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mercoledì 7 agosto 2019

§ 333 070819 Quel che resta di tanto impegno. Mazzarò, o Mazzacirò.

'Terra mia, vièntene con me!', 'terra mia, venitìnni ccu mmìja!', dice, ormai ricco ed avaro, Mazzarò, sentendo prossima la fine. Non sono diventato né ricco né avaro, e spero che la fine, 'quella fine', abbia la bontà di attendere per un buon tratto ancora. Un'altra fine, una 'scompetura' per dirla coi miei amati poeti e scrittori napoletani del XVI secolo, mi si è invece palesata, si è fatta bisogno reale ed impellente: l'abbandono, cioè, di questo impegno (da nessuno prescrittomi) di indagare la materia 'ipsicronea' (di Cirò e della sua Marina), tramite la ricerca di tipo scolastico (e nulla più) di elementi di quella storia 'patria' che ad un certo punto mi è sembrata così lontana, o forse vicina e insepolta, ma comunque inarrivabile. Mi sono occupato, coi miei modesti mezzi intellettuali, volutamente non affinati, di un personaggio che, quanti altri mai disconosciuto e misconosciuto, tale Giovan Francesco Pugliese, aveva avuto il coraggio o l'amore di dedicare la propria opera al paese che gli diede i natali: con reiterate e prolungate interruzioni ne ho indagato il pensiero, e l'opera, per circa sette anni, poco più, poco meno... per altrettanti anni (più qualche decina precedente, in nuce) ho 'lavorato' -tutto sommato è il termine esatto- a quel 'Repertorio della parlata di Cirò e della Marina', per la cui pubblicazione mi sono sottomesso alle forche caudine di essere il primo a produrre un lavoro del genere, dal quale altri potessero attingere e 'si groliare' per giunta -ma non è certo questo un (o il) problema: occorreva che qualcuno disboscasse, o cominciasse a farlo, quella boscaglia nella quale era (ed è) avviluppata la parlata cirotana. Che poi ci fosse ben altro da dire, da indagare, da esplicitare, riguardo a quella parlata non è compito mio segnalarlo a linguisti ed etimologisti, a vocabolaristi della domenica e dei prefestivi: un po' di olio di gomiti anche per loro non guasta. Però arriva il momento di fermarsi, arriva il giorno in cui le forze ti abbandonano e allora la voglia viene meno, e come i due matti davanti al cancello del manicomio (barzelletta che non ricordo bene) decidi di non entrare o di andartene, qualcosa del genere, ma che non so ridire. Mi spiace aver coinvolto tante persone nello 'studio' del dialetto, tramite il gruppo fb che ho messo in piedi, e ora doverle non abbandonare, ma defilarmi: sapranno come e cosa fare, nessuno è indispensabile. La seconda edizione del 'Repertorio' è pronta o quasi, e tutto sommato credo non sia nemmeno paragonabile alla prima (e di questo mi sento in colpa verso i pochi acquirenti che forse qualcosa potrebbero avere da ridire). Non è un 'repertorio' o un 'lemmario': ho inteso in esso spiegare ancora di più cosa credo ci sia di diverso, o di particolare, nella parlata cirotana, paragonandola a tante altre rigorosamente non calabre; nel farlo ho escluso tassativamente la consultazione di altri vocabolari dialettali calabresi: la comparazione mirava a dimostrare altro, e così è stato, almeno credo, anzi, così sarebbe stato. Altro motivo dolente e di delusione, recata a me e purtroppo ad altri, è il non poter portare a termine l'opera storica non su Cirò o la Marina, ma su Pugliese, e di questo, ribadisco, mi dolgo, per quanto non sia ancora detta l'ultima parola: sono abituato a non contrarre debiti, figurarsi a lasciarli inestinti. Per il resto delle 'cose' non c'è problema, 'se ne vengono con me', sono solo poesiole, raccontini e altre amenità, come questo blog al quale non presto più cure: il tempo non consente, e manco il luogo, tutto sommato. 
Vale.


venerdì 7 giugno 2019

§ 332 070619 Petilia Policastro, 1958: il caso SO.FO.ME.

Il testo che segue è tratto dal volume 'La Calabria', a cura del 'Centro di analisi di opinione pubblica e di mercato', Franco Angeli editore, Milano 1958. In esso si illustra uno dei tanti fatti paradigmatici del mancato sviluppo o del sottosviluppo calabrese: la storia economica della Calabria è costellata, lastricata, di progetti nati male, mal gestiti o presto svaniti, quando non improntati a finalità certamente non le più adeguate e apprezzabili. Sembra, purtroppo, che, quanto a speranze deluse e a sorrisi che si spengono anzitempo agli angoli della bocca, questa nostra Calabria non debba mai cambiare... Un dato su tutti, nello scorrere il testo: 1.200 addetti, una cifra enorme per la Calabria di allora (e anche per quella odierna), una vera miniera occupazionale per una regione che è stata, forse, la più assetata di lavoro dell'Italia intera. Che dire? Nulla che non sia già stato detto, nulla che non sia già stato taciuto.










§ 331 070619 Stato delle ferrovie e dei trasporti in Calabria, 1958.

Quella che segue è una disamina, sommaria alquanto ma esplicativa comunque, dello stato delle ferrovie (e dei trasporti in generale) in Calabria a far data 1958, anno di pubblicazione del volume utilizzato come fonte, curato dal 'Centro di analisi di opinione pubblica e mercato' ed edito da Franco Angeli, Milano.
Nulla di nuovo, si potrà obiettare, ma siamo sicuri di conoscere veramente il perché e il per come dello stato di disagio delle comunicazioni in Calabria? Intanto si può provvedere a fare il punto con il breve riassunto qui riproposto, non senza una punta di rammarico da parte di chi scrive, avendo vissuto con trepidazione gli anni di grandi attese troppo spesso andate deluse (quasi sempre, ad essere sincero, e non solo nell'ambito dei trasporti) in quegli anni '60-'70 del secolo scorso, durante i quali, ad una parziale ripartenza dell'economia calabrese ha fatto da contraltare un aumento del divario non solo con le regioni del nord e del centro, ma anche con altre 'zone' dell'Italia meridionale.
Oggi certamente le cose sono cambiate, ma come, in che misura? 

    Probabilmente non si può lavorare solo sul 'valore assoluto' delle infrastrutture, cioè di opere di una portata quasi a sé stante, ma bisogna che si realizzino opere di largo respiro, che possano traghettare (!) questa nostra terra e la sua gente verso condizioni di vita 'normali', almeno 'normali', non dimenticando che esistono già da un po' di tempo delle Calabrie che viaggiano a differenti velocità, non solo metaforicamente.












mercoledì 8 maggio 2019

§ 329 080519 La famiglia, S. Salomone-Marino.

Quelle che seguono sono note apparse in ARCHIVIO PER LO STUDIO DELLE TRADIZIONI POPOLARI, 'rivista trimestrale' diretta da Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone-Marino, volume primo, Palermo, Luigi Pedone Lauriel Editore, 1882. L'opera, sterminata, grandiosa, imponente, di Giuseppe Pitrè non dovrebbe avere bisogno di ulteriori rimandi o specificazioni: ne avessimo avuti, uno, cento, mille, di Giuseppe Pitrè... quanto patrimonio, magari immateriale come oggi si dice, si sarebbe salvato dall'oblio. Ad ogni modo, le pagine che seguono parlano dei 'costumi contadineschi siciliani', ma sono talmente simili, calzanti, con quelli calabresi coevi che quasi si confondono; si tratta di costumi, usi, abitudini, 'istituzioni', che hanno mantenuto intatto o quasi il loro carico di 'negatività' almeno fino agli anni sessanta del secolo scorso, non nascondiamocelo, e sono 'costumi' ai quali ancora oggi, purtroppo, a volte non ci si riesce a sottrarre... Magari è solo uno spunto di riflessione, però...