sommario dei post

domenica 29 gennaio 2023

369 290123 Catanzaro e calabresi, Luigi Settembrini, Ricordanze della mia vita.

Chi avrà la benevolenza di leggere potrà rendersi conto di quanta verità vi sia nelle parole di Settembrini, di quanto atavici siano certi nostri malvezzi, al pari di certe nostre qualità positive. Non occorre che mi dilunghi oltre, tutto mi sembra molto chiaro, ho evidenziato qualche sfondo, nulla più, vidìti vuj mo’...

Catàvuru.

Contenuti:

1)      Breve cenno sulla vita di Settembrini, da Treccani, Enciclopedia on line;

2)      Catanzaro in Ricordanze della mia vita.

Luigi Settembrini, immagine da Treccani, Enciclopedia on line:


 Patriota e letterato italiano (Napoli 1813 - ivi 1876). Intrapresi gli studî giuridici, si dedicò in seguito, come allievo di B. Puoti, agli studî letterarî; nel 1835 conseguì la cattedra di eloquenza a Catanzaro, dove fondò, insieme a B. Musolino, la setta dei Figliuoli della Giovine Italia. Arrestato nel 1839, conservò la cattedra fino al 1841, dividendosi poi tra l'insegnamento privato e l'impegno politico, che ispirò il suo opuscolo antiborbonico Protesta del popolo delle Due Sicilie (pubbl. alla macchia nel 1847). Riparato a Malta, S. tornò a Napoli dopo la concessione della costituzione (1848) e fu tra i fondatori della società segreta Unità italiana, la cui attività gli valse un nuovo arresto e la condanna a morte (1849). Commutatagli la pena nell'ergastolo e poi nell'esilio negli USA (1859), riuscì con l'aiuto del figlio a raggiungere l'Irlanda, dove rimase fino al 1860. Stabilitosi definitivamente a Napoli, fu ispettore generale della Luogotenenza e dal 1862 professore di letteratura italiana presso la locale università; fu senatore dal 1873. Frutto del suo insegnamento furono le Lezioni di letteratura italiana (3 voll., 1866-72); ma il suo nome resta soprattutto legato alle Ricordanze della mia vita (post., con prefazione di F. De Sanctis, 1879), documento di spontanea limpidezza d'animo, tradotta spesso in accenti di schietta maestria artistica.

Dal capitolo X, dedicato a Catanzaro:

Io le voglio un gran bene a quella città di Catanzaro, e piacevolmente mi ricordo sempre di tante persone che io vi ho conosciute piene di cuore e di cortesia, ingegnose, amabili, ospitali. La città è sita sovra un monte in mezzo della Calabria: dietro le spalle le van sorgendo altri monti sino alla gran giogaia della Sila, che di verno si vede coperta di neve, e su la neve sorgono nereggianti i pini: dinanzi le sta un vastissimo terreno ondulato di colline che sono sparse di giardini, di orti, di case, di vigne, di oliveti, d’aranceti, e di pascoli dove biancheggiano armenti: e tutto quel terreno si curva in arco sul mare Ionio che tra i capi Rizzuto e Badolato forma il golfo di Squillace. Il mare è distante da la città sei miglia, ma ti pare di averlo sotto la mano, e ne odi il fragore: vi si discende per una strada che va lungo un torrente, e quando sei su la riva trovi un villaggio che chiamano la Marina, dove i signori hanno loro casini e la primavera vanno a villeggiare. Ad un miglio da la Marina sbocca il fiume Corace, ed oltre il fiume s’innalza un antico tempio rovinato, che si vuole edificato dai cristiani nel V secolo, e si chiama la Roccella: ci sono le quattro mura, su le quali si aggira sempre un nugolo di mulacchie. Piu in là sui lido una grande pianura, che chiamano castra Hannibalis, e dicono che ivi fu l’ultimo alloggiamento di Annibale che lì s’imbarcò per Africa.

Quando da un luogo della citta detto la Villa io guardai quella fioritissima veduta, volli trovare la fede di battesimo di Catanzaro, e dissi: «Se la vostra cronaca narra che un potente bizantino a nome Flagizio venne nell’ottavo secolo o fondò e ampliò la città, egli le dovette dare questo nome di Catantheros, Catantharos, che vuol dire sul fiorito, e glielo diede pel sito bellissimo ed amenissimo su cui forse ebbe una sua villa, e poi surse la citta». «Oh, che Flagizio e che greco voi ci contate. Una volta c’erano due fratelli briganti, Cataro e Zaro, i quali dopo molti anni che scorsero la campagna, infine si pentirono, e vennero qui che era luogo forte, e nessuno poteva toccarli: qui abitarono con la loro compagnia e le loro famiglie, qui fabbricarono una chiesa e ci furono seppelliti; e così si formò la città che porta il nome di tutti e due». Ci ebbi una quistione lunga che non è decisa ancora: anzi ogni buon catanzarese tiene per i due briganti, e non so come non gli hanno messi tra i santi protettori della città.

Essendo la città posta dove la terra d’Italia è piu stretta e come strozzata tra il mare Ionio ed il Tirreno, e battuta continuamente da venti che tolgono agli abitanti la pena di spazzarla, rendono l’aria pura, ma variabile, e i cervelli mobili e facili a dare di volta. Le case non sono né belle né grandi, e si abita per lo più in baracche fatte di legno dentro e poca fabbrica fuori per difendersi dai terremoti. La Calabria è il paese dei terremoti: ogni città, ogni terricciuola ti presenta vestigie di rovine, e non passa anno che nella stagione di primavera o di autunno la terra non tremi. Era il colmo di una notte ed io dormivo in una stanza, presso la quale era un’altra famiglia: fui scosso da un rumore come di venti carri d’artiglieria che passassero insieme per via; odo alcune voci gridare: «San Vitaliano, aiutateci», sento il letto tremare, e m’accorgo del terremoto. Saltammo dal letto, prendemmo alcuni panni, e fuori in una piazzetta dietro la casa, dove si raccolse anche l’altra famiglia. La citta fu piena di rumori, di voci, si aspettava la replica, ma non venne: vennero amici e conoscenti che avevano una certa familiarità col terremoto, e andavano facendo visite, e celiavano. La scossa fu leggiera, e si passò la notte in veglia: ma quando le scosse sono gagliarde tutti tremano, un grido spaventevole esce della città, e tutte le voci chiamano il santo protettore e la Vergine.

C’era stato il terremoto grande del 1832, e tutti ne parlavano con terrore, e mi mostravano le rovine in vari luoghi, e narravano fatti dolorosissimi. Ah, mi diceva uno, se non ci fossero i terremoti ed i briganti, la Calabria sarebbe il primo paese dei mondo.

La città piu calabrese della Calabria è Cosenza, dove predomina l’antica schiatta bruzia: Catanzaro è la più grossa, con circa ventimila abitanti, nei quali scorgi l’indole e l’ingegno greco, e li odi parlare un dialetto pieno di greche parole. Allora aveva una gran corte civile per tutte e tre le Calabrie, e come capo di provincia un intendente, una corte criminale, un tribunale civile, un comandante le armi, un vescovo, vari uffiziali di finanza, un liceo, un seminario, una scuola primaria, una tipografia, un solo libraio. Questa città come molte altre, non ha vita propria, ma da la gente che vi corre per piati e per faccende, sicché se la sede del governo provinciale fosse trasferita altrove ella resterebbe deserta. I proprietari attendono a coltivare i loro fondi con l’ignoranza e la negligenza antica, a vendere le derrate e i prodotti delle loro mandre: ma industria nessuna, delle arti le sole necessarie, ogni cosa, persino i solfini, viene da Messina e da Napoli. Vi è rimasta una memoria dell’arte di tessere la seta, introdotta nelle Calabrie nel XII secolo da re Ruggiero: pochi artigiani solitari e miseri hanno imparato quest’arte ciascuno dal padre suo, e tessono per chi fornisce loro la seta, e fanno bei lavori. Così era Catanzaro quarant’anni fa, e da tre anni aveva la strada rotabile che la congiungeva a Tiriolo, che prima aveva un sentiero per dirupi, dove a pena andavano i muli.

L’arte che tutti i calabresi sanno benissimo, dal più ricco all’ultimo mendico,  quella di maneggiare il fucile. Non esce di casa un possidente per andare ai suoi fondi, o in paese vicino, o per divertirsi in campagna con la moglie e i figliuoletti, senza che egli sia armato sino ai denti, e accompagnato da servi armati detti guardiani, i quali guardano il padrone, la casa, i poderi, i bestiami; ed ogni proprietario ne ha quanti ne può avere, e li arma con permesso del governo. Il popolo vive miseramente, e in un’ignoranza che fa pietà sono rozzi e fieri, ma non sono sciocchi: pochi esercitano un’arte o un mestiere, gli altri servono, o coltivano i campi o guardano gli armenti: per miseria rubano, e per natura impetuosa trascorrono ai delitti di sangue. Chi ammazza un uomo, si nasconde; se è cercato, si getta in campagna, dove per vivere deve rubare: un fatto tira l'altro, un’offesa cagiona un’altra: se egli è veduto con altre due persone armate, le autorità lo dichiarano fuorbandito o brigante, e mettono la sua testa a prezzo. Allora quell’uomo diventa un lupo, si disfà di tutti i suoi nemici, di tutti quelli dai quali si ricorda di aver avuto un torto. I fuorbanditi si uniscono in compagnia, taglieggiano i proprietari, ricattano uomini, fanciulli, donne, e non li rimandano se non hanno danari e robe: se il proprietario non manda loro ciò che gli chiedono, gli scannano il bestiame, gli bruciano il casino, e se colgono lui lo uccidono. La maggior parte del danaro, degli ori, e degli argenti che così rapiscono la mandavano a qualche uffiziale di gendarmeria, a qualche generale ancora, e a qualche proprietario che può aiutarli, e molti piccoli proprietari sono diventati ricchi briganteggianti al coperto. Parecchi briganti raccontavano a me nell’ergastolo come e a chi davano, e come erano avvisati di ogni cosa, e trattati a dolciumi e a galanterie: e mi dicevano quando, il dove, e certi nomi di persone che erano tenute per coppe d’oro. Uno mi diceva: « Io stava comodamente in casa del capitano, e dormivo in un buon letto, e il capitano coi suoi gendarmi andava camminando per trovarmi: io gli aveva dato duemila ducati». Questa vecchia piaga delle Calabrie, che il governo borbonico faceva le viste di voler curare, e più l’inaspriva coi suoi gendarmi e coi suoi impiegati ladri e corrotti, non può essere risanata che a poco a poco, e dalla sola libertà che è risanatrice di tutti i mali. Quando le strade comunali, provinciali, e ferrovie metteranno i Calabresi in facili communicazioni tra loro e con le altre genti d’Italia, allora si scioglierà quell’antica lotta chiusa in ogni paesello tra il proprietario sempre usuraio li, e il proletario sempre debitore, si ammansirà quell’odio per oltraggi antichi che è la vera cagione del brigantaggio. Quando quelle genti avranno lavoro, istruzione e giustizia, quelle loro nature sì gagliarde nei delitti saranno gagliarde nel lavoro, nelle industrie, nelle arti, nella guerra santa e nazionale. In nessuna contrada ho veduto più ingegno che in Calabria, li schizza proprio dalle pietre, ma raramente è congiunto a bontà, spesso è maligna astuzia.

In Catanzaro trovai poche persone colte, parecchi parlatori che parevan saputi; tutti, specialmente i nobili, cortesi e amabili: il popolo lieto, motteggiatore, vago di spassi e di feste, molti legisti e di valenti: in tutti quanti un po’di rozzezza che non dispiace perché sotto v’è buon cuore. Le donne, tranne pochissime, non sanno leggere, ma con gli occhi dicono tutto. Dai paeselli vicini ne vengono alcune d’una mirabile bellezza di forme, e mia moglie ne lodava specialmente una che era povera fanciulla di Marcellinara, e aveva occhi, volto, persona bellissima e perfetta.

Nessun commento:

Posta un commento