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lunedì 24 febbraio 2014

§ 060 240214 Isole Sirenuse, sèguito di Isole Omeriche al largo di Capo Alecino.



Tyris, Eranusa, Meloessa, Ogygya, Dioscoron... le nostre isole!!!
   Nel riprendere le riflessioni sulle fantomatiche, misteriose, o semplicemente sommerse, isole nel mare del territorio crotoniade, mi domando come mai i risultati della missione ‘sottomarina’ della Soprintendenza si siano ammantati di mistero, forse inabissandosi in qualche file di ‘difficile apertura’, secondo la definizione della Soprintendente stessa.
   Ad ogni modo speriamo che l’annunciato convegno ‘sulle isole’ fornisca dati e lumi.
   Per quanto riguarda le scoperte ‘su carte’, ogni studioso, o semplice appassionato, sa bene come la geografia e la cartografia siano state a lungo discipline più letterarie che non precipuamente scientifiche, per mancanza di mezzi di indagine e non certo per mancanza di intelligenza: anche la geografia, come tutte le altre discipline, ha seguito e segue un suo lento e faticoso avanzamento, e le carte antiche sono poco o per nulla attendibili, pur mantenendo intatta la loro importanza testimoniale e documentale, anche attraverso particolari a prima vista trascurabili.
   Le isole, o scogli, di Ogigia e quelle dei Dioscuri potrebbero anche non essere esistite, certo… Premesso che l’importante è che siano esistite nell’Odissea e quindi nel mito e in quel mare profondo che sono l’anima e la fantasia umana, le suddette isole sono segnalate nelle opere a carattere geografico, e anche nelle carte che le descrivevano. Per avere una carta davvero attendibile dell’Italia meridionale bisognò attendere quella del Magini, inizi ‘600, di taglio moderno e precisa nell’impostazione, nella quale le presunte isole non appaiono più. Il fatto che quelle isole non vi compaiano significa semplicemente che all’epoca della realizzazione di quella carta non esistevano più, magari come tante altre isole o scogli soggetti a ‘subsidenza’… avviene tutt’oggi, e avvenne non molto tempo fa, come per l’Isola Ferdinandea, affiorata nel 1831 e scomparsa l’anno successivo.
  E veniamo a queste benedette isole e a colui che con precisione ne tratta, ovvero l’Abate Domenico Romanelli (1756-1819), prefetto della Biblioteca della Croce e della Biblioteca dei Ministeri, autore della ‘Antica topografia del Regno di Napoli’, Napoli, Stamperia Reale, 1815.
   Nella breve dedica introduttiva, ‘Agli amatori della storia e della geografia antica’, l’abate abruzzese spiega benissimo quali e quante difficoltà abbia dovuto affrontare per dare alla luce un tipo di opera – una antica topografia – alla quale persino Cicerone, richiesto di realizzare qualcosa di simile, aveva dovuto riuniciare ‘justa causa’. Il Romanelli non manca di sottolineare la poca attendibilità delle misure delle ‘tavole itinerarie’ e le altre varie insidie contenute nella ‘letteratura geografica’.
   Per maggiore intelligenza, eccone uno stralcio:
   ‘Altre carte appartenenti a questo Regno ci furono date dal Cluverio, dal Cellario, dal Brezio, dal Merula, e da qualche altro, e l’Ortelio riportò anche una carta, che si attribuisce a Pirro Ligorio. Noi non vogliamo fare i censori di queste carte: ma ci contentiam solamente di dire, che i luoghi in esse marcati non corrispondono affatto alla topografia, che n’assegnarono o i geografi, o gli storici, o gl’itinerarj antichi. Invano vi si cercano le vere misure, e le distanze, che sono necessarie in geografia, le strade consolari, i porti, ed i veri siti delle antiche città, e di altri luoghi. Quai lumi dunque può ritrarre la geografia da queste carte?’ Credo che più chiaro di così…
   E veniamo al paragrafo del Romanelli che ci interessa più da presso, dal titolo ‘Dioscorum et Calipsus Insulae’:
   Prima di toccarsi il Lacinio (Capo Colonna, ndr) Plinio descrisse tre isolette, che al suo tempo sporgevano ancora fuori delle onde. Egli l’appellò Tyris, Eranusa, Meloessa. Ne’ codici mss. (manoscritti, ndr) però si legge altrimenti, e specialmente in un esemplare Vaticano osservato dal Quattromani, in cui si ha Syris Seranus, Eranusa et Tyris Eranus, voci certamente da’ copisti depravate. Lo scoliaste di Licrofrone appellò queste tre isolette da' nomi delle Sirene, cioè Pisinoe, Aglaope, e Thelxiepia… Anche ne’ codici antichi di Plinio, e nelle più vetuste edizioni di questo geografo, e specialmente in quelle di Venezia per B. Benalium 1497, e di Manuzio 1559, si attribuisce a questi scogli il nome di Sirenusae. Questa istessa lezione fu adottata da Ermolao Barbaro nelle note a Plinio. In altre edizioni posteriori il nome di Sirenusae  fu tralasciato, e venne approvato dall’Arduino, senzachè ne avesse prodotta alcuna ragione. Oltre di questi tre scogli sorgeva dappresso l'isoletta de' Dioscori, che Plinio appellò Dioscoron per dieci miglia dal lido lontana, ed un’altra detta Calypsus, che Omero, secondo lo stesso geografo, appellò col nome di Ogygia. Di questa medesima isola troviamo memoria presso Scilace nella sua descrizione topo­grafica di tutti questi lidi: Locri, Caulonia, Croton, Lacinium, Iunonis templum, Calypsonis insula, in qua Ulysses habitabat apud Calypso.
I mitologi però non son d’accordo nel riconoscere il vero sito di questa isoletta, dove Calipso ricevè Ulisse, dopo i lunghi sof­ferti naufragj, e dove seco lei per sette anni si trattenne. Strabone non convenne certamente con Plinio, perché ripose l’isola dell’Ogygia Omerica nell’Oceano. A non pochi è piaciuto di vederla nell’isola di Malta (Gozo, una delle isole maltesi, ndr), o presso le coste di Egitto, e nell’isola Atlanta, o Atalanta nell’Euripo Euboico, oggi golfo di Negroponte. Da Omero istesso, che descrisse ben a lungo questo soggiorno di Ulisse, non può ritrarsi affatto la di lei topografica situazione: Tuttavia il Cluverio ha mostrato con buone ragio­ni, che di quest'isola, e non di altra, dovè parlare l'epico gre­co. La quistione però non si versa, che intorno al nome. A noi basta di risapere solamente l'antica esistenza di queste isolette non lungi dal promontorio Lacinio , che oggi son dalle acque interamente ricoperte.’
   Ricapitolando, spero di aver fornito qualche ragguaglio utile su questi scogli che saranno esistiti al largo di Capo Lacinio, almeno fino ai tempi di Plinio, di fronte ai tre Promontori Japigi, dei quali evito di parlare perché non vorrei impelagarmi – mi sembra il caso di dirlo – oltre.

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