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martedì 21 marzo 2017

§ 269 210317 Un commento all'otto marzo di Cirò Marina.

Ricevo e ripropongo un commento al post n° 275 ‘L’otto marzo di Cirò Marina. Alcune note su cronaca e percepito calabro’ e, al fine di non lasciarlo seminascosto tra i link sulla destra di questa pagina, lo riporto qui per esteso, in calce a queste mie note, in modo da offrire materia di riflessione e analisi a quanti potrebbero avvertire la necessità, o la voglia, di meditare sulle parole della lettrice (ché tale dal testo si evince essere).
Innanzitutto ringrazio per l’attenzione concessami: è un onore che raramente i miei cinque-sei lettori mi concedono.
Le parole della lettrice meritano la massima considerazione, ritengo. Per inciso, sono scritte con garbo e chiarezza di vedute, senza fronzoli, e pongono, di conseguenza, quesiti secchi, ai quali dovrei rispondere... o forse no. Il ‘forse no’ non è dovuto a sussiego o alterigia, tutt’altro... forse non dovrei essere io a rispondere di quanto avviene a Cirò Marina, bensì a mio carico è la risposta ai quesiti inerenti ciò che io ho scritto.
Ci provo, non senza prima informare la lettrice che non vivo a Cirò Marina da trentotto anni e che vi ho trascorso solo i primi vent’anni della mia vita. Questo aspetto può avere una duplice valenza: da un lato potrebbe consentirmi di giudicare la ‘materia marinota’ con occhio più sereno, dall’altro potrebbe inficiare la mia capacità di interpretare quella materia a causa di un ‘peccato di idealizzazione’ (nella migliore delle ipotesi, o di ‘sciatte romanticherie’, nella peggiore).
Di quello che ho scritto (di getto, purtroppo: non mi piace rileggere, né correggere, quello che scrivo, è questa una cosa che mi annoia e che distorce l’originarietà dei pensieri) sono e rimango fermamente convinto: quelli che ho cercato di spiegare (‘spiegare’ proprio nel senso di sciorinare, di mostrare alla vista e ai pensieri altrui) sono concetti che esulano, volendo, dal tremendo ‘fatto contingente’ (e non sto scagliando il pallone in tribuna, né, tantomeno, mi sto rifugiando in calcio d’angolo): il circolo vizioso, la coazione a ripetere, - se vuole aggiungerò il conclamato (spesso da sociologi della domenica) ‘familismo amorale calabro’- sono ‘elementi’ che io per primo, in compagnia di migliaia e migliaia di altri calabresi denunciamo, troppo spesso, purtroppo e per forza, con parole che sono poco più di un sussurro: questo sussurro, spesso, si riduce ad una occhiata di intesa o poco più, una occhiata che vuol dire che purtroppo è così, che forse sarà sempre così... oppure no: le cose cambiano, mi creda... Lei frequenta la Calabria da vent’anni, da soli vent’anni: un tempo relativamente breve per poter cogliere certi cambiamenti, mi creda.
Potrei stare qui ad annoiarLa per molto tempo, troppo, per cui stringo: quello che io ho detto non collide con quanto Lei dice, le Sue e le mie considerazioni non si elidono a vicenda, non confliggono se non in qualche particolare trascurabile... Lei è troppo intelligente per non intuire che ciò che Lei denuncia al sottoscritto fa ancora più male, perché da quella terra il sottoscritto proviene, perché quella terra custodisce coloro che mi hanno dato la vita ed è la sola terra dove avrei dovuto vivere, con un compito preciso: fare qualcosa per quella comunità e per quella terra, cosa che in verità avrei voluto fare, se un giorno non avessi deciso di mollare tutto e sopravvivere a me stesso e a quella terra alla quale, oggi come quasi quarant’anni fa, non ho nulla da dare, se non qualche riflessione, qualche parola sparsa... Mi scuso per la ‘mediterranea teatralità’ con la quale ho risposto al Suo invito finale... Per il resto, non tema: tornerò a parlarne, di questa 'calabresità'.
Con la speranza che altri vogliano intervenire,
La saluto.

Il commento della lettrice:
Gentile signor Amoruso,
frequento il Suo paese per motivi familiari da quasi vent'anni.
Debbo dirLe che ho letto con molto interesse la parte del Suo articolo riguardante il "percepito della calabresità".                          
Tralasciando il triste e deprecabile fatto di cronaca che non mi appassiona, colgo finalmente l'occasione di confrontarmi con Lei in merito alla percezione che si ha del suo paese.
Tante volte ho provato in questi anni ad affrontare il "problema" ma mi sono sempre scontrata con un 'muro", quasi che l'essere calabrese fosse una sorta di santuario vergine e inviolabile di cui non si potesse neppure discutere.
Le confesso che, nonostante i venti anni ormai trascorsi dalla prima volta che ho visitato Cirò Marina, anche io, come forse buona parte d'Italia, in questa triste occasione, mi sono schierata "contro" la Sua cittadina. Anche io ho fatto fatica, come Lei ben descrive nel Suo articolo, a parlare di femminicidio, ma ho pensato subito all'ennesimo omicidio avvenuto in Calabria. Anche io ho percepito quella che il giornalista di Rete 4 definisce come: "...la naturale disposizione ad una insopportabile teatralità...", non perché io sia nata in un'altra regione, ma perché è quello che tutte le estati vedo, sento, vivo nella Sua cittadina.    La reazione poi dei suoi concittadini è alquanto strana, controversa direi.
Mi scusi Signor Amoruso, ma la concezione che si ha della donna a Cirò Marina riporta le lancette della storia indietro di almeno 50 anni rispetto al resto d'Italia; perché mai all'improvviso tutti si scoprono anime sante e vanno in massa al funerale di una donna uccisa; per dimostrare cosa? E tornando alla teatralità: la bara bianca? I palloncini...??? L'assurda sceneggiata vicino la caserma?
Cosa vuole dimostrare questa Sua comunità? Che ciò che è accaduto è forse un elemento esterno ad essa, che linciando quell'assassino avrebbe riscattato tutta una esistenza di persone umili, lavoratrici, rispettose delle regole forse? Dove era quella comunità quando arrestarono i boss che in quanto a crimini violenti nulla hanno da invidiare a quel disgraziato, anzi... sappiamo bene sia io che Lei di cosa si sono macchiati quegli individui, ma la sceneggiata c'è stata solo questa volta, come mai Signor Amoruso?
Quella comunità, caro Signor Amoruso, non ha bisogno di qualcuno che la difenda, che la giustifichi, bensì di qualcuno che le faccia capire che sta sbagliando e che l'aiuti a incamminarsi, se possibile, sulla retta via. Che le faccia notare che Ciro Marina è un paese che vive di mafia, di soprusi, che rifiuta ogni forma di legge, che chiama i servitori dello stato "sbirri", che distrugge ciò che ha di bello, che costruisce case e palazzi senza chiedere alcuna autorizzazione, che si allaccia abusivamente ai servizi di prima necessità. Vuole che continui Signor Amoruso o forse queste cose le sa già...
...che non paga i tributi, che taglia gli alberi in quel che resta della pineta, che devasta l'ambiente, che butta rifiuti in ogni angolo, che parcheggia la propria auto in riva al mare!!! per non fare 20 metri a piedi; che con moto d'acqua o barca arriva fin sulla costa mettendo a rischio, tutte le estati, la vita di bambini ed adulti? Che in molti, tanti, hanno case o ville che non risultano nemmeno accatastate; che molte strade sono chiuse perché qualcuno ha pensato di costruirsi casa! Potrei continuare ma sono certa che una persona intelligente come Lei queste cose le sa già, e sono anche certa che Lei come una parte (non la maggioranza però) di Ciro Marina siete l'unica speranza perché quel piccolo gioiello che è Cirò, stretto fra il mare e la collina, possa un giorno godere dell'appoggio di tutti gli taliani e non essere additato, in saecula saeculorum, come Lei ben riporta come " lo sfasciume pendulo sul mare". Signor Amoruso, almeno Lei e le persone che come Lei hanno una mente aperta, aiutate i Vostri concittadini a prendere atto di come vivono, POI lamentatevi di come è percepita la calabresità.
Cari saluti.


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