apostolico in Nuova Guinea e nelle Isole Salomone), quindi vediamo di non lanciare troppe male parole all'indirizzo del Vescovo di Umbriatico, ché potrebbe sentire!
Fin qui u fattareddu, ora torniamo ai 'Cenni storici...' di Vincenzio D'Avino:


                                              §.III. Dell'Ex Cattedrale di Umbriatico.
   Umbriatico (non già Briatico, come scrissero l'Alberti, e il Barrio) è una città in provincia di Calabria Ulteriore, che fa parte del distretto di Cotrone. Capo luogo di circondario, si innalza su di un monte, a 14 miglia dal mare, e viene abitata da 1500. nel secolo XVII, quando la sua po-

sabato 22 novembre 2014

§ 131 221114 Vito Teti: la scoperta del peperoncino e... di una forma dell'identità.

Le pagine che seguono sono tratte da ‘Storia del peperoncino, Un protagonista delle culture mediterranee’, di Vito Teti, Donzelli Editore, 2007. Vito Teti, calabrese di S. Nicola da Crissa, dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo dell’Unical, a Cosenza.
Il titolo del volume non deve trarre in inganno: non si tratta di ricettario con annesse notiziole sull’arrivo in Europa del peperoncino e sua successiva affermazione, ma di un saggio, storico e scientifico, seppure dal taglio volutamente ‘colloquiale’, intimistico, ma che non viene meno, nonostante questa scelta dell’autore, alla sua funzione scientifica e divulgativa, tutt’altro: dall’impostazione di cui dicevo prima deriva una lettura accattivante, che coinvolge anche un lettore comune, come il sottoscritto, a digiuno di particolari conoscenze antropologiche, anzi, avvicinandolo a questa affascinante scienza umana. Segnalo, nel titolo, che si parla di culture mediterranee, e non di colture, anche se, nel corso dei secoli – e nelle incertezze che spesso hanno segnato il lessico italico – le parole ‘coltura’ e ‘cultura’ si sono spesso intrecciate e confuse.
Chiusa parentesi, e sfogliando il libro, ‘dirò dell’altre cose ch’i v’ho scorte’: ad esempio, queste pagine 9-10 del capitolo introduttivo ‘In forma di assaggio’ dove il Teti racconta un episodio occorsogli in gioventù… un episodio che, sotto forme e in contesti magari più o meno differenti, avrà coinvolto tanti, ma proprio tanti, calabresi, ma anche meridionali in genere, e, allargando l’orizzonte, italiani all'estero, o  comunque, insomma, i depositari di una identità ben definita agli occhi altrui, soprattutto quando questa identità è profondamente connotata dalle forme a volte irrinunciabili del pregiudizio.
Non fatevi illusioni: i calabresi nascono tali, e tali rimangono… è sempre come in quell’aneddoto della madre maltrattata ‘linguisticamente’ dal figlio che ritorna ‘dal soldato’ e comincia a ‘toscaneggiare’ davanti alla povera vecchia… ad un certo punto il giovane mette il piede sulla parte in ferro della zappa e, beccatosi una bella legnata in fronte, esclama ‘aja aru merùggiu!!!’ (con annessa bestemmia), e la povera donna, di rimando: ‘ah, t’è venuta a parola!’… Questo dico, tanto per rimanere nel ‘colloquiale’.
Ho marcato in neretto alcune affermazioni del professor Teti che mi sembrano particolarmente rilevanti.
Il fenomeno del quale si leggerà ('Spesso organizziamo le nostre azioni...') è noto, correggetemi se sbaglio, come ‘effetto Rosenthal’, molto affine al ‘complesso di Pigmalione’, e credo, almeno per la mia esperienza personale, che sia una caratteristica molto calabrese… mi spiace non aver fatto studi adeguati per poterlo spiegare ad altri, mi spiace molto, e allora mi rifugio nel mio silenzio da ‘cavallina storna’: capisco ma non so ridire, per cui mi limito a fare ‘a capizzijàta’.
Una conferma, drammatica, di questo effetto Rosenthal di cui vado parlando, me la diede, a suo tempo, mio padre, ormai colpito dal male che lo avrebbe costretto a letto fino alla sua scomparsa. Quel giorno, spinto dal dolore e dall'ira si lasciò andare a degli improperii, peraltro giustificabili per quello che stava vivendo, e, davanti alla mia richiesta di smettere quel comportamento, mi fissò, con occhi chiari come non mai, dicendomi, sussurrandomi, confidandomi, affermando (e mettendomi a tacere): 'siamo calabresi...' Non aggiungo altro, non mi sembra il caso, e solo chi non vuol capire, pur conoscendo i 'dati' dell'assunto, può non capire, almeno credo.
Ai miei 3-4 amici lettori, augurando loro buona lettura, vorrei dire di riflettere attentamente, specie sulle righe finali: sono parole, a mio modesto avviso, profonde ed esatte, altamente esplicative, di un antropologo culturale e di un profondo conoscitore della materia in quanto dal medesimo autore pienamente vissuta.
Cat.

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La prima volta che mi accorsi dì una mia diversità - o più sempli­cemente la inventai? - nel legame complesso che le persone intratten­gono con il peperoncino, avevo poco più di vent'anni. La scoperta av­venne fuori dal mio paese, dove consumare peperoncino era quasi per tutti un fatto naturale e quotidiano. Era il 1971, facevo il servizio di le­va a Roma, dopo essere stato a Cagliari, e una sera ci trovammo, in tanti, nella casa di un amico romano per fare una spaghettata all'aglio, olio e peperoncino. Quando misi in bocca la prima forchettata, trovai il pe­peroncino adoperato un po' dolciastro, scipito, e mi venne, come si usa dalle mie parti, di chiederne dell'altro e di più forte. Ricordo ancora lo sguardo smarrito dei miei amici che soffiavano, starnutivano, beveva­no vino a causa dell'eccessivo peperoncino che avevo fatto buttare nel­la padella, dove veniva girata la pasta. «Ne hai forza», mi disse qualcuno. «Si vede che sei calabrese». Continuai a mangiare, con ricercata di­sinvoltura, quella pasta molto piccante, che, confesso, mi provocava un po' di bruciore. Come dire? Senza saperlo, mi immedesimai nella parte del calabrese mangiatore di peperoncino. Non pensai allora all’accostamento peperoncino, forza, Calabria, ma quel giudizio (che ora mi rendo conto sfiorava, sia pure in maniera simpatica, il pregiu­dizio) mi fece sentire importante, mi riempì di orgoglio. Ero un ragazzo melanconico, appartato e insieme esuberante, e mi sentii improvvisamente osservato, al centro dell'attenzione per un merito che non apparteneva tanto a me, quanto al mio essere calabrese. Ero granatiere di Sardegna, studiavo filosofia a Roma, seguivo la lettura del Capitale di Marx che Lucio Colletti faceva all'università e anche qualche corso poco frequentato su Nietzsche e la nascita della tragedia, militavo a fianco dei gruppi della sinistra extraparlamentare, avevo una fidanzata in paese, sentivo la mancanza di casa, ma soprattutto, come tanti allora, desideravo tornare ardentemente in Calabria per cambiare le cose, per fare in modo che il mondo di padri emigrati, di braccianti, contadini, raccoglitrici di olive avesse finalmente ascolto. Era anche il periodo dei fatti di Reggio e dei legami 'ndrangheta, politica, servizi segreti, estrema destra, e sentivo che bisognava fare qualcosa per i nostri paesi che continuavano a spopolarsi. Tutti i giovani erano fuori, qualcuno partiva per sempre, altri sognavano un ritorno, che so­lo in pochi poi fecero.
Quella sera, il riferimento al peperoncino e alla Calabria fece scat­tare una qualche molla dentro di me. Cominciai a mantenere, socializ­zando sempre più, le mie promesse e caratteristiche di calabrese. In fondo mi comportavo come gli emigrati e quelli che avevano fatto la guerra: mangiare peperoncino era una sorta di legame con il mondo d'origine. Il mio interesse per il peperoncino aumentava, e non solo a livello alimentare. Quando tornavo in paese, d'estate, in occasione del­le feste, ormai in fatto di piccante me la cavavo bene anche rispetto ai più terribili e accaniti mangiatori dì peperoncino, amici braccianti e mastri muratori, ma anche studenti.

Spesso organizziamo le nostre azioni per compiacere o per dispia­cere gli altri. A volte ci comportiamo come gli altri vogliono, per non dispiacerli o per confermare una loro immagine. Altre volte costruia­mo un'immagine di noi corrispondente alle aspettative altrui, e altre volte ancora ci comportiamo in modi nemmeno da noi condivisi sol­tanto per contrastare le immagini negative che gli altri sì sono fatte di noi. Gli studiosi di psicologia infantile, quelli che indagano il legame madre-bambino, hanno chiarito bene quanto il bambino abbia bisogno del sorriso materno e come si adoperi per suscitarlo. Quella che chia­miamo identità è spesso il frutto di un bisogno di affetto, di riconosci­mento, molte volte è esito di un gioco di sguardi incrociati, di malinte­si, di chiusure e di aperture nostre e degli altri. Quando tutto questo ri­guarda non tanto l'individuo, ma un gruppo o una popolazione, si ca­pisce come spesso l'identità culturale sia un'invenzione, che subisce i condizionamenti dello sguardo esterno, e che i pregiudizi alimentano risposte di tipo pregiudiziale. Il problema di tutti è quello di uscire in tempo dalle dinamiche di tipo madre-bambino, e di non comportarsi come se fossimo assediati dagli altri o attendendo il loro riconosci­mento, o temendo la loro disapprovazione. L'identità non può che es­sere una storia di dialogo, di rapporto, di messa in discussione di sé.

lunedì 17 novembre 2014

§ 130 171114 B. Soria: la riforma gregoriana del calendario, Lilio, Girolamo Tagliavia 'calabrum'.

                                                           Modifiche agli scritti: 
1. aggiornato lo scritto n° 137 http://originicirotane.blogspot.it/2014/11/giano-lacinio-nella-istoria- degli.html (aggiunta voce 'Tafuri' da F.A. Soria);
2. aggiornato lo scritto n° 138 http://originicirotane.blogspot.it/2014/11/ciro-in-gabrielis-barrii-de-antiquitate.html (Cirò nell'opera di Barrio: aggiunte le voci 'Barrio' e 'Aceti' da F.A. Soria).
3 aggiunta 'nota' di Rutilio Benincasa allo scritto n° 140.

                                                           *************** § 140 ****************
 Alquanto attendibile, e comunque rispondente allo stato delle conoscenze del tempo, è il 'riassunto' della riforma del calendario che possiamo leggere nel volume 'La cosmografia istorica astronomica e fisica di Biagio Soria, Tomo III, parte storica della cosmografia dei mezzi tempi e della moderna', Napoli 1822... ovviamente l'autore è Biagio Soria, da non confondere con l'altro autore 'sfruttato' in precedenza, Francescantonio Soria. Nel seguente §.34. dell'opera del Soria noterete una delle dimenticate denominazioni di Cirò, che qualche volta già in precedenza ho fatto notare.
Premetto una nota di Rutilio Benincasa, tratta dal suo 'Almanacco perpetuo' del 1593, nell'edizione annotata da Ottavio Beltrano, nella quale il sulfureo Rutilio spiega, a modo suo, il problema dei 'dieci giorni' eliminati dall'ottobre 1582.

Fin qui Rutilio Benincasa e Ottavio Beltrano.

Fin qui il paragrafo dedicato alla riforma gregoriana del calendario... Nello stesso volume, poco oltre, si parla di un 'calabrum' ispiratore di Niccolò Copernico, tale Girolamo (o Geronimo, fa lo stesso) Tagliavia:


                                                     Fin qui Biagio Soria.

                                           ************************

                             (C. Cantù, Gli eretici d'Italia).
                         (D. Andreotti, Storia dei cosentini, 1869).

 

 (F. Colangelo, Storia dei filosofi e dei matematici napolitani, e delle loro dottrine, 1824).

                                                           *******************
Insomma, andando a scavare di qua e di là, tra i libri dimenticati e le memorie che comunque essi trattengono e tramandano, si può vedere come, quanti e chi siano gli sconosciuti dei quali a malapena si conosce forse solo il nome, magari perché legato, nel migliore dei casi, ad un teorema, ad un fenomeno scientifico, ad una invenzione, e che invece hanno comunque profondamente inciso nella storia e nella cultura degli uomini con il loro impegno quotidiano, con le loro osservazioni spesso improbabili secondo il sentire delle epoche in cui vissero, e che grazie al loro studio ostinato hanno fatto qualcosa di buono, a volte di grande, per questo mondo troppo spesso poco riconoscente... tra di loro ci sono stati, e ci sono, tanti cervelli di questa nostra (se posso ancora dirlo) terra di Calabria.