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lunedì 1 settembre 2014

§ 112 010914 Tre arrivi, a Cona, a Cirò, a Sicrò Marina.

A parlare di arrivi, di ritorni, forse si perde di vista un dato molto semplice, che deriva dall'uso improprio della parola 'direzione': a questa parola bisogna assegnare un significato esplicitato dal 'verso', dal 'senso'... la parola 'direzione', in sé, può risultare poco più che un abbaglio: bisogna intendere e dichiarare il senso del cammino, per stabilire la destinazione...
Quelli che seguono sono tre arrivi novecenteschi ‘giustapposti’, disposti in ordine temporale, non di pubblicazione ma di ambientazione. Il primo arrivo, in effetti un ritorno, è a Cona, la Cirò di inizio novecento di Luigi Siciliani, il secondo è nella Cirò – mai nominata nel testo – degli anni trenta, dell’opera di Rajani; il terzo rappresenta l’ingresso, forse più che l’arrivo, della maestrina Anna Mongiardo nella realtà di Sicrò Marina. Annoto che già nella scelta dei travisamenti del toponimo, tra il colto ‘Cona’, noto solo agli specialisti o agli appassionati della storia di Cirò e il quasi scanzonato ‘Sicrò Marina’, chiara aferesi di Ypsicrò, si colgono differenze che non sono solo temporali tra le due opere, ma forse, e di più, di riferimento e provenienza culturale, nonché di intenti finali, dei loro autori. Allo stesso modo la scelta del Rajani di non citare ‘Cirò’, e solo una volta ‘Cremisa’, qualcosa vorrà pur significare... anche se risulta strana questa scelta, dal momento che nel corso di questo ‘racconto lungo’  sono citate le porte della 'altisedente' cittadina con tanto dei loro veri nomi e senza possibilità alcuna di equivoco.
L’intento di questa mia presentazione, così disposta, è, o vorrebbe essere, ‘diacronico’, a discesa, per così dire, nel secolo scorso. Per motivi di spazio (e, temo, di diritti d’autore) non ho aggiunto altre parti delle opere, certamente di non minore interesse... Nel primo arrivo, Giovanni Francica torna da Firenze, dove aveva soggiornato al seguito di una sua amante, vuoi per allontanarsi da lei, vuoi per motivi politici – le elezioni del sindaco – nonché in ‘soccorso’ della sorella Sofia; nel secondo arrivo, è il giovane protagonista, il Rajani ragazzo, che da Roma, la città in cui vive, torna in quella Cirò dove in pratica non era mai stato, ed è un ritorno prepotente, intimo, una vera anabasi verso un luogo dell’anima, seppure sconosciuto, o meglio confinato in una dimensione tutta interiore e onirica; il terzo, quello della Mongiardo, è un arrivo vero, un arrivo ammantato di attese e speranze fuori luogo o mal riposte... pensare di trovare il futuro in un paese, Sicrò Marina, situato in posizione diametralmente opposta - rispetto a Catanzaro - alla S. Taddeo/S. Andrea Apostolo dello Jonio dalla quale l’autrice e protagonista proviene mi sembra un po’ eccessivo, un po’ troppo, dal momento che nella Cirò Marina di allora non c’erano, come annota e lamenta l’autrice stessa, nemmeno le fogne e il water-closet tanto agognato... Però c’erano quelle belle villette anni sessanta che tanto abbellivano la Via Roma, con i pioppi e ‘a conetta, l’erva fetusa, a Madonnedda, u campiceddu, u spitàlu vecchju, a crucia di Passionisti, a gghjèsa, a gghjàzza... e tutto il resto, o tutto quello che non c’è più, nemmeno la nostalgia, figurarsi la speranza.
In margine, aggiungo una nota al classico dire di Luigi Siciliani: il breve estratto qui proposto, a mio modesto parere, riassume bene, in poche righe - o non molte, comunque - una condizione esistenziale di una intera categoria di individui sospesi tra la possibilità del ritorno e il desiderio di successive, ulteriori fughe o ripartenze: individui che possono ma non vogliono mai interamente, e rimangono come le levette di certi interruttori, in posizione troppo spesso, quando non sempre, incerta. Sono quelli che potrebbero tornare o non andarsene, ma sentono che la vita è altrove, sapendo di non essere nel giusto. Forse. Ma non so nemmeno se mi spiego e non pretendo che ciò avvenga...
Buona lettura, per chi ne avesse tempo e voglia.

                                                                        


Estratto dal VII capitolo di ‘Giovanni Francica’ (Milano 1910), di Luigi Siciliani.
     
   Giovanni usava venire in Cona nei periodi di stanchezza spirituale o di esaurimento della sua borsa. Si fermava di rado più di un mese o due, e preferiva l’inverno all’estate.
      I primi giorni se li godeva in una apatia pro­fonda, come se avesse bevuto una gran tazza di liquore soporifero. Era come se purificasse il suo spirito da tutte le scorie che le vicissitudini e le amarezze della vita cittadina vi avevano la­sciato. Stava per ore e ore, quando era l’estate, a contemplare di giorno il mare e di notte lo stellato, con quella indolenza che è propria degli uomini del Mezzogiorno. D’inverno poi, amava andare a fare delle lunghe passeggiate in cam­pagna, a cavallo, visitando i conoscenti che vi­vevano nei loro così detti casini, i quali più che ville sono in realtà case coloniche e fattorie; o si associava a liete comitive di cacciatori.
Aveva qualche volta manifestato il desiderio di ritirarsi del tutto a vivere in Cona; ma nes­suno gli credeva, a cominciare da sua madre, la quale avrebbe molto desiderato di averlo vicino. Ma egli, se amava la terra dove era nato di una passione che alle volte aveva del morboso, non amava affatto i suoi compaesani. Chiuso nell’or­goglio del suo sapere li disprezzava tutti, perché egli non aveva ancora acquistato quella bonaria indulgenza, che sa compatire ed intendere, data solo da una lunga esperienza del mondo. Pure, egli non sentiva mai la sua anima e il suo corpo agire e muoversi a loro pieno agio come quando si trovava nella terra dove era nato, dove aveva avuto le prime sensazioni e formato le prime idee. Il rimpianto della vita cittadina, il ricordo degli amici e dei paesi lontani, il desiderio di conversare con gente più raffinata, l’irrompere di nuove e indeterminate speranze, erano cose che lo risospingevano lontano da Cona; ma dopo che ne era partito egli ritornava a sospirare per essa. Specie quando gli sopravveniva una infermità, anche lieve, egli era assalito dal terrore di mo­rire lontano da casa sua e dai suoi.
Viveva intanto in una simile alternativa, non essendo ancora giunto a quella stoica indifferenza che fa riporre all’uomo ogni bene non in quello che lo circonda, ma in sè stesso.

Estratto da ‘Gli ultimi della Magna Grecia’ (Firenze 1971), di Giorgio Rajani.
Questo purgatorio durò a lungo. Il treno continuò ad andare a passo d'uomo, più lento della giustizia umana, fermandosi a ognuna di quelle stazioncine, che erano tutte simili, composte, per lo più, da due edifici: uno pei servizi e l'altro immancabilmente pei cessi; edifici spesso così eguali da rischiare di confon­derli se, sul primo, non fosse stato scritto il nome della stazione e, sul secondo, a caratteri parimenti grandi, la parola cessi, creando il pericolo d'indurre in errore chi non era di quelle parti perché avrebbe potuto equivocare su come si chiamasse il paese.
Il treno superò un certo numero di paesi dal nome spesso di origine greca, a cominciare da quello del mio paese, una volta chiamato Cremisa, come an­cora si legge sulle antiche carte murali nei Musei Vaticani.
Me ne ricordai quando zio Pietro, indicando col capo fuori dal finestrino, mi avvertì: «Stiamo arri­vando: sono i giardini di arancio».
Questa volta aveva usato la parola giusta. Come erano belli quegli aranceti, davvero giardini! Ricchi di ogni varietà di alberi sempre verdi: dal melarancio al melograno, e tutti piuttosto alti, fino a cinque-sei metri, coperti di fiori bianchi così fìtti da formare uno spesso telo, sulle cui smagliature si vedeva, ma raramente, l'azzurro del cielo, e, laddove non c'erano fiori, il picciuolo delle foglie verdi scure appariva alato, come slargato. E che odore spargevano tutt'intorno! Sembrava fosse stata già estratta l'essenza di neroli dai fiori e quella di petit grain dalle foglie e dai rametti, e lasciate tutt'e due all'aperto, a profumar l'aria. Come sarebbero apparsi quegli aranceti quando i Portogalli a vaniglia, dolcissimi, e quelli sanguigni, con la polpa rossa, avrebbero piegato i rami degli alberi col loro peso: una coperta d'oro stesa tra la terra e il cielo? A Roma, avevo spesso sentito decantare la bellezza delle vigne del nostro paese; invece esse, vedendole dal treno, quasi mi turbarono. Erano coltivate a filari da dire attaccati gli uni agli altri da come si trovavano vicini, e for­mati da piante basse pochi palmi da terra, che appa­rivano già curve sotto il peso di grossi grappoli, per lo più neri e con gli acini grossi e così pieni da dar l'impressione che tutta la fatica e la sofferenza oc­corse per farli crescere e la stessa violenza della terra, trasmessa loro attraverso le radici, vi fossero state compresse dentro a forza e ora stessero sul punto d'esplodere. Sembrava che quelle piante, così arroccate alle canne cui erano poggiate, combattes­sero una guerra mortale contro un nemico feroce e implacabile; ed era proprio così: in quegli anni, esse venivano attaccate dalla filossera, una vera maledi­zione di Dio, che distruggeva loro e rovinava chi le coltivava.
Allo scender dal treno, mi sembrò impossibile aver di nuovo i piedi a terra senza scossoni sotto. La stazione, come tutte le altre viste prima, era com­posta dai due soliti edifici.
Zio Pietro ed io uscimmo subito fuori. Intorno, c'era poco da vedere: sei o sette case e nient'altro. D'altronde, che si poteva pretendere? Quella era una zona terribilmente malarica; solo a rimanere un po', ci si sentiva bruciare dalla febbre. Sembrava avesse fretta d'andar via anche il postale, che, al­l'uscita della stazione, aspettava col motore già ac­ceso, scoppiettante come avesse il catarro. Quant'era vecchio! Un Fiat B.L. residuo della guerra, tanto ro­vinato, scrostato e sporco da dar l'impressione che lo avessero portato lì direttamente dalla trincea, dopo un bombardamento.
Salii e, sistemato su un sedile, la cui imbottitura era uscita tutta fuori dai numerosi strappi della fo­dera, mi domandai se quel relitto gliel'avrebbe fatta a trascinarsi fino in paese.
Dopo quanto passato in treno, neppur m'accorsi della camionale. Eppure ce n'erano curve, buche e salite lungo quei sei-sette chilometri di strada pol­verosa. Ma io avevo quindici anni e che sono le curve, pure a centinaia, per uno stomaco a quel­l'età? Meno di niente; un ragazzo se ne accorge solo perché, ogni tanto, vede qualcuno vomitare sul postale. Così pure le buche: dopo più di ventiquattr'ore di sballonzolamento in ferrovia, era per me la stessa cosa camminare su un biliardo o sulle rovine di un terremoto. Nemmeno la polvere mi dava fastidio; ormai ne avevo addosso tanta di carbone che anzi questa bianca della strada copriva, in qualche modo, lo sporco. Mi avvidi invece delle salite. Impossibile infatti non accorgersi del lamento del motore: un pianto che muoveva a compassione e sembrava di creatura umana; però più che la salita a esser ripida, era il postale a esser in troppo cattive condizioni; a volte, dava l'impressione di non sapersi decidere se andare avanti o tornare indietro e c'era da chiedersi come facesse a restar unito malgrado gli scuotimenti continui, che sembrava dovessero mandarlo in pezzi. Invece esso, sbuffando, ballando e arrancando, alla fine gliela fece, e così giunsi, senza però aver potuto veder nulla lungo la strada, al mio paese, che era già sera tardi.
L'arrivo
Il postale fermò su uno spiazzo polveroso da tutti chiamato Mavilo senza conoscere il perché, essen­dosi totalmente dimenticato da chi o da cosa deri­vasse questo nome; né c'era, a rammentarlo, alcuna targa, strappata forse, secoli prima, da qualche pi­rata turco approdato su quelle spiagge.
Affacciandosi al pericolante parapetto dello spiaz­zo, si godeva una veduta splendida. Davanti: la col­lina, sulla quale sorgeva il paese, declinava dolce­mente, con pieghe morbide di lenzuolo, verso le az­zurre acque dello Ionio fino a entrare morbidamente in esso dopo che il verde delle sue pendici s'era trasformato nella sabbia d'oro della spiaggia. Non si dava però al mare tutt'intera ed in modo uniforme, bensì uscendo e rientrando, formando in questo con­tinuo e capriccioso abbraccio, spiaggette, insenature e promontori a picco sull'acqua profonda. Tutto in giro si vedevano: fitti boschi, uliveti, vigne e monti verdi degradanti, con dolci ondulazioni, verso la valle coltivata a giardini di aranci, e aventi in cima, paesetti arroccati, che, da lontano, sembravano aerei castelli di fate.
Stavano tutto il giorno a Mavilo, piovesse o bru­ciasse la canicola, turbe di ragazzetti, per lo più scalzi, con giacchette e maglie a brandelli e i panta­loni né corti né lunghi, che arrivavano al polpaccio, e ridotti tanto male da esser più pezze e culo fuori che stoffa; però tutti portavano in testa la coppola: una specie di berretta con la visiera, sempre unta e bisunta. Essi si rincorrevano senza fermarsi mai; giocavano a «mazzapicchio» oppure facevano gi­rare nella polvere del piazzale la punta di ferro della «pirozzola»: una rudimentale trottola; le loro gri­da si alzavano sonore ininterrottamente dal canto del gallo all'ora di dormire, impedendo a chi abitava vi­cino il minimo riposo; e a nulla valevano rimproveri e botte perché essi, ammesso di riuscire ad acciuf­farli, pure lasciati a terra più morti che vivi, un istante dopo, come nulla fosse, si rialzavano e, an­dati più in là, avevano l'impudenza di fare la «ioiata» a sberleffo, se non cominciavano addirittura a scagliare pietre grosse come un pugno che, a non ripa­rarsi subito, colpivano quasi sempre. Essi non avver­tivano nemmeno le zaffate che mandava lo scarico, poco lontano dal piazzale, ove ogni sera venivano vuotati gli orinali e gettato il letame; saliva in cielo, a impuzzolentire l'aria, un fetore da far girare lo stomaco a chicchessia; però loro niente, manco non avessero naso! Con quelli nemmeno la mano di Dio ce la poteva. Quale santo o diavolo li proteggesse non so, certo è che se si trovavano lì, voleva dire che erano dei prodotti, fisiologicamente parlando, perfetti e altamente selezionati dalla stessa natura in quanto né meningite né broncopolmonite né al­cun altro morbo, esantematico o meno, che pure ave­va portato via la maggior parte dei loro fratelli, es­sendo dotato di tale virulenza da lasciar stecchiti non soltanto gli uomini ma altresì gli elefanti, era stato capace di spazzare anche loro. È vero che qual­cuno ne portava il segno addosso e correva buttando male la gamba offesa dalla paralisi infantile, ma an­che costui, benché zoppo, non rimaneva tanto in­dietro agli altri.
Il postale fermò dunque a Mavilo, avanti la porta d'accesso al paese, senza però inoltrarsi dentro, ove, in verità, non avrebbe potuto avventurarsi, essendo le strade ridotte in tale stato, che sarebbe tornato indietro sì e no con la tromba sana.
Qui, le cose cominciarono a ingarbugliarsi per me. Fin allora, gli avvenimenti s'erano svolti in modo abbastanza ordinato; a questo punto invece non ca­pii più nulla perché, appena misi piede a terra, mi trovai circondato da una folla tumultuosa: uno mi tirava, l'altro chiedeva qualche cosa, il terzo voleva sapere, questo diceva, quello gridava e tutti insieme spingevano.

Estratto dai capitoli I-II de ‘Il cavallo dipinto’ (Roma, 1965), di Anna Mongiardo.
   Era il trenta settembre e c'era ancora tanto sole caldo, il sole arrabbiato dei nostri meriggi che entrava sfacciatamente nel treno, per rendere più squallidi quei sedili di legno e l'afa più asfissiante.
In piedi, presso il finestrino, guardavo abbacinata il mio paese che si stagliava, in quella luce crudele, dominando la marina.
 Sovrano, altero, sembrava non vedesse le frane che laceravano le due colline su cui sedeva, sdegnosamente, come un cavaliere in arcione.
Era tutt'uno con il cimitero adesso e quei cipressi alti, scuri, taglienti, lo rendevano più fiero. Non so perché pensai con tristezza al­l'accorato addio della Lucia manzoniana. Io non avevo i suoi sentimenti. Nessun rimpian­to per il paese natio, nessuna emozione se, non di gioia.
   Sentivo un senso di liberazione sempre crescente, man mano che si faceva più lontano il paese dei morti. San Taddeo è un grande camposanto. Lì tutti sono morti, perché non amano la vita.
……
   Quando S. Taddeo scomparve del tutto all'orizzonte mi sembrò di essermi liberata da quel cappio che pendeva minaccioso an­che sul mio capo. “Sei giovane” diceva il treno. “Hai vent'anni” rispondevano i fiu­mi, e gli alberi cantavano con gli uccelli men­tre la terra arata palpitava col mio cuore.
   Il viaggio non finiva mai. Quattr'ore era­no troppe per la mia impazienza e l'immensa distesa di terra che i Cutresi coltivano a gra­no sembrava sconfinata. Anche lì uomini scar­ni, bruciati dal sole, chini sui solchi o a dor­so di muli, “sciaraballi” lungo le viottole, rossi trattori che sfidavano i raggi infuocati e valli, valli che aspettavano con trepidazione di essere aperte per poi fecondare. E tutto era bello in quel paesaggio, anche il su­dore dell'uomo. Era la stessa terra di Cala­bria, la mia terra, eppure aveva per me un fascino esotico, sempre più esotico, via via che andavo verso oriente, verso la terra pro­messa.
    Ed ecco finalmente i lunghi filari di vigna carichi di grappoli maturi, ecco l'oasi del mio deserto, l'oasi che cercavo per dissetare la mia sete di vivere. Essa mi aspettava, mi chiamava. Col suo verde mi diceva: “Scendi, qui c'è la vita” ed io scesi dal treno con due valigie e un voluminoso bagaglio di sogni.

   Mi trovai subito in un mondo diverso, un mondo nuovo pieno d'antico che sape­va di eterno, “Qui la vita procede con ritmo accelerato e incessante” diceva il sibilo de­gli spiders. “Qui nulla finisce, nulla muo­re” affermava l'aspetto atavico degli uomi­ni sui carretti, sui ciucci, e i porci che gi­ravano per le strade assentivano coi loro grugniti.
   Quel contrasto stridente tra emancipato e primitivo, tra ricchezza e miseria, in quel momento mi parve romantico e m'inebriò, forse perché c'era troppo odore di mosto nell'aria e la vinaccia, scorrendo liberamen­te, dissetava le strade polverose.
   Capii subito che a Sicrò Marina non c'e­rano fogne e, probabilmente, nemmeno ga­binetti. Quel pensiero mi preoccupò perché io cercavo casa e speravo di trovarla con i servizi igienici.
   Lungo la strada c'erano alcuni villini, ma io non osavo bussare, solo accarezzavo con lo sguardo l'edera dei loro muri. Ce n'era uno bellissimo, tutto bianco, in mezzo a un roseto profumato dai primi boccioli ottobrini.
   Mi fermai per riposarmi (le valigie pesavano) e anche perché mi illusi che qualcuno sarebbe apparso nel viale per dirmi che c'era una stanza per me. Invece mi si accostò un uomo malvestito, con una “coppola” in testa. Parlava un calabrese che non capivo mentre, coi gesti, m'indicava una fila di case basse che sembravano edificate nelle immondizie. Quanti moscerini! Ma le donne, sedute sulle porte, sembrava non li vedessero. Eppure ce l'avevano fra i capelli, nelle mani, sui  vestiti. Un bambino, che giocava tranquillo con una vecchia scatola di latta, aveva il naso letteralmente coperto di alucce nere. Mosche. Nient'altro che mosche e, per giunta, gentili: risparmiavano alla madre la fatica di pulirgli il  naso e poi  quella di lavare i  fazzoletti
   Mastru Catavuru (così lo sentii chiamare) m'introdusse nella sua casa: un basso con due vani, due porte, due finestre e un odore denso di rape in ebollizione. La cucina era nella prima stanza, accanto alla porta. Pentole e tegami erano appesi al muro con chiodi. Il letto si trovava di fronte, accanto a una cassapanca. In mezzo alla stan­za c'era un tavolo quadrato con due sedie e un bouquet pieno di fiori di plastica dai vivaci colori, su cui le mosche avevano depositato tanti puntini neri. La donna, che sta­va seduta a filare una conocchia, finalmen­te si alzò e sollevò la tenda a fiorami che rendeva indipendente l'altra stanza. C'era un piccolo tavolo, un lettino, due sedie. Vidi la seconda porta, l'inferriata a un buco che doveva chiamarsi finestra e un rubinetto.
   “Ecco il canale” disse l'uomo aprendolo, per farmi vedere il getto dell'acqua. “Abbiamo tutte le comodità. Voi potete far entrare e uscire chi volete senza   dare nell'occhio, perché abbiamo due porte”.
   “Ma io sono una maestra” risposi, cre­dendo pensassero che facevo ...un altro mestiere.





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