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domenica 22 luglio 2018

§323. Punta Alice e noi, un paradigma o una dura illusione?

Da qualche anno vado strolichijànn, più o meno in solitaria, sulla storia dei paesi ai quali devo le mie origini: 'devo' non è casuale, ha la stessa radice di 'debito', e forse i debiti, una volta contratti, non si estinguono mai, hai voglia di dire 'i debiti si paghini, i peccati si ciàncini', non è esattamente così, perché tanto degli uni quanto degli altri rimangono sempre tracce. Finita la divagazione, passo a qualche considerazione. 

Un'altra estate è in pieno corso, un'altra estate in cui verranno alla ribalta le solite (ossimoro o no) consolidate fragilità paesane e regionali, fragilità, o problematiche, comunque situazioni, che nascono da una diffusa, quanto ineludibile, condizione non di arretratezza culturale, ma strutturale: è un ritardo difficile da cancellare, un gap che ci perseguita da secoli, i cui 'presupposti', cioè le cause scatenanti e costituenti, si muovono sempre solidarmente, fiaccando le speranze di una eliminazione o riduzione del distacco. E' difficile recuperare, tutto qui, nonostante gli sforzi non manchino, dei cittadini come delle istituzioni, spero. Ma sperare si può fino a che punto? Che non si tratti, invece di una dura, più che pia, illusione?
Se avessimo modo di uscire fuor del pelago e voltarci a rimirar lo passo, cosa vedremmo? Forse una situazione mutevole sì, ma altrettanto immutabile: è forse questo il nòcciolo del 'tutto cambi perché nulla cambi', cioè la reiterazione inattaccabile del già visto, del già sedimentato, sicché anche per quest'anno proclami tanti, altrettante scosse che sembrano agitare chissà quali tellurici sommovimenti, e poi? Poi tutto torna, anzi rimane, nella norma, e la sonnolenza, il 'tirami avanti', il 'mancia e fricatinni', il 'ma cchi nni voliva fare' hanno la meglio ancora una volta e, a quanto pare, per sempre o almeno per ora.
Insomma, un'altra evidenza del 'fuja quantu vo'...
In questi giorni di cicalìa, pardon, calura, per cosa ci stiamo agitando, senza nemmeno tanto sforzo, noi amanti della chiacchiera e della visibilità sui social? Delle stesse cose degli ultimi anni: Madonna di Mare che crolla, un Museo Civico che appare e scompare, l'organizzazione di eventi, di serate, l'offerta di qualsiasi cosa possa attirare il turista, l'ammodernamento della SS 106 e della ferrovia jonica, qualche rotatoria che ci piace oppure no, la raccolta della spazzatura, cioè si passa o un passa u cammiju... e ultima in ordine di apparizione, 'u tubbu'... già, 'u tubbu': mi sono sempre domandato in quale altro paese al mondo, e quale paese (centro abitato da una comunità) abbia mai scelto un residuo, o reperto, di archeologia postindustriale come elemento qualificante del paesaggio sul quale insiste... Finalmente qualcuno si accorge che quel pontile, lì, non dovrebbe esserci, e forse mai avrebbe dovuto esserci, al pari dello stabilimento piazzato nel bel mezzo di un sito archeologico... Credo che ci abbiano trattato proprio come dei cretini morti di fame decidendo di realizzare in quella posizione quel sito industriale, cioè sfruttando la fame di lavoro degli abitanti del posto... bastava realizzarlo a pochi chilometri di distanza da dove si trova, quell'obbrobrio, al quale comunque tante famiglie sono riconoscenti per forza di cose. Ora che tutto è finito, cosa ci rimane di tanto ventilato benessere? Cartoline con un tubo arrugginito, e reperti archeologici che probabilmente nessuno potrà più portare in superficie, sepolti sotto quelle strutture. 
Comunque, l'importante è che nulla cambi, anche se l'illusione si fa sempre più dura e la speranza sempre più una chimera.
'E se si rompe l'illusione?' - dissi con un filo di voce.
'Ma cosa deve rompersi...' - mi tranquillizzò. (J.L. Borges, 'Esse est percipi').

mercoledì 9 maggio 2018

318. Cirò, Cirò Marina.... e Santu Catàvuru, in G. Ferrari, Identità della memoria.

Domani è San Cataldo, festa grande per Cirò, Cirò Marina... e altri. Mi piace ricordare questa ricorrenza con le parole sagge, profonde, e umanissime, del compianto maestro Peppino Ferrari, con le quali egli descriveva la festa e le lotte fra le due comunità per il possesso, o la custodia, forse meglio, della statua del Santo. Molte volte mio padre mi raccontò delle botte da orbi tra cirotani e marinoti nel contendersi la preziosa e adoratissima statua... E oggi annoto quasi con piacere che almeno a quei tempi si lottava, si litigava, si arrivava alle mani (e poi ci si ravvedeva e pentiva) per qualcosa di sacro, sebbene questo sacro, a causa di quelle 'palàti', venisse a stridere pesantemente nel contatto con il profano... Erano altri tempi, altri uomini, altre istanze morali e pratiche, e va bene, andava bene così, cioè a quel modo: probabilmente oggi una scazzottata per un simulacro sarebbe impensabile... e vorrà dire che può esserci del buono anche in una sciarrijàta, sempre che a qualcuno non passi per la testa una inopportuna 'replica': al di là dei 'particolari tecnici', amministrativi, le due comunità, a mio modestissimo parere, devono andare avanti così, con tutti i punti di contatto, e di forza, che le uniscono... come San Cataldo, appunto.
Non vi annoio oltre, e vi lascio alla lettura di uno stralcio tratto da Giuseppe Ferrari, L'identità della memoria, Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli, 2002.










martedì 1 maggio 2018

§317. Benvenuti a Cirò, come la prima di maggio.

                                  Benvenuti a Cirò, come la prima di maggio.
   
    Domani è il primo maggio, e solo a mia madre ricordo di aver sentito dire: ‘bonuvenùtu com a prima ‘e màju!’... una frase che è un pezzo di storia.
    E’ un pezzo di storia perché questa notte della vigilia del primo di maggio a Cirò sarebbe stata festa grande (fino a un paio di secoli fa), si sarebbero sparati i mortaretti, o meglio il mortaretto, e domani, primo maggio, avrebbe avuto inizio lo ‘sbarro’, cioè la libertà di usufruire, almeno in parte, dei pascoli del feudatario, oltre a poter ‘legnare’ e spigolare... e tanta era la gioia per l’evento, che si diceva appunto ‘bonuvenutu com a prima ‘e maju’, incontrando una persona amica. E poi questa notte ci sarebbe stata quella enorme festa di cui dicevo prima, abbastanza simile, per certi versi, a quella di carnevale, quando i frazzantuli (o frazzantulari) andavano in giro per le case, in entrambe le occasioni cercando con moine e scenette varie di convincere il massaro, o il padrone di casa, a fare qualche regalia, costituita da dolciumi o altro da mangiare... e molti ricorderanno gli sguardi tra il lascivo  e il furtivo che i frazzantulari rivolgevano ari sozizzi e salati mpicati ara nţravata, mentre il padrone di casa si poneva a protezione dei suoi preziosi insaccati...

    Un’altra tradizione, o usanza, che, come ho potuto constatare dai post apparsi su ‘Note di dialetto cirotano’, esercita ancora una discreta presa sui cirotani ‘di terra e di mare’ consiste nell’offerta e nello scambio di fichi mpurnàti, che siano crucètti oppure no, il cui consumo è finalizzato a proteggere e prevenire dai morsi dei serpenti... se poi, come qualcuno suggerisce, si tratterà solo di un espediente per consumare i fichi della passata stagione per far posto a quelli della nuova produzione, questo non saprei dirlo... ma come scusa non mi sembra nemmeno tanto malvagia, tutt’altro: una scusa dolcissima!

   Prima di lasciarvi, se vorrete, alla lettura del pezzo in cui G. F. Pugliese, nella sua DEIN (acronimo che i quattro-cinque benevolenti amici che leggono si frašcàtuli d’i mèj sanno cosa significa), mi domando se non sia il caso di riconsiderare, da parte di qualche istituzione, la possibilità di ridare vita a quella ‘festa da sbarro’ che animava Cirò nella notte della vigilia del Primo Maggio... se ne riscoprono - e a volte se ne inventano di sana pianta- così tante di feste e tradizioni in giro per lo Stivale... almeno questa una sua verità storicamente accertata la possiede e come!
  
    Dico ancora, sempre per quei quattro-cinque delinquenti che mi hanno voluto così bene da spronarmi a metter mano ‘definitivamente’ all’opera completa del Pugliese che ormai siamo alle rifiniture... sarà un altro fiasco, e lo berremo insieme, magari la prossima vigilia del Primo Maggio, a Cirò, durante la Festa dello Sbarro!

    Dice il Pugliese, Descrizione ed istorica narrazione, ecc. Napoli, Stamperia del Fibreno, 1849:

    Nella mezza notte precedente al primo maggio fin che durò la feudalità si costumava di salutarsi l’ingresso del mese con un tiro di grosso mortaretto in mezzo la piazza. Si andava quindi cantando a suono di varii strumenti, e si piantava il maggio, consistente in lunghi rami di alloro, e di sambuco fiorito innanzi a più case, dopo che si era cantata un’intiera canzona in ciascun sito e dispensata, o sia diretta alla prosperità del padrone di casa. Il mastro-Giurato diriggeva questa festa notturna che durava fino all’alba. Ciascun padrone di casa apriva e dispensava complimenti non solo di spiriti, e mostacciuoli, ma di qualche frutto da dispensa. La serenata fruttava una provistella al mastrogiurato per la propria dispensa. Comunque questa festa sia antichissima in più popoli, e gli albanesi nostri vicini continuassero a farla in onore delle fidanzate, e per le quali s’impianta e si canta il maggio; pure per Cirò io trovo la ragione nella circostanza che trovandosi allora occupato l’uso di pascolo di tutte le vaste tenute Demaniali dell’università dal Barone, la consuetudine e le varie convenzioni portavano che al primo maggio seguisse lo sbarro di tali pascoli a comune uso di tutti i cittadini. Ecco che ciò portava lo sbarro o scoppio del mortaretto, e la festa; ed era tanto grato per tal libertà di pascoli l’ingresso del mese di maggio, che per esprimersi il gradimento dell’arrivo di un amico, o di un forastiere non poteva né sapeva dirsi meglio del «ben venuto come la prima di maggio». Potrebbe mai dispensarsi la legislazione di meditare, ed aver riguardo a queste usanze nel prescrivere i regolamenti per la buona economia rurale in armonia co’ bisogni relativi di ciascuna contrada?