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venerdì 10 ottobre 2014

§ 120 101014 Giovan Francesco Pugliese: la morte a Cirò.

   Nella 'ciropedia' del Pugliese, segnatamente nel II volume della 'Descrizione ecc.' (quella che in questi scritti indico come 'DEIN 2') possiamo leggere questo IV § della P.te V, Cap. I, in cui il Nostro affronta il tema del 'lutto per morte', quasi sbottando in un 'altro non manca che il rogo', che indica chiaramente il disagio avvertito dal Pugliese, intellettuale avido di modernità e di sviluppo sociale, economico e culturale, di fronte alla persistenza di usi quant'altri mai, forse, legati alla tradizione e retaggio a stento sopprimibile di credenze, superstizioni, riti e rituali scaramantici. 
    Dopo tale lettura, cosa dire? Forse che le cose, a distanza di quasi due secoli sono cambiate solo in parte, dal momento che non mancano sopravvivenze degli usi descritti dal Pugliese, soprattutto negli strati più popolari, che sono poi, di converso e ovviamente, quelli più soggetti a cambiamenti sostanziali d'indirizzo, e a questo sforzo con maggior forza richiamati. 
    In tutta sincerità credo che il Pugliese non abbia deliberatamente calcato più di tanto la mano sulle usanze in caso di lutto: ancora oggi esiste, ed è innegabile, tutta una casistica tacitamente statuita e quasi universalmente in tali evenienze osservata, con notevole precisione, per quanto riguarda qualsiasi aspetto comportamentale, anche quello più impensato. Il rito funebre diventa quasi manifestazione e performance corale, in cui il ritorno ad una teatralità di origini greche, e non solo greche, è di tutta evidenza: il Pugliese lamentava taluni comportamenti risalenti alla prima metà del XIX secolo, ma se si guarda ancora oggi a certi 'schiamazzi', al ruolo di 'prefiche' - non so fino a che punto richiesto, peraltro - assunto da conoscenti o familiari, ai pianti 'alla longobucchese', ai capelli strappati, ai graffi sul viso, alle urla, alle bande nere sulle porte in caso di dipartita di un capofamiglia, alle richieste fatte al defunto di incontrare e salutare (questa forse è una piccola razionalizzazione del 'viaggio') i cari defunti, intercedendo presso questi ultimi per averne aiuti ultraterreni... cosa si può dire? Nulla, forse, dal momento che nessuno può sentirsi autorizzato a giudicare l'altrui modo di affrontare il lutto, e chissà che magari lo stretto attenersi ad un rituale ormai secolare non aiuti a meglio a superare - se ci si riesce - una prova così pesante... magari dedicandosi ('spurijànnu') a stilare le classifiche d'importanza dei partecipanti, a vario titolo, in ordine di apparizione, di importanza, di consistenza (corona, mazzetto, telegramma...). 
   Meglio non insistere e parafrasando il Pugliese, auspicare che almeno si finisse quella usanza di salutare i parenti schierati ai due lati della porta della chiesa... un rituale che mi sembra troppo pesante per i parenti del defunto, nella riaffermazione di una partecipazione al rito funebre che col dolore e l'affetto c'entra proprio poco poco. Ma queste sono mie considerazioni inutili, oziose, da perdigiorno in un pomeriggio di foschia padana...
   Buona lettura, toccando ferro.
IV. Lutto per morte. 
   Comunque a poco a poco la civiltà raddolcisse i costumi, e richiamasse al suo impero la ra­gione, pure in occasioni di lutto tra '1 popolo non si può da un'anima sensibile reggere nel sentire i schiamazzi, i piagnistei, e vedere i graffiamenti, le percosse, e ‘l denu­darsi la testa da tutti i capelli; e di alcune donne è cosi commovente il piangere, che dicesi repito, e laudo o lodo del defunto, che il cuore più duro si commuove, e parte­cipa al pianto ed al dolore. La stanza si scompiglia. Si siede sulla terra nuda, o sopra un paglione: si butta ciò che tro­vasi nella finestra e si rompono vasi, teste di erbe e fiori; si sbattono porte, e finestre, maggiormente se trattasi di capo di casa. Il cadavere si accompagna dalle famiglie schiamaz­zando fino alla chiesa, ed al camposanto. Non si va a mes­sa per più tempo , e si sta per più mesi all'oscuro, ripe­tendo gli stessi lai al trigesimo, ed all'anno. Gli uomini non si radon la barba per più tempo ed indossano il cap­potto di lana ove si avvolgono anche ne’ mesi della cani­cola, col cappello appannato sugli occhi, e se non la­sciano di frequentare le campagne, si astengono però di comparire il più che possono nelle publiche adunanze dell'abitato. Scoprirsi la testa è tra' popoli primitivi segno di sommissione e di rispetto per altrui; coprirsi la testa poi, e nascondersi il viso è segno di profondo duolo.
   Intanto meritano di esser notate alcune superstiziose usanze, ed altre pietose pratiche.
   Quando alcuno è agonizzante, la famiglia pensa al viaggio dello spirito, e prescindendo da' soccorsi della religione, fa dono al vicino più povero di un bocale di acqua, di piccola quantità di olio sufficiente per vivificare una nottata, e due pani, ovvero un piatto di farina. S'intende far precedere con quell'elemosina l'acqua per dissetarlo, il lume per guidarlo, e 'l pane per ristorarlo.
   Il suono delle campane indica le qualità naturali e ci­vili di chi è trapassato. Si usa il suono in gloria pei bam­bini, per le verginelle, e per le vedove, che han serbato lunga vedovanza e che si dicono avere riacquistata la ver­ginità. Si usa il suono della sola campana grossa a morto­rio per gli adulti di entrambi i sessi; e questo suono è ristretto alla classe più povera. La campana grossa è di proprietà, e di diritto pubblico, ed il parente o amico può suonarla senza nulla pagare. Si usa infine l’acclasso, o sia il suono successivo ed immediato di tre campane, battendo un colpo alla piccola, un altro alla mezzana, e '1 terzo alla grossa. Era questo il suono di onore accor­dato prima ai Vescovi, e Sacerdoti, poi a' nobili del pae­se, e gradatamente a' Professori, e si è già diffuso anche a' maestri d'arti, bottegai, massari, e persone che pos­sono pagare il diritto di suono al Clero, che lo compren­de a’ diritti funerarj della Cappa. E questo acclasso si unisce anche alle glorie, suonandosi per una vergine un ac­classo, ed una gloria successivamente. Ogni gloria si paga al sagrestano grana cinque.
   E’ antichissimo costume di recare i parenti o intimi amici alla famiglia in lutto una cena di refocillamento e per lo più di pesci, e non di carni; ma a poco a poco la gara fra' ricchi è cosi cresciuta, che trattasi ora di scan­dalosi stravizzi. E siccome i chiassi di verace dolore del­la gente bassa si fanno da loro, così presso famiglie ci­vilizzate, contenendosi piuttosto il duolo nell'animo che in inutili sfoghi, vi concorrono a fare il repito, o lodo quelle donne che si qualificano le più intime, ed affezio­nate, che rappresentano in certo modo le romane prefi­che; e queste per non solamente satollarsi ne’ lauti pran­zi e cene di tre giorni, ma per farsi la provista per più giorni, essendoché il costume porta che nulla deve es­ser restituito dopo entrato nella casa in lutto, e vi si at­tacca il mal augurio. A buon conto la festa per la morte di un ricco che abbia numerosa clientela è per cosi dire desiderato; e quel detto che più volte si sente pronun­ziare da qualche affettuoso ghiottone: «succeda ogni mese una simile festa», dovrebbe far moderare la vanità dei pranzi.
   Nel dì della commemorazione de' morti il popolo s'im­padronisce della campana grossa, e suona or l'uno or l'al­tro per tutta la sera, notte, e porzione del 2 novembre a mortorio. Crede ciascuno di mandar suffragio alle anime de' suoi trapassati con quel suono. Le donne sempre che entravano in chiesa quando le sepolture Ecclesiasti­che sussistevano, e maggiormente edificavano col recitar preci, coronelle del rosario, e spar­gere acqua benedetta sulle lapidi delle sepolture. Ed in questo giorno ogni famiglia commoda cuoce una e due fornate di focacce col lievito a forma di Buzzolato Buc­cellato, dette pitte cullure per dispensarle in suffragio delle anime de’ trapassati; e ciò oltre all'elemosine in da­naro, ed in Messe.
   Il tempo pel quale dura il segno del lutto con vestire a bruno, comunque sia diminuito per l'innoltrata civiltà, pure è vario. La vedova per loppiù non cambia vesti­mento nero se non colla morte, o se non passa a seconde nozze, ed ancora qualcuna conserva l'antico uso d'in­dossare camicia di lana nera sulle carni, o pure camicia affumicata ed annerita...
   E se io qui mi limito ad esporre il lutto come si usa a Cirò, non può però includersi che costume eguale sia nelle Calabrie. Gli usi variano da paese a paese, ed an­che da famiglia a famiglia con questo solo osservabile, che i luoghi marittimi ricevendo progressiva civiltà la­sciano a poco a poco ciò che sembra alla barbarie appar­tenere, mentre ne' paesi di montagna comunque non mancassero famiglie cospicue, gli antichi usi più rigidi e tenaci si conservano. A Cirò per esempio tutti i parenti intimi concorrono a celebrare il lutto di tre giorni in casa del trapassato; ma in San Giov. in Fiore ogni parente si ritira in casa propria e vi resta chiuso pei tre giorni; uo­mini e donne del volgo della famiglia del defunto non depongono la camicia che indossano nel giorno del tra­passo se non dopoché si è consunta e lacera sulle car­ni. In quasi tutti i casali di Cosenza la porta d'ingresso è appannata con una coperta di lana in nero; ed il lutto si prolunga per molto tempo precisamente dalle vedove, che o sono effettivamente o vogliono dimostrare di essere inconsolabili, talché agli strazii ed alle privazioni altro non manca che il rogo.

   E non è da passarsi sotto silenzio che l'amor conjugale in Cirò forma la più bella virtù della maggior parte, comunque i matrimonj di vedovi non siano infrequenti, e per loppiù causate dal bisogno di un sostegno, o di aver prole. E potrei qui tesser l’elogio di molte vedove anche giovani che o han conservato rispetto costante alle ceneri del marito, educato e cresciuto i figli; ma di alcune che sono state vittima del dolore concepito per la perdita del marito, al quale han sopravissuto pochi mesi.

martedì 7 ottobre 2014

§ 119 071014 Tempo di vendemmia... Giovan Francesco Pugliese: 'vigneti, vini ed acquavite'.

Tempo di vendemmia, vendemmie sempre più procrastinate, rimandate, dilazionate, a quanto mi è dato sapere, vuoi per i cambiamenti climatici, per le mutevoli condizioni di mercato, per le speranze o l'attesa di un aumento di prezzo... o di peso delle uve dopo le piogge (che fa quasi lo stesso, mi pare, - e questo dico da profano della materia e di nullatenente terriero.)
I ricordi però sono tanti... uno su tutti, i salti sui cumuli di 'vinazza' da sopra i muri di una casa - non ho mai capito se in costruzione o in rovina - di via Roma, proprio vicino ad un deposito di casse da morto, dentro al quale, con grande paura (veramente la parola giusta sarebbe  un'altra), non so come, né perché, mi ritrovai... forse giocando all'ammucciatedda, chissà... e come se non fosse bastata la pila di 'tavuti', uscito fuor del pelago alla riva, mi ritrovai dinnanzi una donna magrissima, altissima (la parola giusta sarebbe allampanata, o dinoccolata), con in volto una inenarrabile tristezza... la ricordo come una nobildonna in disgrazia, sì, lo era di sicuro, e spero non me ne voglia, dove ora certamente si trova... Però, bastò un momento, e, entrato nella casa adiacente al deposito, credo di essermi illuminato in volto, come sempre quando vedevo dei libri - all'epoca non è che si trovassero così facilmente nelle case - e tra tutti uno ne ricordo: l'opera di Adriano Tilgher, benché scritta, come tanti altri, in tedesco. Ricordo che la signora mi regalò un dizionarietto, oltre a farmi bere un po' d'acqua... 
Bene, visto che sono sopravvissuto ai tavuti, vediamo cosa dice G.F. Pugliese di uve, vini, vigneti e vitigni nella sua 'Descrizione...' 
Certo, i tempi sono cambiati, ma certe cose no, e, come potrete vedere, non sono poche, soprattutto per quanto riguarda quei 'fondamentali' che bisogna conoscere e possedere.
Aggiungo che quello che segue è Pugliese, poi ci sarebbe Padula, e il confronto tra i due è cosa molto interessante: mi ci sono provato, in un mio commento ad uso personale dell'opera di G.F. Pugliese, e devo dire che... beh, magari poi lo dico, in un'altra puntata.
E magari aggiungo altre note che qui mancano.

                                                                       VIGNETI, VINI ED ACQUAVITE.        

   I Vigneti oltre le poche e ben ristrette specie di uve da mangiare, e da stipa, tra le quali primeggia la Roja, o Ruggia; costituiscono un ramo importante, e si coltivano da tutti generalmente perché non vi è chi non avesse una piccola vigna. Sussistendo le promiscuità era facilissimo di ottenere per due carlini di rendito o annuo canone un pezzo di terreno per impiantarvi mille maglioli. Però l’ardore per accrescere tali proprietà, grande, verso la fine del secolo passato, e massimo ne’ principii del presente, va a gran dosi scemando. Tre arature profonde formano tutta la preparazione del terreno ove debbe piantarsi la vigna, e queste arature ad intervalli per concuocersi e sminuzzarsi il terreno come di ottima maggese. I magliuoli si raccolgono in Gennaro e si pongono sotterra. Ad Aprile tre uomini piantano mille viti: uno cava le fornelle tre palmi lunghe, due larghe, uno e mezzo a due profonde: un altro pianta i maglioli mettendo il pedale in faccia ad oriente, coricandolo alla profondità del letto, e rialzandone il capo dal lato opposto, e sempre in fila parallele e quadrate: un altro colma e pigia. Si mangia in questa occasione a stravizzo: si beve fino all'ebrietà, ed in sei ore al massimo la piantagione è fatta. Perloppiù i terreni impiantati a pastine, denominazione che si dà alle novelle viti, esclusivamente si addice ad orti di cocomeri e melloni, che rinfrancano spesso tutte le spese: dopo 11 mesi si tagliano i capi rasenti terra: si zappano e rincalzano bene, e si tornano a ripulire in maggio o principii di giugno, ciò che dicesi ammajare. Al 2° anno si fa la stessa coltivazione, e si mette il palo che perloppiù è di canna. Al terzo anno comincia il prodotto, talché al sesto anno si dice pastinona. Le viti si sostengono col palo fin che non hanno acquistato robustezza. Non si crescono di altezza maggiore di due palmi sul livello della terra, ed usciti di palo, vale a dire sostenendosi per una discreta grossezza da per loro si dicon vigne fatte. Una vigna appena piantata si valuta un grano a vite, poi due, poi tre, e fino a cinque e non oltre la vigna fatta. L’ordinaria coltivazione e bene intesa deve essere: un anno a dicembre o al più gennaro si scalza: a marzo si zappa in piano: a giugno si ammaja e si ripulisce dalle erbe con zappatura superficiale. A febbraro o marzo si puta, a giugno si stralcia, che dicesi svitignare. Questa puta e svitigna è sempre costante, e si usa la puta tagliando rasente tutti i salmenti senza lasciare affatto cannello con due e tre occhi come altrove, ma un solo occhio per posta, talché la testa della vite si forma come cranio, e la diciamo volgarmente crozza. Il non aversi però riguardo alla diversa natura ed esposizione de’ terreni rende vizioso questo metodo, e già cominciano i diligenti coltivatori ad avvedersene. Più nella contrada Marina la puta si esegue da febbraro a marzo, non cosi al Vallo, ove si puta in aprile, e dopo che i salmenti cominciano a vegetare, e ciò perché si teme la gelata in tal contrada. Pria della puta si spuntano i salmenti in gennaro ed anche prima, ciò che dicesi approcciare. E ritornando alla zappatura: nei 2 seguenti anni dalla scalzatura, si zappa solamente e si ammaja. Vale a dire un anno scalzatura, o zappatura, per isbarbare a fondo le viti, e farle godere l'influsso dell’aria: due anni zappa in piano. Il prodotto varia dai 10 barili per ogni mille viti a’ 30 barili: il medio generale è di 20 barili ogni migliajo, che dicesi pezza.
La vendemmia comincia dalla metà di settembre per le pastine, e dagli otto di ottobre a tutto il mese per le vigne vecchie. Questa operazione la più interessante, forse è la meno curata. E’ la stagione in cui ricorre il travaglio della preparazione delle terre per la semina de' cereali, della semina del lino, della raccolta delle ulive; quindi una confusione, un imbarazzo, un alternarsi di lavori che non si possono tutti con esattezza compire. Più, si ha molta fidanza nella bontà de' terreni, e nella mediocre riuscita de’ vini per non curare né la fermentazione né il tramutamento né la chiarificazione. La massa della vendemmia si conta a palmentate. Quasi ogni vigneto ha il suo palmento di fabbrica che consiste in una vasca superiore che sgorga per un canale a prospetto sul sottoposto tino anche di fabbrica con intonaco di calce. Alla base del palmento e lateralmente giace una trave orizzontale al terreno e che dicesi dormiente, a questo si innalza rasente il muro del palmento e verticalmente un legno alto detto ominello, che di poco supera l'altezza dell’uomo. A questo s’incavicchia una salda traversa anche di legno, detta traversagno che passa per un foro bislungo dalla parte esterna del muro ove sta appoggiato il palmento. Le uve si raccolgono da due o tre donne delle quali una le trasporta in grandi corbelle al palmento fin che trovasi colmo. Un uomo robusto si scalza, entra nel palmento e pigia le uve che scolano pel canale nel tino. Raccoglie quindi le scorze, i graspoli, e tutta la vinaccia alla parte dove è piantato l’ominello vi soprimpone il pressojo detto pisulo, quindi sopra vi passa la traversa che incavicchia e ritiene in un capo all’ominello, dall'altro vi applica una specie di culla, e che perciò dicesi naca, che si carica di pietre, per premere bene le uve sotto il pressojo: dicesi questa la prima mano. Mentre che scola l'uva pigiata, e messa sotto il pressojo, si mangia. Dopo si scarica la naca, si ripiglia quel che dicesi concio, e si riunisce al lato opposto imponendovi la pressione nello stesso modo: e questa è la seconda mano: la terza siegue a notte avanzata. Questa è la vendemia ordinaria senza il rimescolo. Ma se questo si voglia fare, ciò che si usa comunemente da' ricchi o commodi che hanno a loro disposizione almeno due palmenti, dopo lo scolo di seconda mano, si spande nel palmento la vinaccia, si chiude bene il canale, e con cati si prende il mosto dal tino, e si versa nel palmento. Si lascia cosi per fino a mezza notte, e poi si fa scolare, e si preme per due e tre mani la vinaccia fino a rendersi asciutta. Nei mosti troppo densi si usa l’acquata, che si mette nell’ultima mano, o sia nell’ultima pressione della vinaccia. Non si sono usati mai strettoi; e perché l'attuai metodo di pressione fa restare sempre una quantità di mosto , comunque la più debole, ma la più carica di colore, son già circa 30 anni che si sono introdotti i trappetelli, o piccoli torchi alla genovese co’ quali si spreme l'ultima vinaccia, e rende da circa 2 barili, e non meno di uno e mezzo per ogni palmentata. Ne’ primi tempi i trappetelli erano una speculazione di estranei alla vendemia, ora quasi tutti i proprietarii di vigne l'hanno adottati, e ne risulta un vino più colorito distribuendosi però con giusta precauzione. Se questo mosto si mette solo degenera in aceto. Molte sarebbero le riflessioni che merita la nostra vendemmia. Primieramente bisogna rimontare alle qualità delle uve. Cinquant’anni fa le specie coltivate erano le nere in preferenza, dette: gaglioppo, forse l’aglianica di Napoli: Santa Severina: Lagrima: Canino; e piede-longo e delle bianche il Greco, e la pizzutella.
Ora le razze di uve si trovano accresciute, e per lo più moltiplicate quelle che rendono più abbondanza. In generale le razze che si coltivano , e che sono sparse in confuso per tutti i vigneti, sono:

Bianche da mangiare.
1. Moscarella, diversa dal moscado, o moscadello che poco si conosce. 2. Malvasia 3. Agostarica (forse la spana) 4. Vesparula (forse la Rossana, o latina) 5. Zibbibo 6. Sanginella 7. Duraca bianca 8. Nocellarica (forse la nocella) 9. Uva pietra (forse la Tostola che è da stipa ancora) 10. Corniola 11. Zinna di vacca 12.  Zuccaro e Cannella (forse la Zuccarina ) 13. Catalanesca.
Bianche da mosto.
1. Greca (lagrima bianca) 2. Sprumentino 3. Scilibritto 4.  D.a Laura, quasi simile alla Sanginella 5. Guarnaccia, somiglia alla Malvasia 6. Pizzutella 7. Scricciaruola (cattiva) 8. Mantonico bianco, quasi come lo Scilibritto.
Nere da mangiare e da stipa.
1. Damascena 2. Duracina nera 3. Uva pruna nera grossa, e bella a vedere 4. Cerasuola 5. Testa di Gallo 6. Corniola 7. Zinna di vacca nera 8. Malvasia nera 9. Greco rosso anche da stipa 10. Ruggia, o Roja, che si stipa, e si divide in 2 o 3 specie.
Nere da mosto.
1. Gaglioppo di 3 specie per la diversa grossezza 2. Idem a testicoletto 3. Piede longa (olivella) 4. Infarinata 5. Lagrima 6. Tenerella 7. Sanseverina (Colorino) 8. Canino, forse la migliore per mosto 9. Lagrima a testicoletto, che anche si mangia 10. Norella, o tintiglia (da poco introdotta).

   Cirò avendo in questa coltivazione prevenuto la Provincia, di vini faceva estrazione[1] significante pei Tarantini, i quali mi ricordo nella mia fanciullezza che vi facevano caricamenti continui; ed un Padron Peppe da Taranto mi suona ancora nell'orecchio. Ma per lo spirito d'industria le barche Tarantine e caricavan vini e trasportavan migliaja di magliuoli per far colà vasti vigneti come segui. Il vino attuale di Taranto da me più volte osservato nelle cantine vicino al molo di Napoli mostra origine comune co’ vini di Cirò ed al colore che è al rosso cerasuolo, e melato, non al rosso-nero come gli altri principalmente quelli della riviera di Reggio ec. ed al vigore. Non dispregiabile consumo lo faceva Cotrone città popolosa allora commerciante e piazza di Armi con un battaglione di ottocento uomini di truppa sempre di guarnigione[2]. Eppure allora l’abbondanza del vino era una ricchezza, ed il più gran prezzo, anzi l’ordinario era carlini trenta la salma. Noterò fra poco i pesi e le misure da noi usitate.
   Diffuse le vigne da per dove si pensò da’ Cirotani di sostenersi alla concorrenza accrescendone la quantità, e perciò si moltiplicarono le uve troppo acquose, nere, e bianche mischiate, e si scemò il prezzo derivante dalla qualità. In commercio si desidera vino colorito brillante rosso cupo e spiritoso; quindi si usò da alcuno di mettere nelle botti, e scorze di quercia giovine, e sugo di more, e tali altre materie coloranti. Io ho provato coll'esperienza che il mosto del Vallo, o Pantano, che è la contrada più bassa ed umida e che produce uve troppo zuccarine che degenerano in acido, tratto dalle sole uve nere e messo in botte con la vinaccia senza graspoli però, a fermentarvi per due mesi, poi travasato in altra botte e ben chiuso, riesce non solo colorito, ma forte e durevole da potersi ben bevere nel secondo anno.
   Anche il trasporto subitaneo e tumultuoso dal palmento alle botti merita considerazione. Il mosto spremuto il giorno innanzi si gonfia e comincia a bollire. Noi lo trasportiamo in barili di legno di abete e co’ turacci di pampine di viti che maggiormente promuovono la fermentazione. Durante il camino da’ palmenti al paese si perde almeno il decimo, e le strade che si praticano si trovano alla fine di ottobre tutte intonacate di mosto.
   La quantità totale che si perde formerebbe la più vistosa rendita di un proprietario. Più lodevole è il costume di que' paesi che lo trasportano in otri collo spiraglio che estrae il gas carbonico che continuamente si sprigiona, e si spicca con sibilo. La pampina di fico in certo modo reprime il bollimento; e dovrebbe esser preferita a quella di viti.
   Il travasamento non si usa, anzi è pregiudizio inveterato che il vino tolto dalla mamma s’indebolisce, e va all’aceto.
   Il consumo deve compiersi nello stesso anno, e perciò si bevono vini non ancora perfettamente depurati. Appena in novembre cioè dopo un mese dalla vendemmia, cominciano a chiarificarsi cominciando da' mosti deboli, e mano mano progredendo si barattano; e quando cominciano a guastarsi si lambiccano per trarne acquavite. A buon conto nella fine di agosto deve il vino che dicesi già vecchio trovarsi smaltito, salvo a’ ricchi di tenersi la provista pei primi mesi del seguente anno e fino a che non è chiarificato il vino nuovo. E questo nasce perché non abbiamo città popolose con famiglie agiate che pel lusso delle tavole paghino i nostri vini con vantaggio. Ecco a tal proposito l'accaduto nel 1844. I vini si tennero sempre avviliti fino a tutto agosto; e ciascuno si affrettava di barattare. A settembre si mostrò scarsezza perché i vini de' paesi di montagna non tanto si reggono fino a tal epoca come quelli di Cirò; quindi da’ 1:0 a 1:20, a’ 1.50, a 2:00, e fino a’ 2:50 carlini a barile se n’elevò giornalmente il prezzo. Un agiato popolano se ne trovava una botte di circa 30 barili, e la conservò per ottobre e novembre sperando allora migliore mercato; ma quale non fu il suo disinganno! Cominciò in tali mesi il vino nuovo a carlini otto il barile. Questo divenne il prezzo regolatore senza distinzione di qualità; e neppure a Cotrone trovò prezzo maggiore, perché ognuno preferiva di bere il vino ancora mosto, ma brillante ad un grano la caraffa, e non pagare dippiù il buon vino di oltre l’anno!
   La vigna a buon conto rende al ricco ed a qualche industriante, ma non alla massa generale del popolo che vende il mosto, e ricava appena la spesa e la contribuzione fondiaria. I ricchi proprietarii ne fanno sciupo. Si semina col vino, si zappa, si ara, si miete e sempre vino senza misura e senza calcolo, e pochi son quelli che usano diligenza, economia, e speculazione nel conservare una botte per settembre. E del popolo chi non vende il mosto al palmento, vende la botticella in novembre o dicembre immediati per pagare le paricchiate, vale a dire la fatiga de’ bovi per farsi il sementato.
   Nel seguente quadro noterò approssimativamente ed il consumo interno, e le quantità che si convertono in acquavite. Di passi non occorre far menzione perché appena si usano per provvista particolare.
   Chi visitasse attentamente tutte le parti di questo territorio, e precisamente i colli dintorno a Cirò, rinverrebbe ad ogni passo viti inselvatichite, e ruderi di palmenti. Potrebbe da ciò desumersi che tutto anticamente era vigneto? Per me penso di no. Ed opino che ciò prova che dopo la distruzione della grande città marittima, divisa la popolazione in drappelli, e disseminata in villaggi tra' boschi, ovunque si piantò una piccola vigna; ma ricomposte le cose, e riformata una unione, i vigneti si sono ridotti perloppiù nella contrada marina da Olivetello a Manetta o Conticello, e Marinetto, e ne’ valli detti Olmi, Pantano, Monitaro, Trifini ec.



[1] esportazione
[2] …e quindi potenziali consumatori!

martedì 22 aprile 2014

§ 074 220414 CIRO': EPISODIO DI INAUDITA GIUSTIZIA, G.F. Pugliese.

CIRO’: GIRO DI VITE CONTRO LA MALAVITA… E ANCHE CONTRO LA GIUSTIZIA.
   Dalle cronache del Nostro, rileviamo un episodio di inaudita ferocia, che rinvia al mito, tragico quanti altri mai, che vede tra i protagonisti il re Atreo, padre di Agamennone e Menelao, e Tieste, suo fratello nonché complice nell’assassinio del fratellastro Crisippo. Atreo era quel re di Micene che per vendicare l’adulterio perpetrato ai suoi danni dal fratello Tieste, gli fece mangiare i tre figli da quest’ultimo avuti con una ninfa, con tanto di susseguenti incesti e omicidi vari: veramente una tragedia greca! Stando alle cronache, qualcosa di simile, quanto a ferocia, accadde anche a Cirò, ed il Pugliese non manca di cogliere e sottolineare il nesso tra i due nefandi accadimenti.
   Come si può vedere, almeno per certi versi, i tempi cambiano poco o nulla: bisogno di sicurezza, di assicurazione dei violenti alla giustizia… ma quando ad amministrare la giustizia, anzi a proclamarsi tutore dell’ordine, è un personaggio a sua volta violento, viene da domandarsi ‘quis custodiet custodes ipsos?’ E già... leggete e, se anche a voi verrà da porvi questa domanda, provate a rispondervi.
Il ‘mastrodatti’, o ‘mastro d’atti’, era un funzionario, dapprima preposto alla redazione e conservazione degli atti, che successivamente assunse anche funzioni di giudice supplente, si trattava, insomma, di un modesto - onesto non saprei dire - funzionario statale.
                                                                   ********************
Cirò, sul finire del secolo decimo settimo.
Dall’inviato, Signor Giovan Francesco Pugliese.
   ‘’Lo zelo de’ subordinati per esperienza supera sia nel bene che nel male quello de’ Principali committenti. Ed io tra innumeri fatti che la tradizione orale ha tramandato fino a’ presenti, ne reco soli due che trovo notati (dell’altro ne parleremo in un altro scritto, ndr).
   1. Circa la fine del decimosettimo secolo venne in Cirò un D. Ferrante de’ conti di Bovalino esule da’ suoi Stati. Stato chiamavasi un feudo: si diceva congiunto della famiglia Spinelli, che lo costituì Vicario generale. Costui senza impacciarsi delle minute cure di amministrazione che lasciò affidate all’Agente ed all’Erario, non volle abitare neppure al castello, ma si ritirò ad un quarto del convento di S. Francesco d’Assisi, quello che guarda mezzogiorno, e che prese la distinzione di quarto di D. Ferrante, come tutt’ora si nomina benché interamente diruto. Divenne eccessivamente rigoroso contro i ladri, ed eccessivamente orgoglioso di sua superiorità. Non tollerava neppure i modici furti di frutta, o di ordegni rurali. Il bifolco non doveva incaricarsi di togliere ogni sera dall’aratro il vomere, le corde, ed altri attrezzi per lavorar la terra e ritirarli in casa, come si fa per non esser rubati, ma doveva lasciarli sul luogo: guai a chi si appropriasse di benché minima cosa: aveva una polizia così vigile che di tutto veniva informato, ed il ladro irremissibilmente doveva soffrire la frusta, e la gogna, e secondo i casi ed il valore delle cose rubate, lunga e penosa carcere. Chiunque si ritirava la sera con panieri di frutta, con sacchetti di ulivi ec. ec. e non dimostrava da chi li avesse avuti, carcere e battiture; né vi era mezzo di deludere la di lui vigilanza. Egli tutto appurava, e tutto irremissibilmente puniva. E la fama che ancor ne risuona non lo accusa, di aver mai in ciò traveduto, e scambiato l'innocente pel reo; anzi ora che i danni ed i furti contro la proprietà, e contro le raccolte de’ campi sono senza alcun freno si esclama: oh D. Ferrante!
   Amico degli estremi esigeva estremo rispetto pella sua giurisdizione. Se veniva un subalterno della Regia Udienza Provinciale doveva prima presentargli, mostrargli le commesse ed impetrare la venia di poter procedere; negandola doveva immantinenti ritirarsi. Così per ogni altro incaricato civile o militare. Venuto un Mastro d’atti per informazioni criminali non curò tanto praticare, e pose mano a’ suoi disimpegni: D. Ferrante dissimulò per qualche giorno, e nel primo dì festivo lo mandò invitando (*) a pranzo. Vi andò coi suoi pochi birri, i quali si trattennero nel Chiostro, mentre il mastro d’atti salito al quarto di D. Ferrante venne afferrato da’ di costui sgherri che calatolo nel sotterraneo gli recisero la testa, e la posero a cuocere nel forno a posta preparato. Fattosi mezzo giorno s’imbandi la mensa a’ birri, ma fu la mensa di Atreo, poiché fece presentare a tavola la testa arrostita del loro Mastro d’atti: inorridirono, e levatisi scapparono recando a Cosenza la nuova dell’accaduto.’’
                                                         *****************************
Fin qui il Pugliese; probabilmente la storia, madre di tutti gli insegnamenti, anche questo ci dice: che prima di affermare tra i sospiri qualcosa come ‘ah, quando c’era lui!...’ bisognerebbe prima riflettere, e bene, anche…
(*) Mi piace notare questa costruzione sintattica tipicamente cirotana, sul tipo di 'mannàre chjamànnu', mandare a chiamare.
                                                        ******************************
Collegamenti interni:
http://originicirotane.blogspot.it/2014/02/incredibile-episodio-ciro-dalle-stelle.html
http://originicirotane.blogspot.it/2014/01/lettere-ara-marina-4-ancora-su-pugliese.html
http://originicirotane.blogspot.it/2014/01/lettere-ara-marina-2-segnalazione-della.html
http://originicirotane.blogspot.it/2014/01/ciro-retata-in-pieno-giorno-arrestati.html
http://originicirotane.blogspot.it/2014/01/un-episodio-di-efferata-violenza.html

venerdì 17 gennaio 2014

§ 029 170114 Lettere ara Marina, 4. Ancora su Pugliese.

Premessi i complimenti d’obbligo per il Vostro impegno, volevo significarVi la mia personale, piccola soddisfazione per quel che riguarda la ‘Posta dei lettori‘: annotando su un foglietto il numero di visite – e presumibilmente di letture più o meno approfondite – ho rilevato che la mia segnalazione da Voi titolata “Il libro di Giovan Francesco Pugliese gratis su Google Libri” è quella che ha collezionato il più alto numero di ‘passaggi’ da parte dei lettori: ben 1190. Chiarito in primis che nulla è più lontano dai desiderata dello scrivente quanto la ricerca di pubblicità e/o visibilità, cerco di spiegare il motivo di questa mia soddisfazione: essa consiste e si sostanza dalla convinzione che il richiamo alla storia e lo studio della medesima siano fondamentali, all’interno di una comunità o gruppo sociale, e quello che mi prefiggevo era di indicare quella possibilità generosamente offerta da Google, in modo che potesse diventare uno strumento per la riscoperta di persone e fatti dimenticati o sconosciuti.  Aggiungo un’altra nota positiva: nella posta dei lettori del ‘Cirotano’ non compaiono lettere di taglio sportivo.
Ovviamente parlare di sport, al quale anch’io sono ‘interessato ma non troppo’, non è in sé operazione disprezzabile, ma assicuro che c’è stato un tempo, anni 70 più o meno, in cui le lettere dei lettori meridionali erano soprattutto indirizzate a testate giornalistiche sportive e grande era la mia delusione nel considerare che, con tutti i problemi che da sempre affliggevano soprattutto noi calabresi, si perdeva tempo per prendere in mano carta e penna e protestare per una decisione del giudice sportivo…che sarebbe a dire, in cirotano: “pèrdir l’occhji e cercar i pinnular”, un adagio che non necessita di spiegazioni ulteriori, credo. Quindi grazie alla redazione e ai lettori che hanno mostrato la loro maturità e curiosità intellettuale, anche se non ce n’era bisogno, leggendo la storia della nostra Cirò/Cirò Marina. E’ anche per quanto ho appena detto che mi sono preso la briga di riscrivere in formato ‘modificabile’ i due volumi del Pugliese, aggiungendo delle note, e riponendo poi il tutto in un cassetto, dove vivono i ricordi incancellabili della mia amata Marina anni 70/80. Chiudo con l’augurio che i miei concittadini esprimano sempre più spesso le proprie opinioni con lettere e commenti pubblicate dal Vostro giornale, a maggior ragione considerando che tutti – o quasi – gli interventi da Voi ospitati mi sembrano improntati ad una indiscutibile serietà di intenti.

§ 028 170114 Lettere ara Marina, 2. Segnalazione della 'Descrizione'.

Vorrei segnalare una graditissima opportunità che Google Books offre agli appassionati di storia e di storie antiche: tale opportunità è assolutamente gratuita e consente di fruire della lettura e del download di opere di vario genere che non sono più coperte dai diritti d’autore. Tra queste ho trovato, con mia piacevolissima sorpresa, i due volumi di Giovan Francesco Pugliese (1789-1855) ‘Descrizione ed istorica narrazione dell’origine, e vicende politico-economiche di Cirò’, un’opera che ho sempre desiderato, sin da ragazzo, di poter almeno leggere, se non possedere. Ne consiglierei la lettura a tutti i miei concittadini, e non solo a loro, trattandosi di una visione e di una lettura attente ed articolate della vita e della società cirotana, e calabrese più in gnerale, fino alla metà dell’ottocento (i due volumi furono pubblicati in Napoli, Stamperia del Fibreno, nel 1849). L’opera è una fonte continua di apprendimento e, per i ‘naturali del luogo’, cioè per i cirotani, come forse direbbe il Nostro, una miniera di sorprese, sotto i punti di vista più svariati, da quello storico a quello geografico, a quello antropologico (e trattandosi, in fondo, di una corografia non potrebbe essere altrimenti). Il Pugliese, per quanto mi consta, era soprattutto un uomo ‘di legge’, ma come amante della storia patria ritengo abbia dato un’ottima prova, e non solo: dagli interventi appassionati da lui operati a difesa ‘della comune’, contro le pretese del Clero e degli ex feudatari, emerge la statura morale e civile del Pugliese, che con sapienza e puntiglio, nella parte finale del secondo volume adduce i documenti, tra cui il tabulario Manni, che aiutano a capire come sia stato suddiviso il territorio di Cirò dopo la soppressione della feudalità. Ma non voglio anticipare o svelare altro, mi auguro di aver fatto con questa segnalazione una cosa gradita a tutti i miei concittadini che siano interessati agli usi e costumi del proprio territorio. Un ultimo accenno o invito lo rivolgerei a quei presidi o insegnanti che volessero tenere conto dell’opera del Pugliese, che ritengo leggibilissima anche da parte degli studenti”.

giovedì 16 gennaio 2014

§ 027 160114 Cirò: retata in pieno giorno, arrestati Giovan Francesco Pugliese e altri dieci rivoltosi.



Siamo agli inizi del 'Decennio Francese' (1806-1815), e gli effetti dell'occupazione dei 'napoleonidi' cominciano ad essere più tangibili, a partire da quella grandissima occasione mancata che fu la legge eversiva della feudalità del 2 agosto 1806; il cambio di sovranità comportò ovvie modifiche dovute al diverso sistema amministrativo preferito e  imposto dai nuovi governanti. I francesi non andarono, sembra di poter dire, tanto per il sottile nell'esigere i tributi dai loro nuovi sudditi... Infatti, l'oscuro cronista, in questo passo dove parla - cosa che fa raramente - anche di se stesso, ci dice che:
''Intanto nel 1807 e 1808 si preparava nel bujo, e nel modo il più tenebroso, ed oppressivo la contribuzione fondiaria. Venne in Cirò il controloro per grassarci, non per tassarci. Messa in mani venali di giovinotti datisi al governo Francese per far fortuna, l'esecuzione di una legge enigmatica ne derivò la più grande sciagura che immaginar si possa. Il Governo Francese per conciliarsi l'affetto de' Popoli proclamò una contribuzione mite ed unica gravitante su' fondi, e liberando per sempre le persone e le industrie da' pubblici pesi. Io non dico che doveva attener la parola minorando le antiche imposizioni, ma almeno far sussistere le antiche imponendole sui beni.''
Sì, Pugliese distingue tra fondi e beni... è proprio vero che la storia si ripete!
''Quale si fu lo sbigottimento de' Cirotani ognuno si figuri; quintuplicato il dazio, in un anno di scarsezza generale se ne rendeva impossibile il pagamento. La legge di questa nuova istituzione non si capiva, quindi i clamori, le suppliche al Governo ed all'Intendente venivan restituite colla provvista: «Di uniformarsi il ricorrente alle formalità prescritte nel decreto de' 16 febbraio 1808». E queste formalità non si sapevano mettere in pratica.''
Dopo due anni, le cose peggiorarono, fino a precipitare:
   ''Nel 1810 la scena fu delle più serie. In maggio, vale a dire dopo che era già maturo un terzo della contribuzione nuova, e la vecchia era appena esatta per metà venne spedito da Rossano il commissario D. Antonio Scalerce con diversi soldati, e ci recò il ruolo nuovo. Arrivò in giorno di Domenica, e si diresse al Castello; divulgata la voce del nuovo ruolo, ciascuno cercò di vedere la propria partita, e la trovò un quinto dippiù, poiché il totale ascendeva a duc. 12069:75. La collera e l'indignazione scosse tutti gli animi, ed una fu la voce. «Si rifiuti il ruolo: non può accettarsi una sentenza così barbara che si pronunzia contro una pacifica popolazione da uno scellerato finanziere». Dalle voci si passò a' fatti, ed una ragionata rimostranza di moltissimi proprietarj avvalorata da una formale deliberazione del decurionato rifiutò il ruolo. Il commissario Scalerce ne riferì al ricevitore distrettuale di Rossano D. Paolo Labonia: il sindaco portò a nome del pubblico le lagnanze al sotto-Intendente Vanni. Costui ne riferì all'Intendente di Cosenza, dal quale fu preso questo atto per un movimento rivoluzionario, per cui si dispose che una forza imponente si recasse sul luogo. I paesi limitrofi anzi la Provincia intera bolliva, ma tutti tenevan rivolti gli occhi a Cirò, e aspettavano l'esito. Venne il sotto-Intendente D. Domenico Vanni con circa 300 uomini di linea, coi quali ingombrò la piazza. Altiero gridò al sindaco che chiedeva un alloggio: si presentò D. Giuseppe Sabatini giudice di pace invitandolo a recarsi in casa sua, ma egli rispose che non era venuto l'amico, ma il sotto-Intendente. Vanni aveva il fondo del cuore ben fatto, ma un esteriore aspro, ed altiero. Fu fatto il biglietto in casa di Sabatini, e fu situata la truppa al magazzino del Monte Pio: gli ufficiali si alloggiarono in case particolari. Fu invitato il Sindaco, Decurionato, Galantuomini, ed Ecclesiastici a presentarsi al sotto-Intendente il quale ostentava un contegno grave; ma niuno si sbigottiva perché l'oppressione era al colmo, e gli spiriti erano in una posizione affine alla disperazione. Il sotto-Intendente stava chiuso all'ultima stanza, e non si mostrava, fui chiamato io; entrai, e fui interrogato presso a poco come siegue: siete voi Francesco Pugliese? Sissignore. Avete voi scritto questo foglio? Sissignore. Vi è stato dettato da alcuno, o lo avete voi composto? Io l'ho composto, ma mi fu dettato dalla bocca di quanti lo sottoscrissero con me e che si trovavano in piazza. Raccontai tutto  il vero fil filo, dissi che io era stato il primo ad esclamare, poiché la mia partita nell'anno scorso era duc. 150, ed ora si era elevata a duc. 183. Che una fu la voce: non si accetti il ruolo, ed uno fu il sentimento: si reclami. Chiamò altri dopo di me nell'ordine che eran firmati, e fummo dichiarati in arresto, e consegnati al capitano francese.
Io, D. Benedetto Siciliani, D. Michele Zito, D. Tommaso Capoani, D. Francesco Scala, D. Nicodemo Giglio, D. Giuseppe Franza , D. Giacomo Chiaromonte, D. Nicodemo Nicastri, D. Antonio Papajanni, e D. Saverio Vitetti. D. Giuseppe Sabatini, e D. Pietro Arciprete Nicastri dissero a Vanni che temperasse l'aspetto burbero, e procedesse con prudenza e dolcezza, poiché la popolazione era irritata, concorsa tutta in piazza, e poteva avvenire qualche più serio disturbo, di che i galantuomini, e proprietarj non intendevano portar carico. Allora Vanni disse di uscir tutti in frotta senza truppa, e recarci al Castello unitamente ai soli uffiziali. Il pubblico attonito ci mirava e seguiva, talché entrando nel castello, il popolo ci si affollava dietro, e riempiva il vaglio dello stesso. Fummo ivi lasciati in custodia al Capitano il quale disse a Vanni che ci trattava da galantuomini, ed uomini d'onore, e che perciò ci lasciava liberi pel castello, permettendosi solo di metter la guardia alla porta del ponte. Così fu fatto, e restammo in arresto. Il sotto-Intendente partì il giorno appresso recandosi a Strongoli per conoscere i sentimenti di quella popolazione, dapoiché l'oppressione era generale e quindi generale l'indignazione. In questa occasione si mostrò l'affetto del popolo. Ci fu chi offrì danaro, e chi esclamò «Siamo veramenti cornuti si lassamu carcerati i galantuomini», percui più di uno del popolo medesimo consigliava un aperta rottura massacrandosi la truppa ed il sotto-Intendente; ma queste idee non potendo restare occulte e perché si divulgavano senza riserba, e perché molti si riscaldavano per mostrare a' galantuomini un tributo di affetto, ogni macchinazione fu dissipata per volontà de' galantuomini medesimi, che dichiararono nulla doversi fare di violento. Dopo pochi giorni ritornava il sotto-Intendente da Strongoli, ed era Domenica. La popolazione se ne avvide dalle mura, e donne, ragazzi, ed uomini gli uscirono all'incontro fino all'erta della pigna gridando: «Vogliamo liberati i galantuomini. Vogliamo disgravio alla fondiaria». Camin facendo la calca si faceva maggiore unendosi alla gente che si voltava quella che sopraggiungeva, talché il sotto-Intendente, anche perché era dopo pranzo, e qualche ubbriaco vi era che eruttava bestemmie, ed esecrazioni, s'intimorì, ed avrebbe voluto forse ritornarsene; ma l'uffìziale francese lo incoraggì, e giunsero fra una intera popolazione alla quale gridava: «non dubitate, non dubitate». Giunto si credè insultato per parte de' galantuomini stessi, e mostrava qualche rabbia; ma ricondotto dolcemente alla ragione dal sig. Sabatini si calmò, e si accordò collo stesso Sabatini nel formare un processetto scusante. Non fu possibile di ottenere che gli arrestati restassero in Cirò, ma si ottenne che in vece mia andasse mio padre, in vece di D. Francesco Scala che si finse con febbre andasse suo fratello D. Simone, che restasse Nicastri, e Siciliani, e ciò sotto garenzia de' fratelli Terranova che in questa facenda erano i soli indifferenti, e che non prendevano parte alle comuni agitazioni. Partirono dunque da qui in istato di arresto D. Michele Zito, mio padre, Capoano, Chiaromonti, Giglio, Papajanni, e D. Giuseppe Franza, ed invece di fare una giornata fino a Rossano li portò quasi in ispettacolo di terrore la prima sera in Cariati, la seconda in Calopezzati, e la terza in Rossano, ove li rilasciò sotto consegna per abitare in case di parenti e di amici.
   Arrivò in quel tempo in Rossano il principe di Campana, nella qualità di colonnello Comandante il Distretto. Compianse il caso, e tanto si adoprò con rapporti al Ministero, e colla sua influenza presso il sotto-Intendente da farne ottenere la libertà. Non ebbe ritegno il detto Principe di dire e di scrivere che in vece di punirsi di ribellione onesti cittadini oppressi da tanto peso, dovevano piuttosto lapidarsi gli agenti delle contribuzioni dirette causa di tanti mali. Ed in fatti si appiccò contro di quelli un processo criminale, e quel Controloro venne destituito. Il Governo avea compreso il male, ed aveva ordinato per punto generale di doversi rettificare le matrici, e formarsi un Catasto provvisorio. Il primo delle comuni della provincia fu Cirò, perché aveva fatto tanto rumore, quindi il sotto-Intendente Vanni partiva co' galantuomini arrestati, ed il Controloro novello arrivava (maggio 1810).''
Mi pare che ancora una volta l'oscuro cronista offra parecchi spunti di riflessione, pure a due secoli di distanza dai fatti narrati; anche sui comportamenti 'istituzionali' sottolineerei quel 'processetto scusante' che credo la dica lunga su come si possano addomesticare leggi e processi... ma almeno ne viene fuori una visione accettabile della prassi: per una volta l'intervento di un potente rimette a posto i piatti della bilancia, rinviando alla sbarra i profittatori al soldo dei francesi e scagionando - pur dietro una parvenza di rispetto della legalità con quel paternalistico 'processetto scusante' - i rivoltosi, o meglio recalcitranti, cirotani. Le cose, per la cronaca, migliorarono col cambio del 'controloro'. 
Come si può chiaramente evincere dalle parole del Pugliese, a quel tempo Cirò ricadeva nella Calabria Citra, ovvero l'odierna provincia di Cosenza, comprendente anche la parte della provincia di Crotone a nord del Neto; le province a quel tempo erano denominate 'Intendenze' e quindi il sotto-Intendente era il governatore di un Distretto (sotto-Intendenza), quello di Rossano nel nostro caso.

martedì 14 gennaio 2014

§ 026 140114 Un episodio di efferata violenza sconvolge Cirò, il Giudice e il Cronista.

Ecco cosa dice G. F. Pugliese, nella sua 'Descrizione', di questo esecrando episodio avvenuto nel 1772... ''L'oscuro cronista'', come lo definì Paolo Orsi, aveva sensibilità e usava accortezze nel descrivere quanto era successo o succedeva nel suo amato Cirò, consapevole di quanto fosse difficile, allora come oggi, parlare di episodi perpetrati dai potenti locali...


Mi è sempre vivo nell'anima l’orrore ispiratomi dal seguente fatto, che più volte mi raccontò la felice memoria dell' onorato e dotto Giurisperito D. Francesco Fazio di Carfizzi in occasione che paragonavamo i tempi passati a' presenti. Nel 1772 egli trovavasi in Cirò Governatore e Giudice. Un giovinotto di famiglia ricca, che non nomino quantunque estinta, chiamandosi offeso da una sua donna per mancata fedeltà, discese alla viltà di chiamarla a notte avanzata con voce di confidenza e si fece aprire: la tradì introducendo nella di lei casa uno stuolo di foresi Cosentini e passò all'indegnità di costringerla a giacere con tutti, e dopo alla crudeltà di farla straziare fino a farle introdurre un tizzone ardente nella vulva. «Fatto mi diceva il sig. Fazio che m'inorridì nell’ingenere, nell’atto che m’imbarazzò come nuovo per me, poiché dovendone compilare il processo non sapeva neppure scriverne il titolo o sia la rubrica, perché da niun pratico indicata. Ne creai una  nuova, e fu: ictus ignis ardente in vulva». Tutto terminò, come tutte quelle barbarie de’ tempi si supivano, per transazione colla Camera Marchesale i cui proventi Giurisdizionali attendevano aumento dalla frequenza ed intensità de’ reati! perciò è, e sarà sempre memorando il concetto di verità che si contiene nella famosa preghiera che si poneva in bocca del Mastro d’atti.
   Suscita Domine lites et quistiones inter potentes et bene solventes ec.
   Se ne' tempi della Cavalleria, gl'intrighi di amore, l'efferrato costume de’ ratti e delle violenze formavano il principal pregio di chi impugnava la spada rendendosi campione di una bella; e se i brutali uomini che attentavano all'onore ed alla pace delle famiglie formavano il soggetto di tanti romanzi; negli ultimi tempi ne' quali io nacqui, tal pessima usanza si ritenne coll'impronta della viltà, e della bassezza. E quella forza Baronale guidata dal Mastro giurato trovavasi così avvilita che o favoriva i disordini, o se per qualche impegno cercava opporsi  soccombeva, e di tanto in tanto per le fucilate notturne si trovava un birro estinto.

domenica 8 dicembre 2013

§ 020 081213 Descrizione ed Istorica Narrazione dell'Origine, e vicende Politico-Economiche di Cirò, di Gio:Francesco Pugliese.

Agli eventuali lettori: mi è parso di intendere che sussistono difficoltà nell'individuare il sito di 'google libri' (o 'books', è lo stesso), dal quale scaricare gratuitamente e del tutto legalmente (si tratta di opere per le quali i diritti d'autori sono scaduti) i relativi ebooks, che sono files in formato .pdf (portable document format). Quelli che seguono sono i links ai quali bisogna accedere; successivamente si cliccherà sul pulsante in alto a sinistra 'leggi ebook', oppure 'ebook gratis': fatto ciò si aprirà un menu a tendina dal quale bisognerà scegliere tra le varie opzioni... una delle quali è 'scarica pdf'. Ovviamente il libro può anche essere letto senza procedere al suo download.
http://books.google.it/books/about/Descrizione_ed_istorica_narrazione_dell.html?id=xnA5AAAAcAAJ&redir_esc=y
http://books.google.it/books/about/Descrizione_ed_istorica_narrazione_dell.html?id=3nA5AAAAcAAJ&redir_esc=y
Se poi, per qualsiasi motivo non ci riuscite.... tornate su questa pagina e cliccate da qui sui due collegamenti.
Magari più in là aggiungerò altri links che possono interessare.
Ciao.

lunedì 2 dicembre 2013

§ 019 021213 Lettera di Gio: Francesco Pugliese al figlio Emilio.



Ritenendo di fare cosa gradita, ecco le due paginette della lettera datata Cirò, li 9. Settembre 1826. di Gio: Francesco[1] Pugliese (1789-1855) al figlio Don Emilio[2] quindicenne (1811-1852), all’epoca residente in Napoli per motivi di studio, come si evince dalla missiva medesima. E' una lettera delicata ma risoluta, davvero 'paterna', posta in appendice al 'Compendio delle Attribuzioni de' Giudicati Regi', del quale occuperebbe le pagine n° 369-370 (manca la numerazione), appena prima dell'ultima pagina, quella degli 'errata corrige'.
Ancora una volta Gio: Francesco mi sorprende con la vastità della sua cultura e con il suo metodo 'maieutico', che già ho potuto apprezzare nel proemio alla 'Descrizione delle Origini ecc.', la sua opera più nota - o meno misconosciuta – sulle origini di Cirò (o ‘del Cirò’, come si diceva all’epoca).
Se qualcuno avrà la pazienza di leggere la lettera lo prego di non far caso a quelli che oggi risultano essere errori grammaticali o lessicali... siamo nel 1826 e all'epoca quasi nulla poteva darsi per scontato nel normare la lingua italiana, nemmeno gli errori.
Mi concedo di annotare alcuni punti che ritengo divergenti dalle attuali norme, segnatamente in fatto di ortografia, dalla lingua italiana.
L’Inglese filosofo al quale fa riferimento il Pugliese sarebbe Robert Dodsley (1704-1764), se non fosse che la paternità dell’opera ‘The economy of human life’ è al momento contesa tra questi e Philip Dormer Stanhope, quarto conte di Chesterfield (1694-1773); si tratta di un’opera filosofica e morale contenente soprattutto precetti che dovrebbero informare una retta esistenza. I temi trattati nelle sette parti dell’opera sono: i doveri che spettano all’uomo come individuo, le passioni, la donna, la consanguineità, la Provvidenza, ovvero le differenze accidentali degli uomini, i doveri sociali, la religione. L’opera è del 1750 e la prima traduzione italiana è datata 1759.

                                                                                                                                                       Da Cirò li[3] 9[4]. Settembre[5] 1826.
Figlio Benedetto[6] -- Ho inteso con piacere che la stampa della mia Operetta sulle attribuzioni de'[7] Regj[8] Giudici sia al termine[9] , e mi au­guro che mediante la vostra attenzione riesca senza errori per quanto più è possibile.
Io col mio lavoro ,  qualunque siesi , ho dato un saggio di quanto ho potuto riunire, e di quanto ho saputo pensare sulle materie  che vi  son contenute, e se non  coglierò dal   publico[10] un benigno compatimento ,  avrò   sempre il vantaggio di aver dato a voi uno sprone , onde impegnarvi a studiare, ed a far buon uso del tempo , impiegandolo a cose utili , ed alla coltura dello spirito. Attendo da voi quanto pri­ma una pruova[11] del vostro profitto :  voi  avete l'[12]opportunità sotto la guida de' degni  precettori , cui ho commesso la vostra educazione civile e letteraria, di formare il vostro cuore per la vir­tù ,  e la vostra mente per  le scienze.   Per   me vi  dico che continuo a scrivere sulla stessa opera aggiungendo osservazioni a qualche articolo, che forse merita migliore sviluppo , sempre au­torizzando i miei detti colla trascrizione delle relative supreme, o superiori   disposizioni,  ed avvenendo nuove modificazioni al sistema giu­diziario , ed alle leggi , ho in voto di rediggere[13] il supplimento , che indicasse i cangiamenti[14] , che forse sarebbero per introdursi. Così occu­po quel tempo che rubbo[15] alle cure domestiche ed all'educazione delle vostre sorelle. Nè[16] mi curo di chi possa malignamente detrarre alla mia stima , perchè[17] al dire dell'Inglese filosofo[18] autore dell'aureo libretto sull'economia della vita umana. » L'invidioso si nutre di malizia e di odio , ed il cuore suo non sta mai tranquillo. Si sforza di avvilire chicchesia che lo avanzi , interpetrando sempre male le operazioni che fa ; sta in agguato ; medita insidie. L'abborrimento[19] però de'mortali gli corre dietro da per tutto ; alla fine rimane acciaccato, come un ragno, nella sua medesima tela.
Vi stringo al cuore, e benedico per sempre.
Il vostro Padre affettuoso
Gio: Francesco Pugliese.


 Sig. D. Emilio Pugliese 
  Napoli




[1] La presenza dei due punti dopo ‘Gio’ indica che si tratta di Giovanni…, sarebbe ‘Gio puntato’, come ecc.
[2] ‘Il 9 marzo 1848 (Emilio) Pugliese, figlio dello storico Giovan Francesco, rivolgeva un appello elettorale agli abitanti del distretto di Crotone perché scegliessero un degno rappresentante da mandare al Parlamento napoletano. La borghesia cirotana, però, contraria alla divisibilità dei demani e per nulla incline a soddisfare le esigenze della popolazione, non partecipò alle vicende napoletane del 15 maggio 1848.’ (Massimiliano Pezzi, in ‘Cirò-Cirò Marina’, a cura di Fulvio Mazza, Rubbettino, 1997).
[3] Senza accento nel testo, correttamente.
[4] Ai numerali delle date segue il punto.
[5] Secondo l’uso ottocentesco - ma non solo – il nome del mese reca l’iniziale maiuscola.
[6] Sottolineo questa dolce forma allocutiva, con annessa lettera iniziale maiuscola.
[7] Forma apocopata ricorrente con apostrofo.
[8] Al plurale era previsto per le parole in -io l’uso della -j.
[9] Nella stampa si nota uno spazio che precede la virgola e un altro spazio che separa quest’ultima dalla parola successiva.
[10]  Con una sola ‘b’ nel testo, forse reminiscenza latina.
[11] Prova, nel lessico di quel tempo.
[12] Anche tra l’apostrofo della forma contratta dell’articolo determinativo e la parola seguente si nota uno spazio.
[13]  Tutto sommato, sempre meglio ‘rediggere’ con due -g che ‘redarre’….
[14] Forma ricorrente all’epoca.
[15] Con due -b nel testo.
[16] Nei testi coevi ricorre l’accento grave, forse per motivi di stampa.
[17] Come alla nota 15, accento grave in luogo dell’acuto.
[18] Vedi nella nota introduttiva.
[19] Come alla nota 15.