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lunedì 2 dicembre 2013

21.0 Lettera di Gio: Francesco Pugliese al figlio Emilio.



Ritenendo di fare cosa gradita, ecco le due paginette della lettera datata Cirò, li 9. Settembre 1826. di Gio: Francesco[1] Pugliese (1789-1855) al figlio Don Emilio[2] quindicenne (1811-1852), all’epoca residente in Napoli per motivi di studio, come si evince dalla missiva medesima. E' una lettera delicata ma risoluta, davvero 'paterna', posta in appendice al 'Compendio delle Attribuzioni de' Giudicati Regi', del quale occuperebbe le pagine n° 369-370 (manca la numerazione), appena prima dell'ultima pagina, quella degli 'errata corrige'.
Ancora una volta Gio: Francesco mi sorprende con la vastità della sua cultura e con il suo metodo 'maieutico', che già ho potuto apprezzare nel proemio alla 'Descrizione delle Origini ecc.', la sua opera più nota - o meno misconosciuta – sulle origini di Cirò (o ‘del Cirò’, come si diceva all’epoca).
Se qualcuno avrà la pazienza di leggere la lettera lo prego di non far caso a quelli che oggi risultano essere errori grammaticali o lessicali... siamo nel 1826 e all'epoca quasi nulla poteva darsi per scontato nel normare la lingua italiana, nemmeno gli errori.
Mi concedo di annotare alcuni punti che ritengo divergenti dalle attuali norme, segnatamente in fatto di ortografia, dalla lingua italiana.
L’Inglese filosofo al quale fa riferimento il Pugliese sarebbe Robert Dodsley (1704-1764), se non fosse che la paternità dell’opera ‘The economy of human life’ è al momento contesa tra questi e Philip Dormer Stanhope, quarto conte di Chesterfield (1694-1773); si tratta di un’opera filosofica e morale contenente soprattutto precetti che dovrebbero informare una retta esistenza. I temi trattati nelle sette parti dell’opera sono: i doveri che spettano all’uomo come individuo, le passioni, la donna, la consanguineità, la Provvidenza, ovvero le differenze accidentali degli uomini, i doveri sociali, la religione. L’opera è del 1750 e la prima traduzione italiana è datata 1759.

                                                                                                                                                       Da Cirò li[3] 9[4]. Settembre[5] 1826.
Figlio Benedetto[6] -- Ho inteso con piacere che la stampa della mia Operetta sulle attribuzioni de'[7] Regj[8] Giudici sia al termine[9] , e mi au­guro che mediante la vostra attenzione riesca senza errori per quanto più è possibile.
Io col mio lavoro ,  qualunque siesi , ho dato un saggio di quanto ho potuto riunire, e di quanto ho saputo pensare sulle materie  che vi  son contenute, e se non  coglierò dal   publico[10] un benigno compatimento ,  avrò   sempre il vantaggio di aver dato a voi uno sprone , onde impegnarvi a studiare, ed a far buon uso del tempo , impiegandolo a cose utili , ed alla coltura dello spirito. Attendo da voi quanto pri­ma una pruova[11] del vostro profitto :  voi  avete l'[12]opportunità sotto la guida de' degni  precettori , cui ho commesso la vostra educazione civile e letteraria, di formare il vostro cuore per la vir­tù ,  e la vostra mente per  le scienze.   Per   me vi  dico che continuo a scrivere sulla stessa opera aggiungendo osservazioni a qualche articolo, che forse merita migliore sviluppo , sempre au­torizzando i miei detti colla trascrizione delle relative supreme, o superiori   disposizioni,  ed avvenendo nuove modificazioni al sistema giu­diziario , ed alle leggi , ho in voto di rediggere[13] il supplimento , che indicasse i cangiamenti[14] , che forse sarebbero per introdursi. Così occu­po quel tempo che rubbo[15] alle cure domestiche ed all'educazione delle vostre sorelle. Nè[16] mi curo di chi possa malignamente detrarre alla mia stima , perchè[17] al dire dell'Inglese filosofo[18] autore dell'aureo libretto sull'economia della vita umana. » L'invidioso si nutre di malizia e di odio , ed il cuore suo non sta mai tranquillo. Si sforza di avvilire chicchesia che lo avanzi , interpetrando sempre male le operazioni che fa ; sta in agguato ; medita insidie. L'abborrimento[19] però de'mortali gli corre dietro da per tutto ; alla fine rimane acciaccato, come un ragno, nella sua medesima tela.
Vi stringo al cuore, e benedico per sempre.
Il vostro Padre affettuoso
Gio: Francesco Pugliese.


 Sig. D. Emilio Pugliese 
  Napoli




[1] La presenza dei due punti dopo ‘Gio’ indica che si tratta di Giovanni…, sarebbe ‘Gio puntato’, come ecc.
[2] ‘Il 9 marzo 1848 (Emilio) Pugliese, figlio dello storico Giovan Francesco, rivolgeva un appello elettorale agli abitanti del distretto di Crotone perché scegliessero un degno rappresentante da mandare al Parlamento napoletano. La borghesia cirotana, però, contraria alla divisibilità dei demani e per nulla incline a soddisfare le esigenze della popolazione, non partecipò alle vicende napoletane del 15 maggio 1848.’ (Massimiliano Pezzi, in ‘Cirò-Cirò Marina’, a cura di Fulvio Mazza, Rubbettino, 1997).
[3] Senza accento nel testo, correttamente.
[4] Ai numerali delle date segue il punto.
[5] Secondo l’uso ottocentesco - ma non solo – il nome del mese reca l’iniziale maiuscola.
[6] Sottolineo questa dolce forma allocutiva, con annessa lettera iniziale maiuscola.
[7] Forma apocopata ricorrente con apostrofo.
[8] Al plurale era previsto per le parole in -io l’uso della -j.
[9] Nella stampa si nota uno spazio che precede la virgola e un altro spazio che separa quest’ultima dalla parola successiva.
[10]  Con una sola ‘b’ nel testo, forse reminiscenza latina.
[11] Prova, nel lessico di quel tempo.
[12] Anche tra l’apostrofo della forma contratta dell’articolo determinativo e la parola seguente si nota uno spazio.
[13]  Tutto sommato, sempre meglio ‘rediggere’ con due -g che ‘redarre’….
[14] Forma ricorrente all’epoca.
[15] Con due -b nel testo.
[16] Nei testi coevi ricorre l’accento grave, forse per motivi di stampa.
[17] Come alla nota 15, accento grave in luogo dell’acuto.
[18] Vedi nella nota introduttiva.
[19] Come alla nota 15.

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