sommario dei post

mercoledì 8 maggio 2019

§337. La famiglia, S. Salomone-Marino.

Quelle che seguono sono note apparse in ARCHIVIO PER LO STUDIO DELLE TRADIZIONI POPOLARI, 'rivista trimestrale' diretta da Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone-Marino, volume primo, Palermo, Luigi Pedone Lauriel Editore, 1882. L'opera, sterminata, grandiosa, imponente, di Giuseppe Pitrè non dovrebbe avere bisogno di ulteriori rimandi o specificazioni: ne avessimo avuti, uno, cento, mille, di Giuseppe Pitrè... quanto patrimonio, magari immateriale come oggi si dice, si sarebbe salvato dall'oblio. Ad ogni modo, le pagine che seguono parlano dei 'costumi contadineschi siciliani', ma sono talmente simili, calzanti, con quelli calabresi coevi che quasi si confondono; si tratta di costumi, usi, abitudini, 'istituzioni', che hanno mantenuto intatto o quasi il loro carico di 'negatività' almeno fino agli anni sessanta del secolo scorso, non nascondiamocelo, e sono 'costumi' ai quali ancora oggi, purtroppo, a volte non ci si riesce a sottrarre... Magari è solo uno spunto di riflessione, però...









venerdì 3 maggio 2019

§.336 Declaratoria d'amore e terra.

Qualche anno fa ho cominciato, con entusiasmo ben presto decrescente, a segnare degli appunti su questo blog, 'A vrascera' (che avevo anche denominato per un certo tempo 'Origini cirotane'); oggi mi accorgo, abbastanza casualmente, che questo 'foglio con screzi' ha superato le centomila visualizzazioni... non so se ne sia valsa la pena, di carpirvi tanta benevolenza, e neppure se ne valeva la pena di appuntare cose che forse tutti o quasi già sapevano e che comunque avrebbero potuto sapere per vie più fruttuose, ma tant'è...
Per l'occasione, 'appiccico' qui questa cosa che ho ritrovata sperduta nel mio antidiluviano pc. 
Grazie per le attenzioni (di qualunque natura...) che mi avete riservato,
Catauru.
Cià.

                   DECLARATORIA D'AMORE E TERRA.
Allora eri una piccola città
Tutti, tutti predicevano per te un radioso futuro

Ti ho lasciata in un giorno a caso
Non ti poteva il mio tascapane
Già altre dita
E ombre
Si allungavano sul tuo corpo
Lunghe, troppo lunghe
Perché tu potessi difenderti
Perché io potessi salvarti
Ne avremmo sofferto entrambi
Di questa lotta impari e senza sconti

Ho camminato dentro di te
Come ora
Che percorro i tuoi vicoli
Finalmente svelati
Ora che conosci anche tu
I punti di sosta
I belvedere da dove guardare
O attendere che si aprano
Nuove viste
Orizzonti ulteriori

Per le tue vie non parlavo
Allora
Anche se ti sentivo
Come ora che in un sussurro
Ti dico l’amore
E lo facciamo
In una nostra appartenenza
Nuova
Che ci dettava il tempo

E allora ti accarezzo
Quando senti il vento
Quando sola
Ti distrae un pensiero
Quando a sera
Smetti le paure
E la mia mano ti segue
Sulle tue spalle
Nel luogo dove
Il cono d’ombra del buio
Scompare.

Sarai meravigliosa
A quest’ora
Come una città che si riscopre
Antica e nuova
Pregna d’amore.

venerdì 26 aprile 2019

§.335 L'anticalabresismo. Fonti del razzismo, in A. Mozzillo, Cronache della Calabria in guerra.

Atanasio Mozzillo, Cronache della Calabria in guerra, ESI, Napoli 1972, 3 voll.
Sempre confidando nella liberalità dei detentori dei diritti d'autore (a cancellare tutto ci vuole comunque un attimo), presenterò qui ai miei quattro lettori, che per pura concessione amicale forse leggeranno, uno dei migliori libri, tra quelli che ho potuto sfogliare, che parla di Calabria, e precisamente di quel periodo che va dal 1806 al 1811, cioè il primo lustro del cosiddetto 'decennio francese' (il nostro Pugliese, qui mai citato, lo chiamava spesso 'dell'occupazione militare'), quando i napoleonidi si spinsero fino in Calabria ad occuparla, col successivo tentativo di sottomettere -'normalizzare' diremmo forse oggi- i suoi riottosi abitatori (che è termine semanticamente diverso da 'abitanti' e che uso non a caso). Sono tre volumi, per complessive 1400 pagine circa, che compongono un'opera di grande valore, almeno secondo il mio molto 'secondarissimo' parere, apparsa nel 1972, a Napoli, per le Edizioni Scientifiche Italiane, quale secondo volume della 'Biblioteca delle Due Sicilie', con una tiratura di soli 1400 esemplari: opera quasi introvabile, e costosa, senz'altro, ma una 'miniera' di informazioni un prezzo deve pure averlo. 
Oggi vedo un fiorire, soprattutto a mezzo 'social', di ardimentosi difensori delle ragioni del Sud (che esistono, sia chiaro) che troppo spesso si fermano però agli slogan alimentati da certa fortunata pubblicistica (ho chiari certi personaggi, ma non eviterò di citarli, poiché di 'sti Spaturnati che mangiano alle spalle dei vari Rocchi non voglio nemmeno saperne. 
Studiare prescinde dagli slogan e dalle frasi fatte, dal lamento spesso immotivato così come dai tripudi sconclusionati. La storia del Sud non è ancora stata scritta, quella delle Calabrie ancora meno, e forse non lo sarà mai più, a causa della progressiva sparizione o voluta eliminazione delle prove documentali, e forse sarà una storia, se mai lo sarà, riscritta ad arte, inficiata da quella cancrena che è, verso la storia, l'accondiscendenza alla partigianeria, alla faziosità, e, nel caso della Calabria come di buona parte del meridione, segnata da quella spinta, truffaldina e odiosa, interessata a convincere le fasce sociali in condizioni più disagiate che il loro stato di sofferenza nasca dalla cattiveria altrui e da una immeritatissima malasorte. E' quello che fanno i 'padroni' da tanto tempo: infinocchiare i più deboli, la massa da accattivarsi. 
In altre occasioni, su questo blog, ho rovistato tra le notizie storiche che parlano della altrui percezione della calabresità, cioè delle radici della avversione verso gli abitatori delle terre di Calabria e verso coloro che ne provengono o ne hanno tratto origine.
Questa storia dell'avversione verso il calabrese contempla un filone lunghissimo, dà luogo ad una storia che ha mille aspetti e sfumature, che implica mille aspetti, sociologici, antropologici, economici, culturali... dai calabresi torturatori di Cristo, a Giuda che sarebbe originario di Scalea ('iscariota'!), fino ai calabresi con la coppola e il mitra, assassini, stupratori, sessualmente perversi, cancrena nazionale e mondiale con l'esportazione della ndrangheta e l'import-export della droga e delle armi, passando per la letteratura del Siglo de oro spagnolo... diciamo che non ci fanno mancare nulla: al più, a molto parziale consolazione, certo non a ristoro di tanto danno, ci viene concessa qualche pacca sulle spalle, un riconoscere che sti animali, in fondo, se adeguatamente educati, se bene indirizzati.... e vabbò! Per inciso, la discriminazione verso i calabresi non è un fenomeno che alberga solo negli animi degli altitaliani, ma degli altri italiani, direi, e, in misura più o meno pervasiva, attanaglia pure la ragione (fragile, in vero) di molti altri meridionali, isole comprese: il mulo calabrese, la testa di mulo calabrese, appaiono spesso anche nel teatro e nelle lettere della vicina Sicilia, nostra sorella per tanti versi... quasi tutti.
Vedi anche (se vuoi, venzammà Ddìj...)... ci sarebbero altri links sul blog, ma mi scoccia cercarli.








Per ora mi fermo qui, con la segreta speranza di non aver fatto cosa del tutto inutile o sgradita.
Cià, letto'...

domenica 3 febbraio 2019

§.334 I 'gheghi' in Lombroso.

Ammazza u gghjègghju e lassa u lupu (uccidi il ghego e risparmia il lupo)? A giudicare dalla disamina di Cesare Lombroso nel saggio 'In Calabria', Giannotti, Catania, 1898, si direbbe proprio di no, tutt'altro... anzi, magari al posto di quelli che noi calabresi della provincia di Crotone, con qualche sfumatura fonetica, chiamiamo gghjègghj, il Lombroso metterebbe proprio noi, chissà. Fuor di celia, Lombroso è stato un luminare nel suo campo ed è riduttivo vedere in lui un freddo giudice senza appello nei nostri confronti e dei meridionali in genere: egli stesso lo dice nella onesta premessa al saggio in oggetto. Per quel che riguarda il termine 'gghjègghju' c'è da dire che esso non è (o meglio: non era) offensivo, ma che con tale termine si indicavano, e si indicano, semplicemente i gheghi, abitanti dell'Epiro (più o meno l'attuale Albania) per distinguerli dai toschi, l'una e l'altra componente etnica separata dal fiume Drin (vado a memoria). I nostri amici, corregionali, connazionali gghjègghj li riconosciamo senza difficoltà: basta un po' d'orecchio per riconoscere la loro esse dolce intervocalica, e l'uso particolare dell'articolo determinativo (che in arbereshe, se non sbaglio, non esiste). Aggiungo che i nostri vicini arbereshe, peraltro, hanno continuato a dare buona prova di sé anche dopo il saggio del Lombroso, il quale non ha tralasciato di elencarne talune eccellenze, alle quali la Calabria e l'Italia rimangono debitrici, non ultimo e tra i più recenti il compianto professor Stefano Rodotà, o uno sconosciuto ai più Antonio Porchia, maestro di pensiero nella nostra sorella latina dell'emisfero australe per eccellenza, cioè l'Argentina.
















martedì 8 gennaio 2019

§332. Gloria calabra: B. Telesio, p.te 3a, fine.

Con questo post si conclude la pubblicazione del volume monografico di Erminio Troilo sulla vita e l'opera del grande pensatore cosentino. Per riunire le immagini in modo da ricomporle in un file pdf -sia detto a beneficio di quelli come il sottoscritto non troppo addentro nel mondo dell'informatica - basta scaricare le singole immagini, unirle in un file word e stamparle virtualmente come pdf... oppure richiedermelo via mail: non chiedo nemmeno di essere ringraziato, anzi, mi fa piacere, purché lo si legga. Buona lettura.