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giovedì 13 marzo 2014

§ 064 130314 P. La Rizza, Crimisa, da 'Crotone nella Magna Graecia'.



    In questo post riproduco le pagine 109-112 del volume ‘Crotone nella Magna Graecia’, di P. La Rizza, edizioni Calabria Kroton, Crotone 1990. Dell’autore non so dire altro, neppure il nome. Mi spiace, perché, al di là dell’eloquio ampolloso e ridondante - dipenderà dalla a me ignota epoca della stesura del testo? – l’impianto ‘scientifico’ del libro è abbastanza valido: vi si ritrovano notizie certo non eclatanti, ma onestamente raccolte e riproposte, come si può notare anche nelle pagine che seguono e che riguardano Punta Alice, Krimisa, l’acrolito di Apollo Aleo e gli scavi di Paolo Orsi.
    Il lettore che non sia a digiuno di letture relative alla Magna Grecia, rinverrà citati per l’ennesima volta i classici Licofrone, lo Pseudo Aristotele (qui passa per l’Aristotele ‘De mirabilibus ecc.), il più moderno Saint-Non, fino a Orsi e Zanotti-Bianco: del resto, non potrebbe essere diversamente.
   Segnalo come nello scritto del La Rizza venga avanzata l’ipotesi che autore dell’acrolito di Apollo Aleo sia quel Pitagora reggino omonimo del filosofo di Samo, ed è forse questo il punto saliente, per quel che riguarda Krimisa, di questo ‘Crotone nella Magna Graecia’.
    Un’ultima annotazione: chi avesse letto l’opera di Giovan Francesco Pugliese, si renderà conto illico et immediate di come, ancora una volta, l’opera dello storico cirotano sia sempre presente quando si parla di territori ipsicronei: i versi della 'Cassandra' e qualche dubbio avanzato dall'autore sono gli stessi che si possono ritrovare nel I° volume della 'Descrizione dell'origine... di Cirò'.


   Come abbiamo accennato, trattando della geografia della Regione, sul promontorio di Crimisa (Punta dell'Alice), di fronte all'ampio mare, sorge­va un santuario dorico, di modeste proporzioni, sacro ad Apollo Aleo. Alcu­ni antichi autori ne fanno menzione, fra cui Licofrone nella Cassandra ed Aristotele (De mirabilibus mundi). Quegli attribuisce a Filottete la fondazione del tempio di Crimisa, che chiama Crimissa parva civitas Oenotriae; ed indi, narrando la profezia di Cassandra della morte dell'eroe, combattendo con­tro gli Enotri, fa dire alla vergine troiana questi commossi accenti:
Crhatis autem monumenta videbit occisi  
Econtra Alei Patarei delubrum:
che, cioè, il Crati vedrà il sepolcro dell'ucciso Filottete di contro al tempio di Apollo Aleo Patareo (dall'Oracolo di Patara).
    Aristotele dice: ...apud Sybaritas (aiunt) Philoctetem, qui ex Troia profugus inhabitavit... in Apollinis Halei tempio consacravit. L'uno e l'altro, i due autori greci, fanno errore di ubicazione di Crimisa e del suo tempio, collocandoli nel territorio sibarita, nella valle del Crati. Aristotele lascia incerto il fondatore del tempio, che, d'altronde, non può essere stato il mi­tico Filottete; ma i Greci, come sappiamo, si compiacevano di queste origini divine o eroiche! Strabone tace del fondatore del Santuario di Crimisa. Al­l’incontro, Giustino (XX, 1) convalida la leggenda, affermando che il fon­datore di Crimisa e del Tempio di Apollo fosse l'eroe Filottete, il quale avesse in quello deposto con religiosa cura e fervore l'arco e le frecce, dona­tegli da Ercole, che erano state sì fatali a Troia.
Saint-Non (Voyage Pittorique, Vol. III, pag. 90) ribadisce l'esistenza del Santuario da cospicui indizi archeologici rinvenuti personalmente sulla Punta dell'Alice.
La tradizione, inoltre, attraverso i secoli romani e medievali, aveva tra­mandato certe notizie di questo tempio, avvalorate dalla trasformazione di esso in una chiesetta cristiana, dell'età bizantina, dedicata alla venerazione dei Santi Pietro e Paolo. Ma niuno sapeva dove fosse; l'ubicazione dell'edi­ficio era sparita dalla superficie della terra, travolto senza dubbio dalla fu­ria saracinesca e dalle bieche forze della natura in quel litorale ionico non rassodato e malfermo, per cause alluvionali e sopra tutto geologiche, come altrove dicemmo. Occorreva cercare e ricercare, sondare con acume clinico e amore di scienziato e d'artista. A tale impresa si accinse animoso Paolo Orsi. Egli volle, chiudendo la sua sacra missione archeologica nelle venerate terre della Magna Grecia, aggiungere questo nuovo fulgido titolo di bene­merenza alle sue scoperte nel fecondissimo suolo. E, dopo prove infruttuo­se e saggi vani in tutta la muta sterile zolla del promontorio, fin dal 1915, il suo mirabile intuito clinico lo sospinse felicemente verso la vagheggiata meta, su un terreno acquitrinoso, fra Torre Vecchia e il Faro, avvolti dal­l’amplesso del mare, ove era pervenuta per scoscendimenti e dislocazioni bradisismiche, negli oscuri tempi dell'alto e basso medioevo, progressiva­mente sempre più avanzando verso il vorace elemento, una vistosa estremità del classico promontorio.
   Ad iniziativa, dunque, delle Società della Magna Grecia, specie del suo più autorevole e benemerito esponente Umberto Zanotti-Bianco, nel­l’aprile del 1924, aveva affidato all’Orsi la felice campagna archeologica per la ricerca del leggendario tempio; ed alfine, nel maggio consecutivo, lo sco­priva nel greto limaccioso della spiaggia di Cirò, insieme ai reliquati delle sovrapposizioni bizantine.
Non ci attarderemo a descrivere in tutti i dettagli il materiale rinvenuto e gli elementi architettonici e decorativi venuti alla luce dalla fausta scoper­ta, nel loro arcano millenario, dei quali, come al solito, furono presi gli ade­guati rilievi e disegni con felice ricostruzione ideale dal valoroso Rosario Carta, plasmando e completando l'opera dell'Orsi.
Lo stilobata, che doveva servire di base di sostegno alla colonnata del pronao, è in deplorevole stato di conservazione, ridotto a miseri ruderi, nei quali si scorgono le parvenze architettoniche del monumento.
Succedono immediatamente gli avanzi murali della cella rettangolare, nella quale si concentra tutta l'attenzione e lo sforzo dell'Orsi, guidato dal­l’agile e penetrante sensibilità del suo temperamento; ed in quella, dopo ripetuti scavi e affannose ricerche, emerge dalle rovine, dove l'avea cacciato la rabbia iconoclasta cristiana, e su cui era passata l’invida onda dei secoli, l'insigne scoperta dell'Idolo, del divo invitto Apollo, consistente nell'intera testa marmorea con sottile parrucca di bronzo, una mano e due piedi, anche di marmo, appartenuti allo stesso Apollo. Così, è quasi al completo la parte scultoria dell'Idolo, che, consistendo appunto in un acrolito, avea le sole estremità marmoree ed il tronco foggiato con drappo adatto su scheletro di legno, alla guisa dei simulacri dei santi delle chiese cattoliche di villaggio.
Insieme alla principale scoperta, rividero il sole d'Italia, dopo lunghi secoli di silenzio, ed ebbero l'onore della considerazione del mondo ideale altri preziosi cimeli, fra cui varie riproduzioni, in piccole proporzioni, del Nume venerato e venerabile, nei tre metalli; nonché modanature fittili, terrecotte architettoniche, monete, foglie e decorazioni in argento e oro, fram­menti marmorei architettonici ecc. e un cippo lapideo, che dovea essere stato il piedistallo dell'Idolo.
Nel recinto del Tempio erano le case dei sacerdoti, delle quali restano i ruderi. A qual epoca appartengono il Santuario dorico e l'acrolito di Apollo Aleo?
Paolo Orsi, confortato dal parere di altri illustri archeologi, fra cui Rizzo, Majuri e due greci Philadelpheos e Milonas, li giudica originali e indi­geni, e li assegna alla prima metà del V Sec. av. Cr., cioè del periodo prefi­diaco: epoca, in cui visse e rifulse il sommo scultore Pitagora di Reggio, l'ineffabile autore del bronzeo Auriga di Delfo e della statua di Filottete ferito, come riferisce Pausania; è quindi non improbabile che l'Apollo di Crimisa sia uscito dal suo divino scalpello (o, meno, di qualche prediletto suo discepolo), a giudicare dallo stile, dalla linea risoluta e decisa, diritta, dignitosa e soave, dalla molle anatomica tornitura delle guance, del mento e del collo; tutto un insieme armonico di venustà e di grazia virile e slancio di giovinezza, che ricordano l'aspetto del celebrato Auriga.
D'altronde, bisogna tener conto che l'eroe Filottete, scolpito dal Pita­gora, era appunto il mitico venerato fondatore di Crimisa; il che presume una intimità e cordialità di rapporti fra essa e l'artista; e quindi, niente di più verosimile che egli sia stato adibito alla fattura del divino patrono della città, come lo fu del fondatore. Dal cumulo, pertanto, di siffatti indizi e coincidenze, di purezza di stile, di perfezione, di epoca e di opportunità occasionale, emerge chiara la prova che l'Acrolito di Crimisa è uscito dalle mani del sommo Scultore reggino, il primo scultore anatomista dell'antichi­tà greca, caposcuola e maestro, vincitore di Mirone in una gara d'arte scul­toria in Grecia (Pausania); e quindi opera eminentemente indigena delle auspicate terre della Magna Grecia, di già evoluta e luminosa nella calda e vigorosa sensazione e rappresentazione del grande e del bello.
L'ineffabile dio delle arti e della poesia, della bellezza in tutte le sue smaglianti suggestive manifestazioni, etiche, naturali, artistiche, spirante da­gli occhi l'eterna voluttà della vita, sarà collocato ad un posto d'onore nel­l'imminente Museo reggino della Magna Grecia, e circonfuso dall'aureola e dal fascino di un nuovo culto non meno soave e solenne, e più illuminato e profondo, di quello che le pie e venuste donne della Magna Grecia e gli eroi della Patria, i guerrieri e gli artisti gli tributarono.

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