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martedì 18 febbraio 2014

§ 057 180214 Antonio Piromalli, Prefazione a 'La letteratura calabrese'.

   In questo post, la Prefazione a ‘La letteratura calabrese’ (2a edizione, Guida, Napoli 1977), di Antonio Piromalli (Maropati 1920- Polistena 2003), un breve saggio, che vorrei definire un gioiellino, un concentrato di conoscenze storiche, culturali, letterarie della Calabria e dei calabresi; sono parole sulle quali riflettere, parole per capire, di un uomo profondamente colto, sono parole che riassumono l’essenza del mancato sviluppo, della formazione negata di una anima o di una maniera di sentire che potesse unire una intera popolazione, per 'regionale' che fosse, parole che mirano a segnalare le radici del sottosviluppo di una regione il cui destino è stato scientificamente segnato dai gruppi di potere, nazionali e locali.  
E’ difficile essere calabresi, almeno quanto è attraente, e comodo, cercare di non esserlo. Si rimane quello che si è nati, ovunque, certamente in misura variabile, ma in proporzioni e misure, a volte, nemmeno immaginate.
Chiedo solo, a qualche eventuale, sporadico lettore, o passante per così dire, di leggere le parole che seguono con un minimo di attenzione… ne trarrà beneficio, conforto alle proprie idee,  ai propri pensieri.
Per quanto mi riguarda ho comprato con gioia enorme questo libro il 17 marzo 1978, a Crotone, quando ero studente, non so nemmeno come, non avendo una lira in tasca, ma del resto, forse nelle tasche avevo troppi sogni, e non mi rimaneva posto per nient’altro…Lo leggo ora, o forse lo rileggo.

PREFAZIONE
Questa letteratura calabrese è una storia della cultura e non delle sole forme letterarie; pertanto essa si unisce alla storia delle idee, alla storia civile e politica e dei gruppi intellettuali. La let­teratura conferma la sua specificità nel confronto con tempi, luoghi, persone, geografia, storia in una regione che per il pas­sato è stata scarsamente regione e sempre non solo geografi­camente gruppo di subregioni, di isole partimentate, auto­nome, diasporiche (proiettate verso Napoli, Roma, Palermo, Mi­lano, Torino, le Americhe, l'Australia, l'Europa transalpina) ma non comunicanti tra di esse; popolazioni e individui costretti alla fuga hanno dovuto frantumare la possibilità di unità regio­nale, di coagulazione, hanno dovuto sostenere come conseguenza la debolezza del potenziale produttivo, devalorizzare il proprio lavoro bracciantile, operaio, intellettuale che è stato sempre pagato a bassa quotazione; non hanno potuto creare strutture ur­bane di livello elevato; le economie subregionali non si sono inte­grate ed è mancata la loro connessione in un tessuto moderno, civile, della regione: ogni villaggio calabrese è stato per secoli un mondo a sé, per incomunicabilità fisica col resto del mondo. Anche, perciò, lo spirito pubblico dal quale si formano i gruppi intellettuali non si è venuto formando e le stesse masse di contadini sono state costrette per secoli all'integrazione in un blocco agrario mantenuto compatto anche da intellettuali dirigenti fedeli al ruolo storico di difensori degli interessi, delle concezioni delle classi dominanti. Anche quando l'intellettuale dirigente in­travede la realtà dopo secoli di platonismi, idealismi, nomi­nalismi la tiene appesa al gancio della metafisica; quando scopre che le riforme sono necessarie le demanda alla superiore concezione di vita dell'aristocrazia perché il popolo ha bisogno di essere educato; la letteratura, quindi, non può passare, per noi, sopra i grandi problemi economici, agricoli, demografici, politici, della Calabria, non può non risentire della mancanza dei centri di aggregazione culturale; mirabile, piuttosto, è la formazione di gruppi intellettuali, in tali condizioni, ad Aprigliano, a Cosenza, ad Acri ecc. Anche in Calabria i nuovi gruppi di intellettuali (scrittori dialettali, filosofi, illuministi, patrioti ecc.) si sono tro­vati contro altri intellettuali religiosi o laici che ritenevano di rappresentare la continuità storica o di avere una funzione auto­noma e superiore. In queste pagine siamo venuti indicando le illusioni ideologiche degli intellettuali che non si riconoscevano, non avendo preso coscienza del loro stato, come espressione ri­flessa dell'egemonia economico-politica esercitata dai ceti domi­nanti o, in certe occasioni, quali commessi dei gruppi dominanti, deputati a svolgere le funzioni subalterne dell'egemonia sociale. Né la nostra è la storia di una calabresità la quale, in ultima analisi, sarebbe una categoria privilegiante gli eroi piuttosto che una storia letteraria che reca con sé i conflitti di classe, gli scontri ideologici e socio-politici. La storia letteraria ha le sue radici nella realtà popolare della Calabria, nei valori civili e culturali che pro­vengono dal popolo. Nella disgregata storia e geografia umana dei villaggi montani calabresi il medioevo fu lunghissimo. Ti­rannie senza splendori, senza umanesimo furono quelle dei baroni e dei reguli locali o napoletani in Calabria a cui si aggiunse una feroce Inquisizione. Chi legga la cronaca di Pietro Antonio Fru­gale, canonico della cattedrale di Cosenza, vede nelle esecuzioni cosentine dei primi anni del Seicento la continuazione delle stragi dei Valdesi di quarantanni prima. Nella cronaca si vede quanto operassero in Cosenza la rota, la tinaglia, la forca per motivi re­ligiosi contro presunti eretici e magare che prima venivano stra­scinati e frustati in pubblico. Spagna e chiesa cattolica tormen­tarono e giustiziarono nella piccola città centinaia di persone, molti per sfuggire alla forca si diedero al banditismo armato. [«A 9 agosto 1603, per ordine dell'Eccellentissimo D. Lelio Or­sini si giustiziarono ventuno homini, tra i quali uno fu tenagliato, quattro alla rota, dieci furono strascinati ed il resto afforcati (...). A 23 agosto furono giustiziati 13, di cui otto alla rota e cinque afforcati, ma tutti furono strascinati (...). A 24 detto (settembre) molti carcerati, per la morte dell'Orsini, avevano fatto molti luminari la sera ad ore tre di notte; ne furono sei martirizzati alla corda e tirati dalli stessi servi di Orsini, con mille altri tormenti d'empietà e più di 25 sono al trapasso »].
In questa nuova edizione abbiamo cercato di collegare la cul­tura letteraria con le altre manifestazioni della regione, delle altre regioni e con la società. Abbiamo mirato a mettere in luce lo stato degli intellettuali in rapporto con le altre categorie e classi, a spiegare i fenomeni ricorrenti della diaspora, a individuare gli aspetti specifici della cultura. L'intellettuale calabrese ha le sue radici nel mondo contadino oppresso; quando ha coscienza delle proprie origini si adopera per spiegare anche culturalmente i rap­porti sociali ed elabora originalmente il proprio pensiero, crea mondi artistici in cui è il riflesso di ribellioni e di aspirazioni umane. Per questa impostazione ci è sembrato di dovere dare una nervatura più continua alla polemica contro l'aristotelismo com­piuta da letterati e scienziati che si sentivano nuovi, moderni, contro i sistemi culturali che giustificavano autoritarismi e ti­rannie; quegli intellettuali erano attratti dalla ragione, da Cartesio, dai lumi. La poesia in latino comincia a perdere qualcosa del suo splendore antologico o lirico nella tensione di oggi verso il concreto e l'autentico; la sua funzione raramente è critica. Cri­tica è la letteratura dialettale, quasi sempre animata da una ten­sione verso la verità; nel dialetto è il desiderio di conoscere, spe­rimentare, confermare, di diversificarsi dalle forme ufficiali, è la proiezione di aspirazioni comuni, di moti repressi, di sogni proi­biti, è la satira della tradizione, dell'autoritarismo. Il solo Cam­panella poteva esprimere in lingua, con alto tono drammatico, le stesse cose: altri, molti altri, usavano in lingua pensieri altrui e forme obsolete.
Abbiamo mantenuto, in questa revisione dell'opera, l'impo­stazione critica che era stata per il Galati la nota distintiva del nostro lavoro, unita alla necessità di adeguare il giudizio al livello della storiografia letteraria nazionale più moderna. Ricostruzioni più complete potranno essere fatte con gli studi particolari ma la nostra ambizione era quella di togliere «dall'incertezza critica ciò che si chiama letteratura calabrese» e indicare «altri tenitori del pensiero e, in genere, della cultura calabra, come la scienza, il diritto, la filosofia» (Vito G. Galati, Prefazione alla prima edi­zione) . Oltre ad avere tenuto conto di proposte e suggerimenti di studiosi e amici abbiamo avuto la possibilità di verificare in questi ultimi cinque anni in dibattiti, corsi, seminari, tesi di laurea, i problemi della cultura calabrese in rapporto alla società e in tal modo confrontato e rettificato prospettive anche in rela­zione allo sviluppo di nuove discipline e nuovi metodi.
Roma, dicembre 1975 
Fin qui Piromalli...

  Devo alla cortesia di Giovanna Barca, Parma, il testo che aggiungo, meritevolissimo di riflessioni:

Da “La Calabria” libro sussidiario per la cultura regionale e le nozioni varie di Ettore Gliozzi, Società Editrice Internazionale, 1924.


Rimproveri meritati.

Al popolo calabrese si riconoscono tante virtù, ma nello stesso tempo si rimproverano l’analfabetismo, la superstizione, la testardaggine, la mancanza di spirito d’iniziativa, il facile entusiasmo e il più facile scoramento. Sono rimproveri meritati. Bisogna liberarsi da questi mancamenti, bisogna aver fede nelle proprie forze e associare tutte le energie, con volontà ferma e tenace, per il bene commune. La vittoria è di chi vuole e sa affrontare con coraggio le lotte della vita.
La vergogna dell’analfabetismo è grande, è umiliante per la nostra Calabria. Se tutti i calabresi asseconderanno l’opera del Governo e quello della benemerita Associazione nazionale per gl’interessi del Mezzogiorno d’Italia, questo marchio d’inferiorità sarà presto cancellato per sempre.
Lo spirito d’iniziativa manca veramente. I calabresi non hanno ancora smesso la triste abitudine, ereditata dai governi dispotici, di attendere ogni cosa dallo Stato. Certamente, nelle pubbliche necessità, che son molte e gravi, lo Stato interviene, deve intervenire. Ma se i calabresi si persuaderanno che lo Stato non può provvedere a tutto, non può sopperire a tutto, allora non mancherà la cooperazione commune, lo sforzo associato di tutti i buoni, di tutti quelli che amano la nostra terra, per farla risorgere a nuova vita, per farla tornare all’antica grandezza.

giovedì 13 febbraio 2014

§ 056 130214 Isole Omeriche a Capo Alecino.



Isole nello Ionio, al largo della ‘Riviera di Filottete’. Parte I, prologo.
Leggo del dibattito – o forse dovrei dire ‘discussione’, ‘diatriba’ – sull’esistenza di isole al largo di quella che vorrei chiamare ‘Riviera di Filottete’, ma col sorriso, senza voler diventare eroe eponimo o ecista di un qualsiasi luogo. Mi basterebbe fare chiarezza a me stesso e ai lettori che assistono a tanti svolazzi di opinioni su queste isole, premettendo che noto con piacere quanto la materia più strettamente ‘patria’ possa ancora attrarre l’interesse di coloro che semplicemente sentono e vivono l’appartenenza ai luoghi di cui si va parlando e, corre l’obbligo di dirlo, favoleggiando.
Dai vari interventi deduco con amarezza che si parla di una storia che molti si vantano di conoscere – cosa che non metto in dubbio – ma che quella stessa storia viene propalata mandando sottaciuti taluni aspetti non secondari: un po’ come fanno gli esperti fungaioli che mostrano le proprie prede, guardandosi bene dal rivelare i luoghi segreti dai quali ‘attingono’… Questo non va bene, quando si parla di divulgazione della cultura, delle conoscenze, delle nuove acquisizioni, magari raggiunte con dedizione ed impegno notevoli: ha poco senso una cultura ad uso e consumo personale, e comunque, perdendo in nobiltà, questo tipo di divulgazione risulta carente di quella funzione basilare che informa la ricerca: l’offerta del proprio impegno verso la società.
Sarò anche un idealista fuori tempo massimo, ma credo sia così.
E ora andiamo per ordine.
Tra le glorie locali, ma non solo, di Cirò sarebbe ora di dare degna rilevanza a tale Giovan Francesco Pugliese, che Paolo Orsi, con giudizio ben sopra le righe, definisce ‘oscuro cronista locale’, sbagliandone anche il cognome (Pugliesi), salvo poi tener conto, nelle felici ricerche che lo portarono a rinvenire il tempio di Apollo Aleo, di quelle stesse parole giudicate ridondanti e paragonabili a fanfaluche. Ovviamente l’Orsi scelse un brano tra i meno felici dell’opera del Pugliese…
Nella storia di Cirò non si parla di isole, ma si parla diffusamente della presenza del mito e di eroi mitologici, nonché dell’etimologia del Capo Alice o Lice (o Promontorio, o Punta):
‘’Io ritengo questa dizione (Capo Lice) perché la derivo da Licinio, talché anche vien detto Licinio il Capo; quantunque derivandolo da Aleo, o da Alcinoo sposo di Aretha, che si diceva seppellita alle rive del torrente Lipuda, si dice anche Alecio, Alecino, o dell'Alice.’’
Credo che quanto appena fatto rilevare possa fugare ogni dubbio sulla confusione tra il Capo Lacinio (delle Colonne) e l’attuale Punta Alice, che furono a lungo indicate con la stessa denominazione (vedere carte antiche).
La suddetta confusione veniva accentuata dalla presenza, anche nelle adiacenze di Punta Alice, di un tempio dedicato a Giunone, proprio come quello, arcinoto, esistente a Capo Colonna:
 ‘’ Venuta perciò a novella esistenza la città, nuovo nome assunse, e da Chrimissa si battezzò Paterno, perché convertita dal padre, o principe degli apostoli. E siccome si venerava la Giunone Lycina, o Lucina presidente, come credevasi ai matrimoni solenni, ed a’ parti, onde pronuba anche dicevasi, ed a lei il tempio maggiore era sacrato’’…
Per quel che concerne Paterno devo dire, ad onor del vero, che i pareri sono molto discordanti.
Per quanto riguarda il misconosciuto e saccheggiatissimo ‘oscuro cronista’ credo possa bastare, salvo aggiungere che il Pugliese citava correttamente e costantemente le proprie fonti, e con grande padronanza e perizia, a differenza di quanti alla di lui opera hanno attinto, guardandosi bene dal citarla – non paga! – ma sfoggiando nomi ben più altisonanti – i Plinio, Tucidide, Strabone – che probabilmente hanno letto in quella medesima ‘Descrizione dell’origine di Cirò’… capisci a me!
Riassumendo: non desti meraviglia la sovrapposizione tra Punta Alice e Capo Lacinio; serve anche ad acclarare, sebbene come prova ‘di rincalzo’, lo pseudonimo assunto da Giano Lacinio, e a capire come mai nelle carte antiche, e nella loro descrizione, le isole di cui mi accingo a parlare nella seconda parte, possano risultare ‘mobili’, apparendo ora nel mare di Punta Alice ora in quello di Crotone… E anche con nomi diversi, che non mancherò di farvi conoscere, nella seconda o terza parte di questo post.
Ripensando alla descrizione del viaggio intrapreso da Casòpero verso Taranto, è da rimarcare quel riferimento all'agro Lacinio: l'umanista, essendosi imbarcato a Crotone, navigava ovviamente verso Nord e 'passava', cioè superava, a manca il 'nostro agro - cioè il territorio - Lacinio'... Si tratterebbe quindi di Punta Alice, e non dell'agro, ugualmente denominato Lacinio, che circonda Crotone: in tal caso avrebbe usato un altro verbo...

Fine prima parte.
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lunedì 10 febbraio 2014

§ 055 100214 L'arcipelago cirotano.

  Nel post, che qui non apparirà, avevo intenzione di proporre una cinquantina di carte geografiche antiche, cosa che mi sarebbe costata tempo e fatica... fortunatamente rinvengo questi due articoli, tratti dal 'Quotidiano della Calabria', che illustrano la situazione, con tanto di diàtriba o disputa vel certamen annesse, per cui mi astengo dall'andare oltre, ovvero dall'impelagarmi, dal momento che sembra che l'isola di Ogigia abbia preso il posto, in una possibile graduatoria d'importanza, della Sardella o del Gaglioppo.
   E' stato piacevole rispolverare quelle antiche carte, tanto antiche da intenerire e far pensare ai primordi - o quasi - della scienza geografica e cartografica. Sapere è una cosa, entrare nell'anima e nell'animo di chi il sapere lo dispensa, pur durando fatica, è altro, ben altro. Interpretare le carte degli antichi è qualcosa di paragonabile alla interpreazione dei miti. Le carte, da ragazzo, le riproducevo a mente, con tanto di rampogne da parte di mio padre che, non ritenendolo uno studio, non ne ravvisava per il sottoscritto utilità alcuna (anzi: veruna, mi piace di più). I miti li ho appresi giorno dopo giorno. Le une, le isole, e gli altri, i miti, fanno parte di una mia personalissima geografia che avrei voluto compartire, ma forse non è questo il luogo, e nemmeno il tempo, tantomeno il modo.
  L'arcipelago non si sa se sia esistito davvero o se si tratti solo della realizzazione del bisogno, peraltro umanissimo, di assegnare al canto delle sirene e alle lotte strenue di Odisseo una collocazione riconducibile ad un luogo preciso... Siamo di fronte alla realizzazione mitica e 'mitografata' di un paradigma esistenziale che forse solo i maestri greci, padroni d'arti oniriche e affabulanti, erano in grado di realizzare. Ritengo che sia relativamente importante che quelle isole siano esistite nella realtà: il fatto indubitabile è che sono esistite nell'animo umano, ed in questo le carte di Omero sono più precise e attendibili di quelle di Mercatore.
   La maggior parte delle carte, quasi tutte, disegnano queste isole nel mare antistante Crotone, una parte consistente le segnala praticamente di fronte al Neeto (sì, si scriveva così...), altre di fronte al Capo della Lice o Alice, o... promontorio Lacinio, fino a quando ci fu confusione di nomi... e come poteva non esserci confusione? Basterebbe osservare le non allegate carte...

In chiusura di questo post, a titolo esplicativo,  mi piace allegare la foto fattami pervenire da Francesco Vizza, di un particolare 'colto' nella Sala delle Carte Geografiche di Palazzo Vecchio.... La carta è di rara bellezza, ma quanto può essere attendibile?






mercoledì 5 febbraio 2014

§ 054 050214 Pax cirotana.

Dopo un terzo di secolo e passa mi ero deciso a scrivere cose che riguardano le mie origini. Credo che questa esperienza sia prossima, se non già arrivata, al capolinea. Sono stato sempre una persona non riservata, ma poco propensa a far parlare di sé. 
Se dovessi dire cosa uniforma il mio modo di stare al mondo risponderei con un 'esserci e dare', senza chiedere nulla in cambio. Capisco che tale disposizione d'animo sia difficile da comprendere e ancor più da condividere, soprattutto in tempi di 'Sciacalletti' (vedere Tomasi di Lampedusa) e Mazzarò (vedere Verga) dilaganti. 
Credo che esista qualcosa che personalmente definisco 'pax cirotana', che non deve essere minimamente scalfita, intaccata, nemmeno andando ad indagare nei testi di qualche secolo fa... perché tutto può tornare utile, tutto può essere utilizzabile a fini personali, tutto può essere arraffato per un eventuale futuro realizzo...
Questa estate cercavo un mio amico di vecchissima data, e, non trovandolo, mi sono rivolto ad un vecchietto seduto in un vicolo, ché non mi ci raccapezzavo più, in mezzo alla congerie di case cresciute dalle parti dello Scalaretto... Il tizio mi ha guardato, mi ha domandatoo da dove venissi, poi, prima di indicarmi la direzione, mi ha detto 'allora sei un fantasma pure tu...' 
Ci siamo capiti perfettamente: con una semplicissima 'nota' quel tale ha riassunto la mia condizione di fantasma, che in fondo è quella di un interruttore in posizione incerta tra 'on' e 'off'.
Riassumendo: credo che anche per parlare semplicemente della storia che fu, anche imponendosi di non mostrare le sue attinenze col presente - o meglio: coi personaggi del presente -, bisogna appartenere ad una cerchia, essere dei 'nostri', situarsi in un ambito preciso... no, non è proprio cosa.
A cosa mi riferisco credo sia chiaro ai rari lettori di questo blog, quindi mi fermo qui, prima di innescare polemiche di cui non sento il minimo bisogno.
Dispiace ritrovarsi a pensare che in un qualsiasi angolo della terra possa esistere gente che vorrebbe avere il dominio anche sulle nozioni, e dico nozioni, non uso nemmeno le parole 'cultura' o 'sapere'...
Non dimentico le attestazioni di stima, per me importanti, anche da parte di persone che operano nel campo accademico, oltre a quelle di appassionati di 'cose cirotane', e sono segnali per me molto importanti, dei quali ringrazio di cuore.
Arrivederci e grazie.
PS: non mi sto arrendendo o ritirando, assolutamente, ci sto bene coi ricordi e coi libri e, a differenza di Mazzarò, non ho nulla da portar via con me; inoltre, diversamente dagli sciacalletti gattopardiani, impossessarmi di cose non mie è operazione quanto altre mai distante dal mio modo di intendere, per cui...










domenica 2 febbraio 2014

§ 053 020214 A proposito di isole nello Ionio.

Qualche appunto su favolose isole che sembrano essere esistite al largo di Punta Alice o di Crotone.
A ben guardare, quando apparve nel canale di Sicilia, tra Sciacca e Pantelleria, l'isola battezzata 'Ferdinandea', peraltro di brevissima esistenza (giugno 1831- gennaio 1832), il governo borbonico si affrettò a prenderne possesso, ovviamente, cosa che cercarono di fare anche la Francia e l'Inghilterra, provvedendo a piazzare bandiere e navi da guerra. Parliamo del XIX secolo, ma non solo. Voglio dire che, tanto per non smentirsi, gli stati nazionali cercarono subito di far sentire forte il loro peso, mirando alla proprietà di quell'isola, con il pensiero rivolto anche ad una eventuale riemersione della Ferdinandea.
Le isole favolose di Ogigia vel Calypso e dei Dioscuri saranno esistite anche fuori dalle fantasie degli antichi abitanti della Grecia e della Magna Grecia, ma mi sembra un po' strano che non vi siano attestazioni più 'probanti' che non quelle della Geografia di Strabone (64 a. C.- 24 d.C.) o delle carte di Mercatore (1512-1594) e di Pirro Ligorio (1513-1583, tra l'altro buon falsario, oltre che grande architetto...).
Ecco cosa, quasi a titolo di curiosità, dice Vincenzo Cuoco (1770-1823) nel suo romanzo filosofico 'Platone in Italia':


«La punta estrema del promontorio Lacinio si eleva in altissimo mon­te, dalla parte del mare tagliato quasi a perpendicolo, da quella di terra di non facile accesso. Questo promontorio, il quale è una continuazione del monte Clibano, che si stende ampiamente al mezzogiorno di Crotone, forma la punta meridionale del seno Tarantino, che incomincia dal promontorio Iapigio, e la settentrionale del seno Scilletico, che finisce col promontorio di Zefirio. Crotone è alla falda settentrionale del Clibano, ventiquattro stadi lontana dal tempio. Ma alla fine di questo cammino tu ti trovi in una vastis­sima pianura, donde puoi scoprire con l'occhio il promontorio Iapigio e quello di Zefirio. Alla tua dritta è il piccolo promontorio di Cremissa, sul quale torreggia un tempio sacro ad Apollo Aleo, che tutti invocano primachè dall'ampio Ionio entrino pe' dubbii guadi degli Acrocerauni a tentare i pe­rigli di un mare più stretto o più tempestoso. Poco discosto sbocca nel mare il fiume Neeto, dove narrasi che le figlie di Laumedonte bruciassero un gior­no le navi de' Greci; ed alle sue sponde sta Clea, fondata dalle Amazzoni. Alla distanza di cinquanta, sessanta, ottanta stadi fan questi corona intorno al promontorio i tre piccoli scogli i quali, al pari di molte altre isolette, che circondano l'Italia, prendono il nome di Sirene, che li hanno una volta abi­tati. Gli abitanti del luogo attestano di uscir dal fragor delle onde, che si rompono in faccia ai medesimi, un suono or di lira, or di canto, e sempre amabile o che sia di gioia, o che sia di lamento. Più grande di questi scogli è la isoletta vicina, sacra ai Dioscuri; è più grande ancora la quinta, che chiamasi Ogigia e che rammenta Calipso alle anime tenere, ed alle anime forti e prudenti Ulisse».
Figura 1: la costa dei Dioscuri, con relative isole, secondo Pirro Ligorio, 1557.
 Figura 2: secondo Mercatore, 1589.
 Figura 3: la Magna Graecia secondo l'edizione di Lipsia, 1731, della Geografia di Strabone.

Conclusioni: come si può notare, la geografia e la cartografia erano discipline estremamente complesse e difficili... gli errori, con tutta la buona volontà e l'impegno degli studiosi dell'epoca, non potevano sopperire a cotanta mancanza di mezzi di indagine: in figura 1, ad esempio, il Promontorio o Capo dell'Alice è segnato anche come 'Lacinium' (magari questo potrebbe interessare a Francesco Vizza studioso di Giano Lacinio)... la confusione è tanta, proprio quanto la grandezza dei miti, la cui validità va ben oltre il dato transeunte di una identificazione spaziale  o temporale, anche se la proposta di figura 3 mi sembra la più verosimile, se non veritiera... Teniamoceli così, come postulati, teoremi, o anche 'fattareddi 'e l'antichi', va bene lo stesso...

sabato 1 febbraio 2014

§ 052 010214 Incredibile episodio a Cirò: dalle stelle alle stalle... si nasconde tra i maiali per poter origliare.



   L’episodio riportato dall’oscuro cronista locale ricorda molto da presso quello esilarante descritto nel xx capitolo della prima parte del ‘Don Chisciotte’, quando lo scudiero terrorizzato dal rumore dei magli della gualchiera e dalle ombre nere del castagno sotto il quale era riparato col padrone, incapace per la paura di appartarsi… cede ai bisogni.

   Fuor di fola, la narrazione che segue, tratta dal volume I della ‘Descrizione…’ del Pugliese, capitolo VI, ‘Partiti, sregolamenti e corruzione di costumi. Virtù ed uomini commendevoli’ è una ‘novella esemplare’, per restare in tema cervantino. L’esposizione fatta da GFP ricorda, e questo dico per esperienza diretta, il modo di narrare di quei ‘rapsodi’, se mi si passa il termine, che erano gli anziani che fino a qualche decennio fa erano capaci, intorno ad un braciere (a vrascèra), o  disposti lungo un sedile di cemento (u settu), o magari in un vicoletto (nu vuccuportu) di muovere le fantasie o commuovere gli animi degli ascoltatori, più o meno grandi, più o meno piccini.

   Aggiungo che il pezzo che segue è anche, o forse soprattutto, una altissima lezione morale del Pugliese fustigatore di costumi. Tra le altre cose, e non troppo secondaria, vi è un accenno ad una forma reverenziale che a tutt’oggi resiste nel dialetto cirotano, a mio modestissimo modo di vedere. Il Pugliese non era a digiuno di studi linguistici e denota, modo hic modo illuc, un certo interesse per il dialetto. Sto parlando dell’allocutivo ‘Su’, ovvero ‘Signore, anzi Magnifico, perché il Don ancora non si era generalizzato’. Orbene, ritengo che quel ‘Su’ sia sopravvissuto, nel dialetto cirotano, nel modo di rivolgersi, a dire il vero un po’ troppo reverenziale, a persona di una certa rilevanza e predominanza… per farla breve u discìpulu si rivolgeva al mastru con un ‘su’, ‘su mastru’, che non significa ‘questo mastro’, bensì ‘signor mastro’… ma forse comincio ad essere troppo vecchio per farmi capire, anzi per essere capito…    

Nel cirotano moderno i personaggi come quelli di cui potrete leggere si chiamano, con forma univerbata, 'pìjepporta', 'prendi e porta', cioè ruffiani, spioni, delatori, doppiogiochisti...

Ed ora lasciamo parlare Giovan Francesco Pugliese.

‘’Il Barone avendo piena giurisdizione come si è cennato, questa perché esercitata da' suoi commissionati diveniva più fatale, maggiormente se in vece di un Agente o Primo Ministro forastiere, ve n'era costituito uno paesano, sempre odioso, ed odiato, invido o invidiato. L'Università o Comune che spesso ha prodotto degli uomini di talento e di spirito, sempre alle prese col Feudatario: il corpo degli Ecclesiastici secolari sostenuto dalla giurisdizione del Vescovo che quasi continua residenza aveva in Cirò: lo spirito or mansueto ed elevato, or turbolento de' Monaci; formavano un misto di sempre rinascenti querele ed inquietudini. Ecco l'origine de' partiti tra noi. E siccome in ogni popolazione si trovan sempre de' disperati, che vivono delle scissure e dei torbidi, uomini publico exitio reperti, questi odiando l’onesto lavoro e volendo esistere sulle spalle altrui, vendono l’opera nefanda dello spionaggio or ad un partito or ad un altro, secondochè uno piuttosto che l'altro lor dia da vivere. Si ricordano con orrore due di tali uomini i quali discendevano ad imitare i bruti e ad accomunarsi nelle loro sozzure per investigare quel che l'un partito macchinasse contro dell'altro. I Canonici che più si trovavano stretti dalle circostanze de' tempi ad uno de' partiti solevano convenire e sedersi per breve passeggiata nel Santarello  fuori porta Mavilia, e seduti in circolo o parlavano degli avvenimenti del giorno, o depravavano, o concertavano. Ogni loro discorso era fedelmente saputo dal contro partito. Postisi tra loro in sospetti non sapevano né che pensare, né che fare; quando a caso un di loro scostatosi per adempiere ad un piccolo bisogno sorprese, colà steso di fianco fra le ortiche che rigogliose vi vegetano innalzandosi come cespugli, lo spione, cui davasi in società del Su, cioè signore, anzi Magnifico, perché il Don ancora non si era generalizzato. Costui pria della consueta ora vi si recava ed adagiava per sentire, e quindi riferire! Un Notabile del partito dell'Università delirava come i discorsi ed i piani suoi eran pubblicati e prontamente sventati: si pose in guardia de' suoi familiari, della famiglia istessa. La fenestra della sua stanza non era troppo alta, e la voce precisamente di notte si sentiva dal basso: molti porci casarecci vi si affollavano a dormire, e ch'il crederia? fra questi immondi animali si era accostumato un altro Su a giacere inosservato da coloro che potevan transitare: egli sentiva e riferiva!! Vi era anche chi sentiva da uno, ed in ore notturne faceva il rapporto ad un altro: vi era chi faceva la ronda e girava per sotto le case de' contrari per sentire per vedere chi vi entrava, e chi ne usciva. A buon conto si spiavano reciprocamente, e non vi era precauzione che bastasse in tanta corruttela di costumi. Né solo il vero, ma il supposto si riferiva come fatto, e le bugie si accumulavano a’ sospetti, alle prevenzioni, ed alla stizza. Fu quello il tempo in cui non essendo diffusa molto l'arte di scrivere, ma introdotta la moda di processare in anonimo, chi si esercitava a scrivere colla mancina, chi tenendo la penna col pollice ed il mignolo, e chi financo colle dita del piede! Tempi miserandi in cui il morbo pestilenziale non solo gavazzava in Cirò, ma nell' Italia tutta.  E veramente nelle città d'Italia, tutto quello che può esser corrotto e che può corrompersi si raccozza (scriveva il Segretario Fiorentino nelle sue storie). Per questo gli uomini nocivi sono come industriosi lodati, ed i buoni come sciocchi biasimati. I giovani sono oziosi; i vecchi lascivi, e ogni sesso e ogni età è piena di brutti costumi. Al che le leggi buone per essere dalle usanze cattive guaste non rimediano. Di qui nasce quell’avarizia che si vede ne' cittadini; e quello appetito non di vera gloria, ma di vituperevoli onori, dal quale dipendono gli odii, le inimicizie, i dispareri, le sette; dalle quali nascono morti, esigli, afflizioni di buoni, ed esaltazioni di tristi. Per che i buoni confidati nella innocenza loro non cercano come i cattivi di chi straordinariamente gli difenda e onori, tantoché indifesi ed inonorati rovinano. Da questo esempio nasce l’umore delle parti, e la potenza di quelli; perché i cattivi per avarizia ed ambizione, i buoni per necessità le sieguono»’’.


venerdì 31 gennaio 2014

§ 051 310114 Franceso Vizza: Luigi Lilio.



                            Luigi Lilio di Cirò: uno scienziato del XVI secolo.
   di Francesco Vizza.

   Il professor Francesco Vizza è ‘Research Director’ dell’Istituto di Chimica dei Composti OrganoMetallici – ICCOM - presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche di Firenze. Unisce all’impegno professionale strettamente collegato alla sua attività scientifica – si parla, ad esempio, di nanotecnologie – una appassionata ricerca storica che concerne soprattutto la materia cirotana, segnatamente per quanto attiene la ‘messa in luce’ di personaggi che hanno dato lustro alla cittadina psicronea: parliamo ovviamente dei fratelli Giglio, o Lilio che dir si voglia, ma anche dello sconosciuto, o quasi, almeno in Italia, Lacinio, nonché di Gian Teseo Casopero. Per quanto concerne Lacinio, del quale ritengo ormai maturi i tempi perché vadano in stampa le ricerche di Francesco Vizza, credo si tratti di una felice ‘coincidenza ma non troppo’, quella che vede accomunati questi due personaggi, cioè il Vizza studioso della materia e il Lacinio alchimista, indagatore del mistero delle sostanze.
   Per quanto riguarda Luigi Lilio, i frutti dell’impegno del professor Vizza  sono stati premiati - magari in misura non adeguata - e sono sotto gli occhi di tutti (o quasi) con la realizzazione del Museo dedicato a Lilio, e con la richiesta della istituzione della giornata del calendario liliano.
   Tanto per essere più chiari, solo negli ultimi anni l'opera di Lilio comincia ad essere universalmente nota, proprio secondo quella misura di universalità che ha interessato la sua geniale intuizione... 
   Il testo che segue è apparso su un numero speciale, dedicato a Cirò, del periodico ‘Il calabrone’.
   In chiusura, Vizza sottolinea, esprimendo sorpresa, come una cittadina di piccole dimensioni e fuori dai circuiti ‘importanti’, quale Cirò, abbia potuto dare, nello stesso secolo, i natali ai fratelli Lilio, medici e scienziati, a Giano Lacinio, a Cosmo Balsamo, teologo e filosofo, a Giovanni Agrippa, umanista, a Gian Teseo Casopero… chi può dirlo, se si è trattato solo di una felice coincidenza, o di un secolo d’oro nel quale le migliori menti del luogo hanno trovato modo di esprimersi… opterei per la seconda ipotesi, del resto non sono mancati altri momenti in cui Cirò ha mostrato una vivacità intellettuale di tutto rispetto.
   Prossimamente: Lilio secondo Pugliese e Accattatis.
  L'articolo è disponibile in formato word, se qualche insegnante ne avesse bisogno per far svolgere delle ricerche scolastiche ai propri alunni... si fanno ancora le ricerche a scuola? Spero di sì, potrebbero essere uno stimolo a conoscere e ad amare la propria terra, no? 

L'opera di Lilio.
L’opera di Lilio segna un momento importante per la chiesa cattolica e per la società civile: infatti, il calendario da lui elaborato è quello che ancora adoperiamo dopo circa mezzo millennio e permette di determinare senza incertezze la data della Pasqua per sempre.
Nel corso dei secoli la discordanza tra le date del calendario giuliano, in vigore dal 46 a.C., e l'equinozio di primavera impone la necessità di correggere le regole adottate per registrare il tempo. Di questo problema soffre in particolare la Chiesa Cattolica che già dal Concilio di Nicea del 325 aveva legato al novilunio e all'equinozio di primavera il suo mistero fondamentale: la Resurrezione di Cristo. Nel XVI secolo appare ormai improcrastinabile la riformulazione del calendario, ma è un compito arduo da svolgere. La grandezza di Lilio appare evidente se si considera che nel Cinquecento mancavano le leggi dei modelli planetari, i metodi della fisica e gli strumenti della matematica. Vedranno la luce non molti anni dopo ma a quel tempo non erano disponibili. Nonostante queste limitazioni, Lilio ebbe il merito di essere giunto alla soluzione di un problema, quello del calendario, che sembrava irrisolvibile e che per molti secoli aveva tenuto occupati insigni astronomi e studiosi come Copernico, senza riuscire a venirne a capo. I Padri del Concilio di Nicea nel 325 avevano stabilito che la Pasqua dì Resurrezione doveva essere celebrata nella domenica seguente alla XIV Luna (plenilunio) del primo mese dopo l'equinozio di primavera. Ma, nella metà del 1500, il calendario giuliano aveva segnato come giorno dell'equinozio il 21 marzo come stabilito dai padri di Nicea, ma gli astri l'avevano segnato l'11marzo cioè circa 10 giorni prima.
   Si trattava quindi di correggere le regole adottate per registrare il tempo e contemporaneamente evitare che l'equinozio astronomico di primavera rimanesse indietro, rispetto al calendario civile, com'era successo nel corso dei secoli. Per ristabilire il giusto calcolo della Pasqua si discusse la riforma del calendario anche nel Concilio di Costanza (1414 - 1418). Se ne discusse al Concilio di Basilea, e in quello al Laterano (1512- 1517). Papa Leone X istituì una commissione, ma non si arrivò a conclusione. Diversi papi ci provarono senza esito: Eleuterio, Vittore I, Giovanni I, Clemente IV, Clemente VI, Sisto IV.
   Al Concilio di Trento (1545-1563) si decise di demandare al Papa la soluzione della riforma del calendario, così Gregorio XIII istituì nel 1572 una Commissione di esperti, i cui lavori si conclusero nel 1582.
   Su nove membri della Commissione tre di essi erano calabresi: II presidente Guglielmo Sirleto di Stilo, il cardinale Vincenzo di Lauro di Tropea e Antonio Lilio di Ciro, l'unico membro laico della commissione.
   Nel 1582, con la bolla papale "Inter gravissimas", il pontefice Gregorio XIII sancì la nascita e l'utilizzo del calendario tuttora in uso nella maggior parte dei paesi del mondo.
   Si tratta di un calendario basato sul ciclo delle stagioni. L'anno si compone di 12 mesi di durate diverse (da 28 a 31 giorni), per un totale di 365 o 366 giorni. Gli anni di 366 giorni sono detti bisestili: è bisestile un anno ogni quattro, con alcune eccezioni come il 2200 che non sarà bisestile mentre saranno bisestili gli anni 2400 e 2800.
   In quanto allo spostamento dell'equinozio di primavera dovuto al calendario giuliano, Lilio, propose di eliminare dieci giorni.
   Scrisse nel 1582 il più noto padre gesuita Cristoforo Clavio, matematico e astronomo, membro della Commissione "E magari fosse ancora vivo Aloysìus Lilius Hypsichronaeus uomo più che degno di immortalità, che ili il principale autore di una correzione tanto valida e risplendette sugli altri grazie alle cose da lui scoperte."
   Luigi non visse abbastanza per vedere la sua riforma approvata dal Papa né tanto meno per vederla pubblicata. Chi portò avanti il suo progetto fu il fratello minore Antonio, che si trova scolpito nel bassorilievo del mausoleo di Gregorio XIII, situato nella Basilica Vaticana, dove, genuflesso, porge al pontefice il libro del nuovo calendario.
   Ma il lavoro di Luigi Lilio era stato così importante nel calcolare e stabilire l'esattezza del Calendario che papa Gregorio XIII scrisse il tre aprile del 1582 "desideriamo favorire con speciale grazia lo stesso
Antonio al fin di rimeritarlo di grandi e laboriosi studi sostenuti nell'esame e compilazione della riforma ideata dal fratello Luigi".
   Per ringraziare il lavoro di Luigi Lilio il Papa concesse ad Antonio Lilio il diritto esclusivo di pubblicare il calendario riformato per un periodo di dieci anni. Nonostante le vicissitudini che hanno fatto perdere le tracce di Luigi, la sua opera era nota, tant’è che nel 1651 l'astronomo ferrarese Giovanni Battista Riccioli autore insieme al padre gesuita Francesco Grimaldi di un antica mappa lunare, diede ad un cratere della luna il nome di Luigi Lilio.
   Il nome di Lilio fu dato anche all'asteroide n.2346 della fascia principale scoperto da Karl Wilhelm Reinmuth.
   Nel Cinquecento la scienza per come ora la conosciamo non era ancora nata, ma Lilio riuscì ad elaborare un calendario civile quasi perfetto, sincronizzandolo con i tre principali movimenti della Terra: il movimento rotatorio intorno a se stessa, il movimento lungo l'orbita attorno al Sole e il movimento dell'asse terrestre intorno ad un punto ideale della sfera celeste. Mediante due equazioni, accorda i due cicli, solare e lunare, e propone un ed efficace ciclo delle epatte che permette di stabilire la data della Pasqua di qualsiasi anno. I suoi calcoli offrono al contempo un potentissimo strumento di calcolo che permette di adattare il calendario alla variazione della durata dell'anno tropico nel corso dei secoli mentre le date della Pasqua saranno sincronizzate per altri 5 miliardi di anni all'equinozio di primavera. Per i suoi conti Lilio si affida a dati astronomici approssimati, contenuti in tavole compilative ormai vecchi di tre secoli. Le difficoltà astronomiche da risolvere riguardavano sia il moto apparente del Sole, sia il moto relativo della Luna. Si trattava di sincronizzare il tempo civile con gli indicatori celesti, mantenendo un vincolo inamovibile: la data dell'equinozio di primavera, convenzionalmente fissata in modo perenne il 21 marzo.    Luigi Lilio riusci in questa diffìcile impresa elaborando un calendario così perfetto da sfidare i secoli. Purtroppo, la vita di questo grande scienziato ha lasciato solo qualche debole traccia. Sappiamo che nacque a Cirò, presumibilmente nel 1510. Nel 1532 lo troviamo a Napoli, dove si addottorò in medicina. Poi si trasferì a Roma e nel 1552 era lettore di medicina presso lo Studio di Perugia.
   Anche gli ultimi anni della vita di Luigi Lilio sono un mistero. Morì, in data imprecisata, prima dell'attuazione della riforma, lasciando al fratello Antonio la cura di difendere e divulgare il suo lavoro. Non sappiamo dove Lilio sia morto. Quanto alla data, si può affermare che, con buone probabilità, la morte lo colse prima del 1574, anno in cui non era certamente in vita.
   Se le vicende biografiche di Luigi Lilio sono purtroppo oscure, persino la sua opera di riforma del calendario è incerta nei particolari poiché il manoscritto autografo che racchiudeva i suoi calcoli, non è stato mai stampato ed è scomparso senza lasciare traccia. Resta solo un breve opuscolo, il Compendium, che è una breve sintesi delle sue proposte.
   Non sappiamo esattamente come Lilio sia giunto a concepire il suo sistema. Ricordiamo che a quel tempo le frazioni decimali non erano ancora in uso, ma per una strana coincidenza lo saranno dal 1582 in poi, e solo a partire dal 1593 viene progressivamente introdotto un simbolo come la virgola per indicare i numeri decimali. L'autore di quest'ultima innovazione fu Cristoforo Clavio che fu l'ultimo membro della Commissione ad essere in possesso del manoscritto di Lilio. Probabilmente Lilio era già a conoscenza dei rivoluzionari strumenti della matematica come le frazioni decimali e la virgola e li utilizzò per elaborare la sua riforma. Se questa ipotesi fosse confermata da qualche fonte documentaria o dal ritrovamento del suo manoscritto, dovremmo riscrivere non solo una parte della storia dell'astronomia, ma anche quella della matematica. E' da sottolineare il fatto che Cirò nel XVI secolo, oltre a Luigi Lilio, ha dato i natali ad altri illustri personaggi, oggi poco conosciuti ma all'epoca molto noti, come il poeta Jano Teseo Casopero, l'alchimista Giano Lacinio, l'umanista Giovanni Agrippa e il teologo e filosofo Cosmo Balsamo. Cirò, luogo sperduto dell'Italia meridionale, faceva sentire alta la sua voce nella cultura nazionale del Cinquecento.
… e allora parliamo, per Cirò, di un ‘secolo d’oro’, il XVI (questo lo aggiungo io).