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giovedì 23 agosto 2018

§ 316 230818 'C'è parrata e parrata'.

                                                      
    Mio malgrado, e pur rifuggendo per forma mentis le polemiche, per correttezza, cioè nell’intento di evitare che il mio rammarico e le mie parole siano oltre misura intese e ingigantite, e per imparzialità, nei riguardi di quanti hanno partecipato a quel piccolo, e per me ‘umanissimo’, progetto della realizzazione del ‘Repertorio lessicale della parlata di Cirò e della Marina’, mio malgrado, dicevo, torno su un mio forse malaugurato sfogo che in rete ha dato la stura ad un dibattito che è andato, per quel che mi riguarda, oltre le mie aspettative.
    Questo è quanto ho scritto, su Note di dialetto cirotano, gruppo fb, il giorno 17 c.m.:
‘Buongiorno. Nei giorni scorsi è stato presentato un libro sulla ‘parlata’ di Cirò. Molti di voi mi hanno manifestato solidarietà, qualcuno si è indignato, immaginando, prevedendo, intuendo. Qualcuno in privato mi ha scritto ‘c’è parrata e parrata...’, e aveva perfettamente ragione. Ieri sera, al Polo Museale di Cirò, casualmente e di mala voglia (temendo...) ho aperto il libro di cui parlo, e manco a farlo apposta -Diavulu e Santu Martinu!- mi sono ritrovato davanti la voce ‘rutta’, con annessa spiegazione del modo di dire ‘come Marcu nta rutta’, al quale avevo lavorato un po’, per capirne l’origine, giungendo ad una conclusione che mi sembrava, e che ancora mi sembra, abbastanza valida. Bene, quella mia supposizione è diventata certezza, in un’altra ‘parrata’... Insomma, c’è parrata e parrata, giustamente, e c’è anche ‘Roccu fatiga e Spaturnatu mancia’, ma questo avviene da sempre. Pensate che sorpresa gradevole e che figurone (per l’onestà ‘intellettuale’ dimostrata) citare la fonte alla quale si è attinto... e che bella figura non farlo, invece. E va bene, cosa volete che sia? Vuol dire che prenderò qualche complimento per interposta persona... e da chi, poi?’ (‘Da tutti noi’, è stata la prima risposta: grazie, LArc).
    Lo ammetto, ci sono rimasto male, rammaricato, non solo per me, ma anche per gli amici che mi hanno sostenuto: non è giusto, semplicemente, ma purtroppo è quasi la norma, come ben sapevo.
    La ‘cosa’ assume poi un carattere, un tono, o una valenza, un po’ particolari, se penso che quella mia supposizione a proposito di ‘Marcu nta rutta’ potrebbe anche rivelarsi errata... spero di non essere considerato colpevole anche di un eventuale ‘errore derivante da errore’: sarebbe troppo, mi pare.
    Quella mia riflessione di cui sopra ha suscitato, devo dire, anche reazioni contrastanti o contrarie, nel senso che qualcuno voleva addirittura retrodatare la pubblicazione di una delle due ‘parrate’... non scherziamo, non neghiamo l’evidenza: il ‘Repertorio’ è apparso nel novembre 2017, nove mesi prima di luglio 2018. Eppure, pur di prendere posizione pro o contro qualcuno... Prendiamolo come un atto di fede o di dedizione, anche se di parte.
    Sempre in seguito al mio post, e precedentemente in altra ‘sede social’, una polemica ben presto rientrata mi chiamava in causa per un totale malinteso, per qualcosa che esula nel modo più assoluto dal mio modo di essere e di intendere: parlo di un presunto mio rammarico derivante da una mancata presentazione ufficiale del ‘nostro’ (mio e di qualche centinaio di amici di ‘Note di dialetto’) Repertorio, con annesse scuse o rassicurazioni in privato per future evenienze ‘culturali’.    Ho ringraziato di tanta attenzione, sentendomi sinceramente –e ribadisco il ‘sinceramente’–  onorato, ma sono ‘cose’ che, come dicevo, esulano dal mio modo di vedere, nel modo più assoluto.
    Mi sarebbe piaciuto, invece, collaborare con chiunque, umilmente, da appassionato quasi autodidatta della materia storica e linguistica (per la cronaca faccio il ferroviere e non ho nemmeno uno straccio di laurea). Invece...
    Chiudo, sapendo di aver rubato anche troppo tempo, sottolineando qualche aspetto riguardante il metodo che ha uniformato la realizzazione del ‘Repertorio’: ebbene, in quel volume, tutti coloro che hanno anche in minima misura partecipato sono stati citati come fonti, con tanto di scuse per quelli i cui nomi, per un motivo o per l’altro, mi sono sfuggiti. Potevo essere più onesto? Fate voi... Per mettere insieme quel volume ho sottratto tanto tempo e attenzioni alla mia famiglia, c’è voluto tanto tempo e una dedizione ‘ciuccigna’ per compulsare tanti vocabolari risalenti anche a due secoli orsono, oltre a quella indimenticabile incursione nelle campagne del Sannio, dai parenti di mia moglie, per verificare la sopravvivenza dell’operazione che ha dato da noi, vita all’espressione ‘nèscir u jàtu d’i franchi’, della quale, per quanto ne so, nessuno era conoscenza, oppure gli sbattimenti di testa nell’indagare nelle opere di G.B. Basile (XVI secolo...) la nascita del detto ‘nè cuccu e né ventu’, che ho appreso da mia madre... C’è voluto qualcosa che non so definire, forse una dose di follia totale, di incoscienza, di disperazione, nel cercare di distrarsi scrivendo parole in dialetto, nei giorni e nelle notti d’ospedale, mentre mio figlio lottava per sopravvivere e mia sorella smetteva di lottare...
    ‘C’è parrata e parrata’, certo... Ma io voglio pensare, e credere, che nella seconda parrata in ordine di apparizione (luglio 2018), per un errore di stampa, per un refuso, una svista, manchino i riferimenti non solo allo scrivente in quanto persona, ma anche alle ‘Lettere sul dialetto’ apparse su ‘Il Cirotano’, con i richiami a G.F. Pugliese che in quelle occasioni ho sottolineato, oltre ai post sul  blog ‘A vrascera’, dove ho parlato anche di termini particolari come ‘carrumattu’.
     Qualcuno dirà che quanto ho affermato va documentato: certo, rispondo, e mi sembra proprio di averlo fatto, e però aggiungo che alla coscienza non si deve dimostrare nulla, la coscienza è una sola, e sa sempre come affermarsi, ed essendo insopprimibile, basterebbe tenerla presente. Si è trattato di una svista, e fine della querelle, almeno per quel che mi riguarda.
    Il rammarico resta, ma passerà.
    Terrò a cuore ogni manifestazione di affetto, e bene a mente, al contempo, ogni tentativo di sminuire non il mio impegno, ma la totale onestà che lo anima.
   Mi scuso e ringrazio,
      Cataldo Amoruso.
PS: auguro tutto il bene, comunque e sempre, a tutte le opere mirate a salvaguardare e far rivivere la nostra storia e la nostra parlata, e lo dico con tutta cordialità.
E pensare che quando Pino Rende mi ha detto di aver trovato questo 'coso'
-lui ha detto 'libro'- in bella vista in una libreria universitaria di Cosenza, dove lo ha acquistato, mi sono vergognato al punto che quasi mi tremavano le gambe...




2 commenti:

  1. Devi esser fiero della tua opera e non vergognarsi e lascia che gli invidiosi scattini

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  2. Cataldo Amoruso,uno tra i pochi,che abbia saputo dare valenza e rilevanza colturale delle origini e delle tradizioni del nostro territorio.Per questo dobbiamo essere nei suoi confronti tutti riconoscenti,anche come baluardo contro una subcultura oltremodo imperante.

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